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lavoro pubblicato martedì 7 luglio 2015
ultima lettura venerdì 29 maggio 2020

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Il velocista e il marciatore

di vecchiofrack. Letto 547 volte. Dallo scaffale Filosofia

Il velocista e il marciatoreCapitava ancora ad Aldo Pennabianca, specchiandosi ogni mattina prima di uscire da casa, di vedersi come erede del grande giornalista, Indro Montanelli; probabilmente ciò era dovuto alla struttura fisica segaligna, si...

Il velocista e il marciatore

Capitava ancora ad Aldo Pennabianca, specchiandosi ogni mattina prima di uscire da casa, di vedersi come erede del grande giornalista, Indro Montanelli; probabilmente ciò era dovuto alla struttura fisica segaligna, sicuramente non ad abilità e carisma.
Quando fu assunto come giornalista nella redazione del quotidiano della provincia, già si vedeva, come seppe fare il suo mito, fondare una nuova testata; con gli anni, ed erano oramai quattro, ridimensionò leggermente le sue ambizioni.
Un anno dopo si sarebbe accontentato della direzione del più importante quotidiano nazionale, due anni dopo della direzione del quotidiano provinciale in cui lavorava e tre anni dopo della nomina a caporedattore.
E nonostante non avesse ancora raggiunto nemmeno l’obiettivo minimo, l’impegno profuso e la voglia di emergere erano ancora quelli del primo giorno; correva come un ossesso, al volante della sua Fiat Multipla a metano, da un angolo all’altro della provincia, raccattando servizi di ogni genere da presentare al direttore, sperando di ottenere oltre al: “Bravo!”, di circostanza, l’agognato salto di categoria.
Nonostante il direttore cercasse di farglielo capire in tutte le maniere, non aveva ancora ben compreso che i suoi articoli serviti in quantità industriale difettavano della necessaria qualità e, come in ogni cosa nella vita, quando si predilige la quantità a scapito della qualità, non si fa molta strada; ma fintantoché non lo avrebbe capito autonomamente, sorretto e spinto dal sacro fuoco del giornalismo, avrebbe continuato a correre a destra e a manca, consumando gomme e metano senza arrivare da nessuna parte.

Quella mattina, dopo aver salutato prima la moglie poi il suo: Dio del giornalismo, riflesso nello specchio, uscì da casa, salì sulla Multipla e partì a spron battuto a caccia di nuovi servizi; aveva in programma ben tre interviste, da portare a compimento prima delle due pomeriggio per poter, di seguito, scrive gli articoli da presentare al direttore, sperando che almeno due trovassero spazio sull’edizione del mattino seguente.

Doveva correre se voleva arrivare in tempo al primo appuntamento, fissato per le nove al bivio per: Borgo delle quattro case, si chiamava proprio così la minuscola frazione immersa nella campagna raggiungibile attraverso una strada bianca che, staccandosi dalla provinciale s’immergeva fra distese di granturco a perdita d’occhio.

Un uomo sulla sessantina, appoggiato alla portiera della sua Panda quattro per quattro, lo attendeva all’inizio della strada bianca; quando lo vide arrivare, con un cenno della mano lo invitò a seguirlo, poi salì in macchina e partì.
Aldo lo seguiva tenendosi a debita distanza dal gran polverone alzato dalle ruote della Panda: “Sono davvero quattro case scalcinate, come si può vivere qui?”, si chiese guardando le quattro case, due per lato, che si affacciavano sulla strada.
La Panda si arrestò in uno slargo dopo l’ultima casa a sinistra della strada, l’uomo scese e fece segno ad Aldo di parcheggiare dietro la Panda.
Aldo parcheggiò, scese e, insieme all’altro, si diresse verso l’uscio della prima casa: “A quest’ora starà facendo colazione, pane raffermo spezzettato nel latte caldo!”, lo informò l’uomo, aprendo la porta.

