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lavoro pubblicato mercoledì 8 luglio 2015
ultima lettura martedì 21 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Sulla sabbia

di ValeriaMunari. Letto 600 volte. Dallo scaffale Sogni

Se socchiudo gli occhi, posso ancora sentirla canticchiare i motivetti orecchiabili di un neonato Carrosello.Era il '57, e mia sorella Lidia passava ore davanti allo specchio, soppesando compiaciuta ogni nuova linea curva, sorpresa a tendere il tessuto...

Se socchiudo gli occhi, posso ancora sentirla canticchiare i motivetti orecchiabili di un neonato Carrosello.
Era il '57, e mia sorella Lidia passava ore davanti allo specchio, soppesando compiaciuta ogni nuova linea curva, sorpresa a tendere il tessuto fiorato dei colorati abiti primaverili.
Era bella come una di quelle attrici a cui tanto voleva somigliare.
Forse di più, con le sue labbra dischiuse a broncio e i capelli dorati acconciati in morbide onde lucenti.
Io la guardavo estasiata, seduta sul letto, tormentando le trecce strettissime lasciate a penzoloni lungo un visetto triangolare di dodicenne, con occhi enormi ed ancora puliti.
- Come mi sta?- Mi chiedeva civettuola, posando su di sé un abito da sera, rubato dall'armadio della mamma.
Al mio sorriso di approvazione rispondeva con una risata di cristallo, e mi carezzava il mento.
- Quando sarò un attrice famosa ti comprerò tutti quelli che vorrai, piccola.-
Poi piroettava per la stanza, danzando con un il fantasma di Paul Newman o Cary Grant, leggera come una falena.
Sullo sfondo di quel periodo magico, regnava sovrana la statica indifferenza di papà e mamma: lui preso da un ottimo lavoro impiegatizio, e lei casalinga impeccabile tutta intenta a barcamenarsi tra faccende domestiche e lacca per le unghie, in compagnia di un folto gruppo di sue pari.
Nostro fratello studiava, e di lui in casa non si avvertivano che poche tracce, per lo più rappresentate da spessi manuali e qualche sigaretta lasciata a metà.
Io e Lydia invece, veleggiavamo verso un ipotetico futuro domestico e quieto o, tuttalpiù, un lavoro femminile di segretaria o maestra, qualora avessimo manifestato velleità sovversive.
O almeno questo era quello che valeva per me.
In fondo mia madre se l'augurava una carriera nell'opulento mondo dello spettacolo per Lidia, anche se ne temeva l'audace promiscuità.
Dopo tutto cosa c'è di meglio che indicare alle amiche la propria figlia sulla copertina di Epoca, magari al braccio di uno di quei divi eleganti che si insinuavano nei sogni meno limpidi di ogni donna.
Probabilmente fu per questo che la comparsa di una bella auto scura targata Roma, sotto le nostre finestre, non suscitò scandalo.
Mio padre si limitò ad ignorarne l'assidua presenza, mentre mia madre spiava da dietro le tende i giochi di sguardi e i cenni d'intesa, appena percettibili, che si scambiavano mia sorella e il guidatore sconosciuto, dai corvini capelli impomatati.
Furono necessari pochi giorni di serrato corteggiamento per far sì che Lidia capitolasse: in una calda sera di maggio il giovane suonò alla nostra porta seminascosto da un mazzo di candidi fiori odorosi, per portare a spasso “la più bella ragazza della città”.
Gli bastò un nonnulla per ottenere fiducia da tutta la famiglia, incantata dal sorriso seducente e dalla parlata svelta ed efficace.
Venne fuori che lavorava a Cinecittà, e che voleva a tutti costi far fare un provino a Lidia.
Dopo poche resistenze i miei genitori cedettero, a condizione che io la accompagnassi, in qualità di modesto e insignificante chaperon, utile più a salvare le apparenze che non ad ostacolare fattivamente una situazione ai limiti della convenienza sociale.
A fine mese partimmo alla volta di Roma, a bordo di una Porche 356 nera decappottabile, che odorava di bella vita.
Io sedevo dietro mia sorella, muta e per nulla entusiasmata dal viaggio, non tanto perché imposto, ma perché a me, quel bell'uomo dell'aria leggera e sfrontata, non piaceva.
