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lavoro pubblicato mercoledì 8 luglio 2015
ultima lettura venerdì 18 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il cerchio dei sogni (1)

di GiancarloS. Letto 498 volte. Dallo scaffale Fantasia

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Il gigante


BUM! BUM! BUM!

Arlo si voltò di scatto fissando la porta con il cuore in gola. Qualcuno stava battendo con tale vigore da far credere che volesse buttarla giù.

« E’ aperto! », urlò Minto, il più anziano degli apprendisti, un ragazzo di sedici anni.

La porta si spalancò e un’ombra gigantesca apparve sulla soglia. Arlo fece un passo indietro, convinto che si trattasse di un orso. Inciampò su uno sgabello, che si capovolse e rotolò per terra.

Era già accaduto che volpi, lupi e, in casi più rari, orsi bruni scendessero al villaggio in cerca di cibo. Ma gli orsi non bussano prima di entrare. E poi, nei boschi che coprivano i Monti Dori, a est di Villnor, non abitavano esemplari tanto grossi. No, non c’era un animale affamato di fronte ad Arlo, ma un uomo, anche se di dimensioni colossali. Un gigante. Senza dubbio un membro dei Thorlung, la stirpe guerriera che occupava la fascia costiera di Nisla-Mari, la più meridionale delle Sette Terre.

Il gigante aveva occhi gialli, felini, la pelle nera e lucida come marmo. Aprì il lungo mantello che lo avvolgeva lasciando nudo il torace enorme e le braccia muscolose. Indossava un gonnellino fissato in vita con una cintura di cuoio da cui pendeva una spada corta – corta per le sue dimensioni assolutamente fuori dall’ordinario. Fu costretto a chinare la testa per varcare la soglia della bottega. Richiuse la porta dietro di sé e diede una rapida occhiata intorno osservando gli scaffali pieni di vasi e piatti dipinti che attendevano di essere ripassati in forno per fissarne il colore.

Dei quattro apprendisti che lavoravano lì dentro, Arlo era il più vicino all’ingresso e a lui si rivolse il gigante. « Cerco messer Paulus, il mastro vasaio », disse, la voce profonda, adeguata alla sua mole.

Arlo puntò il pennellino che stringeva tra le dita verso la stanza in fondo al corridoio. « Laggiù », disse.

« Grazie mille », disse il gigante mentre lo superava.

Arlo si sarebbe morso la lingua per aver parlato senza pensare. Il mastro vasaio non aveva per lui il minimo riguardo, anzi, se possibile, lo trattava peggio degli altri apprendisti, ma era pur sempre suo zio, nonché l’unico parente che gli restava. Come poteva lasciarlo alla mercé di un gigante guerriero di cui non conosceva le intenzioni?

« E’ vietato entrare nella fornace mentre il fuoco è acceso! », esclamò, sperando che la voce non gli tremasse. Lo aveva detto d’impulso, per guadagnare tempo, ma non era una bugia perché lo zio Paulus non voleva nessuno quando cuoceva i suoi vasi.

Il gigante si voltò lentamente. Lo squadrò inarcando le sopracciglia e disse: « Tu devi essere Arlo ».

Un brusio si levò nella stanza. Arlo rimase di sasso.

Il gigante sorrise. Poi si voltò di nuovo e sparì nella stanza che gli era stata indicata.

I ragazzi della bottega si riunirono intorno ad Arlo. Parlavano tutti insieme. “Chi era il gigante?”, “Cosa era venuto a fare lì?”. Come se lui potesse rispondere a simili domande.


Quando il gigante ricomparve erano trascorsi solo pochi minuti, ma ad Arlo erano parsi un’eternità. Un attimo dopo spuntò anche lo zio Paulus, arrossato e sudato dal calore del forno.

In fretta, e con gran trambusto, gli apprendisti ripresero posto dietro ai tavoli da lavoro. Lo zio Paulus, che di solito andava su tutte le furie se uno dei praticanti interrompeva la propria attività, non sembrò badarvi. Superò il gigante e si affrettò verso Arlo.

« Figliolo », esordì in tono gentile.

Era una novità e Arlo arretrò di un passo temendo il peggio. Di norma lo zio Paulus non faceva giochetti. Se doveva punire un apprendista ci andava giù duro senza tante cerimonie. Ma, chissà, forse stavolta aveva deciso di sperimentare una tattica nuova e quei modi cordiali erano un modo per prenderlo di sorpresa. Arlo era sicuro di non aver combinato nulla per meritarsi una lezione, ma non si poteva mai dire. Con la coda dell'occhio cercò la verga d’ulivo che lo zio preferiva alle mani per infliggere le sue punizioni. La vide al solito posto, sul tavolinetto angolare accanto al tornio, e ne fu rincuorato.