“Sono io papà!”, esclamò dopo aver aperto la porta, rispondendo al: “Chi va là!”, perentorio esclamato dal genitore.
“Il giornalista che ti vuole intervistare è arrivato.”, aggiunse indicando Aldo.
Il vecchio appoggiò il cucchiaio nella tazza: “Come si chiama?”, chiese fissandolo nello sguardo, con un tono di voce basso ma chiaro.
“Aldo Pennabianca, le auguro altri cento di questi giorni!”, rispose prontamente.
“Lasci perdere le frasi di circostanza… che portano pure rogna.”, replicò scocciato il vecchio alzandosi dalla sedia: “Giovanni Lungamarcia, piacere di conoscerla!”, esclamò stringendogli la mano.
“Andiamo a sederci fuori, al sole.”, aggiunse poi, avviandosi con passo lento ma sicuro verso la porta opposta a quella che si apriva sulla via.
Aldo e il figlio lo seguirono; dietro la casa un piccolo orto colorato e ben curato catturò lo sguardo di Aldo: “Pomodori, insalata, fagioli, c’è di tutto, complimenti!”, esclamò sorpreso.
“Grazie, l’orto è la mia passione, lo curo personalmente.”, disse inorgogliendosi Giovanni: “Sediamoci là!”, aggiunse subito dopo, indicando due sedie e un tavolino di ferro di colore verde sistemate sotto un pergolato di uva bianca.
Aldo lo seguì e, osservando ammirato la figura leggermente incurvata dell’uomo, dai capelli radi che parevano lievitare sopra al cranio come una nuvoletta bianca screziata di grigio, pensò a quanto sarebbe stato bello arrivare fino a cento anni mantenendo l’invidiabile forma fisica e la lucidità mentale di quel vecchio contadino.
“Sono subito da lei!”, esclamò Giovanni rivolgendosi ad Aldo, il quale per rispetto attendeva in piedi che si accomodasse per primo.
“Intanto che parlo con il ragazzo…”, così apostrofò il trentenne Aldo, sconcertandolo per un attimo, “tu vai in paese a fare la spesa; mi manca il riso, il caffè e dell’altra roba che adesso non mi ricordo… prendi la lista che ha fatto Pasqualina, è sulla credenza, lì c’è scritto tutto! E ricordati del pane! Non come l’altro giorno che te ne sei dimenticato!”, concluse, rimproverando il figlio.
“Papà avresti potuto chiamarmi, sarei tornato a prenderlo e te lo avrei portato.”, replicò imbrunendosi il figlio, sentendosi ingiustamente colpevolizzato.
“Non voglio esserti di peso più di tanto, hai la tua famiglia, poi chi la sente tua moglie.”.
“Ma papà cosa stai dicendo, lo sai che Anna ti vuole bene dell’anima!”, ribatté, difendendo la moglie messa in cattiva luce davanti a un estraneo.
Giovanni sorrise beffardo, mostrando una dentatura ancora in buono stato: “Aldo lo sa che sto scherzando… vero?”, gli chiese.
Aldo annuì: “Hai visto, ora vai che io e Aldo dobbiamo parlare:”, tagliò corto Giovanni, rivolgendosi al figlio.
“Glielo affido, tornerò fra una quarantina di minuti, va bene per lei?”, chiese il figlio ad Aldo.
“Guarda che io non ho bisogno di essere affidato né a lui né a nessun altro! So curarmi benissimo da solo!”, replicò piccato Giovanni, prima che Aldo avesse il tempo di rispondere alla domanda di suo figlio.
Il figlio allargando le braccia, per non innescare ulteriori polemiche, chiosò regalando al vecchio genitore un amorevole sorriso.
Aldo guardò l’orologio: “Quaranta minuti saranno più che sufficienti, avevo preventivato mezz’ora perché subito dopo devo correre da tutt’altra parte, ma ce la farò ugualmente, vada pure.”