Mia sorella era al settimo cielo, e accarezzava l'aria con le dita, levando le braccia nel vento, per percepire sulla pelle il brivido della velocità.
Rideva, per nulla turbata dalla mano dell'autista che frugava lentamente tra le sue gonne, rivelando un fare lascivo che mi disturbava, non per moralismo ma per sostanziale indegnità.
Fu la prima volta che sentii di odiare fermamente qualcuno.
Quando ci fermammo era pomeriggio inoltrato. Il profumo intenso del mare aveva sostituito quello rassicurante delle campagne e la calura era mitigata da una carezzevole brezza salata.
Io socchiusi gli occhi,risvegliandomi da un brevissimo sonno che mi aveva stordito.
La piccola scaramuccia verbale che colsi mi giunse all'orecchio prima dell'immagine di Lidia e del nostro accompagnatore, in piedi davanti all'auto, l'uno di fronte all'altra.
Di fronte a noi una magnifica spiaggia semi deserta, nonostante il caldo.
- Cosa vuol dire che dobbiamo andare a una festa sta sera. Siamo appena arrivati, sono stanca..-
- Cosa credi, che per fare un provino basti il tuo bel musetto? Devi conoscere gente, farti vedere. Sta sera andiamo nella tenuta di un mio amico, e ti presento un po' di persone del cinema. Mi devi far fare bella figura, non puoi mica venire così.-
- E come ci vengo scusa. Va bene quel vestito che ti ho fatto vedere? Quello di mia mamma? Me lo sono portato...-
- No, no. Niente roba da straccioni. Tu aspetti qui che ti vado a rimediare qualcosa di carino-
- Mia madre non è una stracciona - mia sorella si scansò di colpo, allontanandolo con la mano, mentre uno splendido broncio che le increspava il viso – e poi sta sera non vengo da nessuna parte. Dove la metto la piccola? Non può mica aspettare fuori ti pare?-
Il viso di lui si fece scuro e, per un momento, sembrò snudare i canini, livido per un accesso di rabbia improvvisa e difficile da controllare.
- Ascolta carina, ho già avvertito i miei amici che saresti venuta, quindi poche storie.-
Di fronte all'espressione sgomenta di Lidia il tono si addolcì di colpo, condito da un buffetto sul viso – insomma non vorrai rinunciare a un bel vestitino? Per tua sorella poi non ti preoccupare. La tenuta è grande e ha molte stanze. La faremo accomodare per la notte, e riposerà tranquilla fino al mattino.-
Non protestai nemmeno. Mi limitai a scendere dall'auto e percorrere la breve distanza che mi separava dalla spiaggia, avvicinandomi alla bianca schiuma marina che ritmicamente ne bagnava i lembi, mentre il mio cuore batteva all'impazzata.
- Resta qui disse – porgendo a Lidia la piccola valigia che si era portata - ci metto poco. Tornerò con un vestitino e un paio di scarpe da fare invidia alla Valli - le disse strizzando l'occhio, mentre lei si guardava i piedi con le braccia conserte, ancora scura in volto.
- E io nel frattempo che cosa faccio?- chiese con voce bambina.
Lui frugò in auto e le porse un giornale datato 28 maggio e una copia di Oggi vecchia di quasi un mese, con una bella immagine di Grace Kelly in copertina.
Il broncio di Lidia non accennò a distendersi: - il giornale è di ieri e la rivista è vecchia.-
- Li hai già letti? - chiese sornione il cavaliere, che nel frattempo aveva raggiunto il posto di guida.
- Beh, no -
- Allora per te sono nuovi bimba. Ci vediamo tra un'oretta - disse partendo in sgommata,, inseguito da una nuvola densa di gas di scarico.
Mia sorella si girò verso di me, e mi raggiunse, allungandomi la rivista.
Poi si sedette sulla propria valigia, avendo cura di distendere la gonna in maniera da evitare pieghe, e si mise a leggere.
Feci per dire qualcosa, ma cogliendo l'espressione delusa, mi limitai a sdraiarmi utilizzando la rivista come divisorio, per evitare che la sabbia mi inzaccherasse i capelli.
Mi sarei goduta per un poco la calura, riordinando i pensieri che si inseguivano nella testa come onde.