Lo zio Paulus continuò senza mutare atteggiamento: « Il signor Vanadin, qui » e indicò il gigante alle sue spalle, « arriva dalla Terra di Solon. Un viaggio lungo ed estenuante che ha compiuto con un unico scopo. Tu non ci crederai, ma… ».

« Sono venuto per te », si intromise il gigante.

« Per me? ».

Vanadin annuì. « I Savi desiderano parlarti ».

I Savi? Arlo pensò che doveva esserci uno sbaglio. I tre Savi erano sovrani accorti, legislatori lungimiranti e giudici equi delle Sette Terre. Cosa potevano volere da lui?

Come se gli avesse letto nella mente, Vanadin aggiunse: « Non conosco il motivo che li ha spinti a mandarmi da te. Io ho solo il compito di scortarti fino alla loro dimora. Se accetterai di venire, naturalmente ».

« Certo che accetta! », esclamò lo zio Paulus. « E’ un grande onore. Nessuno della nostra famiglia è mai stato al cospetto di un Savio ».

« La decisione spetta a te », disse il gigante. « Puoi seguirmi, oppure restare con tuo zio. Ma devi scegliere adesso ».

Arlo deglutì. « Adesso? ».

« Il tempo stringe. Mentre attraversavo la Piana del fiume Salis ho potuto vedere delle crepe profonde, lungo gli argini, e alcuni alberi erano inclinati come se il terreno si fosse mosso tirandoli per le radici. I segni ci sono tutti: è questione di giorni e la Grande Fenditura dividerà in due le Sette Terre. Se non partiamo immediatamente rischiamo di restare tagliati fuori dalla Terra di Solon ».

Ogni quaranta, cinquant'anni, un violento terremoto scuoteva le Sette Terre fin nei suoi confini più reconditi lasciando una voragine spaventosa che divideva nettamente il nord dal sud del Paese. “La Grande Fenditura”, appunto. Era impossibile attraversarla perché era profonda oltre duecento passi e altrettanto larga. Ancor più impensabile era aggirarla, poiché correva per più di cinquecento leghe, dal Mar Ignifo, a est, al Mar Ortese, a ovest. Arlo non aveva mai assistito a tale evento, ma ne aveva sentito parlare abbastanza da comprendere cosa implicava quella notizia.

« Dobbiamo partire oggi stesso », disse Vanadin. « Solo così possiamo sperare di raggiungere la Terra di Solon prima che la Grande Fenditura si allarghi abbastanza da non consentire più di essere superata ».

« Ma, a quel punto, sarà impossibile tornare indietro », gli fece notare Arlo.

Vanadin annuì. « Purtroppo, è così ».

Arlo rabbrividì. « Per quanto tempo? ».

« L’ultima volta, ci sono voluti cinque anni prima che la Grande Fenditura si richiudesse ».

« Cinque anni? ».

« Ma che importanza ha? », intervenne lo zio Paulus. « Cinque anni, dieci… ».

Vanadin lo fulminò con lo sguardo. « Il suo parere non è disinteressato, per cui, lasci parlare Arlo ».

Lo zio Paulus arrossì violentemente. « Cosa? Per quello che mi ha promesso, dice? Per le monete d’oro? ».

Vanadin non lo guardò neppure.

« Io parlo solo per il bene del ragazzo! », esclamò lo zio Paulus con tono adirato. « Se vuol saperlo, le monete sono un indennizzo simbolico. Una miseria, per quello che vale Arlo. È il migliore apprendista che ho in bottega. Il migliore, le dico. Un lavoratore impareggiabile… ».

« Stia zitto », lo interruppe Vanadin in tono secco, ma senza alzare la voce. I suoi occhi si erano fatti due fessure che mandavano bagliori gialli.

Lo zio Paulus diede l'impressione di voler replicare, poi abbassò lo sguardo e si mise da parte.

Vanadin distese il suo piglio severo in un sorriso, prima di rivolgersi ad Arlo. « La decisione spetta a te solo. Puoi seguirmi, oppure no ». Diede un’occhiataccia allo zio. « Nessuno può costringerti ».

Ad Arlo il cuore batteva all’impazzata. Fece un bel respiro e chiuse gli occhi, cercando di concentrarsi sulla decisione da prendere. Sapeva che sarebbe stata la più importante della sua vita.

Proprio in quel momento, si udì un boato e la porta esplose in una miriade di schegge.



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