“E’ rimasto solo lei a vivere quaggiù?”, chiese Aldo, quando si furono accomodati.
“Fino a due anni fa sì! Da quando è morta mia moglie ho vissuto diciotto anni solo. Poi i miei figli, ne ho quattro, due femmine e due maschi, mi hanno rotto i maroni e alla fine stufo di sentirmi dire ogni giorno; che non riuscivano a prendere sonno, che se mi fosse capitato qualcosa il rimorso di avermi lasciato solo non li avrebbe più abbandonati… li ho accontentati! Da allora Pasqualina viene qui alle sei di sera e se ne va alle sei del mattino. Così, secondo loro, quella lì che è messa peggio di me, è mezza cecata e ha l’artrosi dell’anca, se mi dovessi sentire male mi aiuterebbe. Pensi che un mese fa si è sentita male lei e ho dovuto star su tutta notte a confortarla, - Oggi dovresti essere tu a pagarmi lo stipendio. -, le dissi il mattino seguente.”, concluse ironicamente Giovanni.
La battuta strappò un sorriso ad Aldo: “Quanti anni ha Pasqualina?”, gli chiese, mentre prendeva il piccolo registratore dalla tasca della giacca.
“Dovrebbe averne circa sessantacinque… ma non ne sono mica tanto sicuro… secondo me è lei che ne ha cento e io solo sessantacinque. Mi sa che l’intervista avrebbe dovuto farla a lei.”, rispose con sagace ironia.
Aldo schiacciò un tasto del registratore, fece una prova per testarne il funzionamento, poi lo appoggiò sul tavolo.
“E quella roba lì?”, chiese Giovanni aggrottando le sopracciglia grigie e spesse.
“Registro l’intervista.”.
“Non si usa più scriverle?”.
“Ancora, poi quando torno al giornale la scrivo; è per velocizzare i tempi. Dopo la sua mi aspettano altre due interviste, se dovessi scrivere ogni domanda e la successiva risposta, non farei attempo a concludere il lavoro prima che il giornale vada in macchina.”.
“Figliolo, lei corre troppo, se lo lasci dire da uno che la sa abbastanza lunga; se continua a correre, finirà col fermarsi prima.”, lo redarguì bonariamente Giovanni.
“E’ il mondo che corre, se vuoi tenere il passo devi correre anche tu!”, sospirò Aldo.
Giovanni lo guardò stranito, scosse il capo e lo corresse: “Il mondo gira sempre alla stessa velocità, è la mente umana che corre verso la follia!”.
Rifletté un attimo, poi gli chiese: “M’incuriosisce questa sua strampalata teoria… vorrei sapere dal giornalista venuto a intervistare un centenario per capire come si può vivere tanto a lungo, qual è la sua aspettativa di vita?”.
Aldo ci pensò, poi rispose con un’altra domanda: “Sinceramente non me lo sono mai chiesto. Me lo dica lei che ha raggiunto il secolo alla grande, qual è il segreto della longevità?”.
Giovanni sorrise: “In primo luogo, ci vuole una buona dose di fortuna… la mia buona stella mi fece nascere, di sana e robusta costituzione, nel giugno del 1900, giusto in tempo per non essere richiamato durante l’ultimo anno della prima guerra mondiale e nemmeno nell’ultimo della seconda. Il resto ce l’ho messo di testa mia, imparando a marciare al ritmo del tempo e delle stagioni.”.
“Al ritmo del tempo e delle stagioni.”, ripeté Aldo corrugando la fronte: “E come si fa?”, chiese alla fine incuriosito.
“Certamente non come sta facendo lei!”, esclamò Giovanni, forzando il tono, quasi lo volesse rimproverare, poi tornando su toni più consoni alle provate corde vocali, proseguì indicando l’orto: “In primo luogo, nutrendomi con quello che la terra mi offre stagionalmente. Senza andare a cercare le ciliegie a gennaio. Solo frutta e verdura di stagione. Ma questa non è la parte più importante. Quello che conta è vivere marciando e non correndo!”.
“Vivere marciando e non correndo… interessante.”, ripeté ancora un sempre più coinvolto Aldo.
“Il genere umano è diviso sostanzialmente in due sottospecie… da una parte i marciatori, e dall’altra i velocisti.”, proseguì Giovanni indicando prima se stesso e di seguito il suo interlocutore.
“Io sarei un velocista?”, chiese Aldo.
“Della peggior specie!”, confermò Giovanni, precisando: “Di quelli che pur sapendo di farsi male, continuano a correre più veloci del tempo per mettere il naso davanti al suo competitore.”.
“E secondo lei cosa dovrei fare… se non è già troppo tardi?”.
“Rallentare, smettere di correre veloce e marciare al passo del suo tempo.”.
“Al passo del mio tempo… e io che credevo di avere un Angelo Custode, invece di un tempo personale, che mi seguisse.”, disse con un filo d’ironia Aldo.
“Scherzi pure, ma io seguendo il ritmo naturale del mio tempo, sono arrivato al secolo di vita; voglio proprio vedere, correndo come un disperato contro il suo tempo, dove si fermerà lei con la lingua di fuori!”.
“Sono consapevole che arrivare a tagliare il traguardo del secolo, oggigiorno, con i ritmi stressanti che ci impone il nostro modello di vita, sarà una chimera.”, disse Aldo, piegando amaramente le labbra.
“Cambi modello di vita! Questo più che di vita lo chiamerei di morte!”, esclamò Giovanni.
“Facile a dirsi, per lei che ha vissuto un’altra epoca, più a misura d’uomo.”, replicò Aldo.
“A misura d’uomo, con due guerre mondiali di mezzo?”, chiese Aldo, evidenziando una punta di amaro sarcasmo.
“Ha ragione, mi scusi.”, rispose contrito Aldo: “Ma allora è come penso io; è solo questione di fortuna!”, concluse convinto.
“Fortuna… e testa!”, esclamò Giovanni, portandosi l’indice della mano destra alla tempia, chiudendo definitivamente l’argomento.
Poi l’intervista proseguì, per un’altra ventina di minuti, toccando altri e più semplici temi.

“Eccomi qua, ci ho messo qualche minuto in più, alle casse del supermercato c’era la fila; spero che mio padre non l’abbia annoiata.”, disse il figlio arrivando sotto il pergolato, dopo aver posato le buste della spesa sopra al tavolo della cucina.
“Assolutamente, no! E’ stato piacevole e istruttivo dialogare con suo padre.”, disse Aldo alzandosi dalla sedia: “Ma ora devo proprio scappare!”, concluse guardando l’orologio.
Salutò Giovanni che lo gratificò di un ultima perla di saggezza; poi, accompagnato dal figlio si incamminò verso la porta di casa.

“Impari a marciare, non corra, i velocisti fanno cento metri, massimo duecento, poi scoppiano; i marciatori, cinquanta chilometri sicuri, ma possono arrivare tranquillamente anche a cento!”, l’ultima perla di saggezza risuonava nella mente di Aldo, mentre correva verso il prossimo appuntamento, digitando il numero dell’uomo da intervistare sul cellulare per avvertirlo che sarebbe giunto in leggero ritardo.
Non giunse in ritardo, e nemmeno in anticipo, semplicemente non giunse; perché la sua veloce vita si arrestò contro un platano ai lati della strada, mentre correva oltre il limite consentito digitando un numero sul cellulare.

FINE



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