Era buio pesto. Percepivo distintamente il ritmico susseguirsi dei tonfi liquidi, provocati da una remata regolare.
Mi trovavo sdraiata a faccia in giù su una superficie ruvida e impregnata di odore di alghe, pesce e salsedine, mentre sulla mia faccia riccioli neri e fradici si aggrovigliavano come nidi di serpi.
Avevo freddo, e una nausea ripugnante mi serrava lo stomaco.
Sopra di me due voci maschili. Una fin troppo nota, mentre l'altra sconosciuta.
- Tra poco ci siamo. A breve la possiamo buttare. Le correnti faranno il resto -
- Sei sicuro? Non è che ce la ritroviamo sulla spiaggia tra un paio di giorni? Non voglio correre rischi. Lo sai in che posizione mi trovo -
- Tranquillo. Ne ho già curati altri di questi affari. Se anche il mare la risputa con un paio di telefonate all'ufficio di medicina legale risolvo. Né droga, né alcol né altro. Un incidente come tanti-
- Senti ma poi che le hai dato per ridursi così-
- Ma niente, poca roba. Giusto per aiutarla a sciogliersi. Questa si credeva d'esser lì per chiacchierare. Che ne sapevo che crepava -
- Certo che era bella -
- Ma chi, questa? Una come tante. Non era nessuno. Ecco siamo arrivati. Aiutami a buttarla a mare-.
Sentii mani fredde e umide prendermi da sotto le ascelle e per le caviglie.
Non riuscivo a muovermi o a gridare, ridotta a una bambola di pezza.
Mi svegliai poco prima di toccare le gelide onde del mare.
Era un incubo. Vivido e nero come la pece.
Scattai verso l'alto e mi gettai tra le braccia di mia sorella, che cercava di tranquillizzarmi, anche se non capivo cosa mi stesse dicendo, scossa com'ero dai singhiozzi.
Le raccontai d'un fiato ogni particolare di quella raggelante percezione onirica.
Alla fine mi calmai. Lei mi asciugò le lacrime con un sorriso adulto che non riconoscevo.
Poi mi disse, ferma e sicura: - non era un sogno piccola, era un messaggio -.
Mi porse il giornale del giorno prima; un lungo articolo raccontava la storia di un'assoluzione, e di un delitto rimasto misteriosamente impunito.
- La vittima si chiamava Wilma. Voleva fare l'attrice e poi non si sa che cosa sia successo. Quel che è certo è che il suo corpo è stato trovato su questa spiaggia quattro anni fa.-
Il mare non se l'era sentita di custodire un segreto così sordido e lo aveva portato a riva, perché fosse la spiaggia a conservarne le tracce, a futura memoria.
Quella donna, che non era nessuno aveva chiesto al mare e alla sabbia di portarci un messaggio, e la sua preghiera di sfortunata nereide era stata esaudita.
Guardai negli occhi mia sorella e le chiesi: - ora cosa facciamo?-
Mi carezzò il mento, con gesto abituale, bella e fiera come mai nella vita, e poi mi prese per mano.
- Torniamo a casa in treno bambina.-


Commenti

pubblicato il mercoledì 8 luglio 2015
pepper, ha scritto: Che dire? Lo trovo davvero bello
pubblicato il mercoledì 8 luglio 2015
whitelord, ha scritto: Ho avuto la sensazione di trovarmi a guardare un quadro, uno dei pochi che valgono più della loro cornice. Un costrutto inusuale, sorprendente e particolarmente affascinante per raccontare una storia cruda, di quelle che non si vorrebbero sentire, ma che accadono anche vicino a noi. Il tutto raccontato da dentro, non filtrato, senza false timidezze. Bello, mi è piaciuto molto. Brava.
pubblicato il giovedì 9 luglio 2015
ValeriaMunari, ha scritto: Grazie a entrambi. Mi è piaciuto scriverlo, e sono contenta che il riflesso offerto sia positivo.

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