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lavoro pubblicato lunedì 6 luglio 2015
ultima lettura mercoledì 20 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Io sono

di DanielTeng. Letto 503 volte. Dallo scaffale Pulp

Sono un ex-tossicodipendente, sono una prostituta, sono un magazziniere, sono un calciatore squalificato per quattro giornate, sono una casalinga, sono in macchina in autostrada, sono una disoccupata, sono un operatore ecologico, sono un politico, s.....

Sono un ex-tossicodipendente, sono una prostituta, sono un magazziniere, sono un calciatore squalificato per quattro giornate, sono una casalinga, sono in macchina in autostrada, sono una disoccupata, sono un operatore ecologico, sono un politico, sono una professoressa di scienze, sono un laureato che vive con i suoi, sono un pensionato che campa con cinquecento euro al mese, sono un falegname che deve abbassare la radio, sono appena diventata mamma, sono molto simpatico, sono gay...

Iniziai a lavorare, per un importante emittente radiofonica privata nazionale, dopo avere passato tre selezioni. Stavano cercando un giovane attore, per sketch e cose del genere, da inserire in alcune trasmissioni live. Quando mi dissero che avevano scelto me, ero pazzo di gioia! Tanti sforzi, alla fine, erano serviti a qualcosa, avevo fatto bene a non mollare con la recitazione e le imitazioni. Sarebbe stato il mio trampolino di lancio...
Furono molto professionali, tutto in regola naturalmente, anche se lo stipendio inizialmente non poteva essere nulla di particolare; ma ero appena arrivato, dovevo accontentarmi... Immaginavo tavole rotonde, per preparare i programmi, con i deejay, autori e speaker, seduto fianco a fianco con loro, mi vedevo davanti a dei grandi microfoni...
Non incontrai mai nessun deejay, nonostante i programmi fossero tutti “in diretta” e quelle persone fisicamente presenti negli studi durante le ore di trasmissione.

Il primo giorno, una bionda assistente quarantenne mi accompagnò in una piccola stanza, dove c'erano una economica poltroncina girevole, una semplice scrivania con sopra un monitor e una cuffia-microfono poggiata sul piano in fòrmica. Mi spiegò velocemente cosa dovevo fare: «Vedi? Qui hai la “scaletta” dei programmi. Gli interventi degli ascoltatori che telefonano sono previsti dalle otto fino alle diciannove. Prima e dopo questo orario, c'è solo un deejay e della musica, capito? Ma questo non ti deve interessare, intesi? Allora... I tuoi “momenti” sono segnati qui sulla scaletta, chiaro? Inoltre, c'è un timer che appare sul monitor dove puoi anche vedere i deejay in studio. Ci sarà un countdown e i deejay ti chiameranno col nome che potrai leggere qui in scaletta. Ovviamente devi avere la cuffia-microfono sempre in testa! Quando non devi fare nulla, il tuo audio e il microfono vengono chiusi. Vedi, qui? Alle otto e venticinque, poco prima delle news e della pubblicità, sarai Giorgio che chiama da Bari, ti faranno una domanda sul lavoro, la disoccupazione in Puglia, e via così... Cerca di essere naturale, anche imbarazzato a seconda di quello che ti chiedono, fai bene la tua parte! E' tutto scritto, non puoi sbagliare, quello è il grande lavoro degli autori...» Io annuivo di continuo, quella donna non mi dava l'opportunità di fare una domanda!
Bruscamente, buttai lì qualcosa: «Ma le persone che ascoltano non si accorgono che sono sempre io che parlo, ogni venti o trenta minuti?!» Mi rise in faccia. «Ma sei un attore o no?! Ti hanno assunto per questo, pirlone. Naturalmente devi cambiare voce, imitare anche qualcuno di famoso, così i deejay possono farlo notare agli ascoltatori che tu sembri Raoul Bova, o chi ti pare a te... Leggi. Alle undici e venticinque devi fare Gemma da Frosinone, una segretaria che ha scoperto, controllandogli lo smartphone, che il marito la tradisce; mi raccomando l'accento ciociaro... Ti ho detto tutto; lì hai dell'acqua, alle dodici e trenta puoi staccare quarantacinque minuti per la pausa pranzo. Ciao, caro...»

Sembrava folle e col passare dei giorni la situazione non migliorò. Quando giungevo agli studi, la bionda saltellava verso di me con la cartellina della scaletta del giorno, mi prendeva sottobraccio e mi portava nel mio stanzino: «Se vuoi un caffè, te lo porto io, ok?» Non l'ascoltavo. Un giorno le chiesi: «Ma i deejay, gli autori, non li vedrò mai? C'è una possibilità di incontrarli?» Lei si sfilò gli occhiali, mi rispose offrendomi uno sguardo viscido e un atteggiamento protettivo verso qualcuno: «No... Ascolta, intanto loro arrivano sempre pochi minuti prima dell'inizio dei programmi e poi questo è voluto dal network. Non ci devono essere contatti tra i deejay e l'attore che interpreta le persone che telefonano, perché in diretta potrebbe venire meno la spontaneità da entrambe le parti!»
Mi sentivo sempre più una cosa usata...

Scoprii che non ero solo io a fare le finte telefonate. Era impossibile fosse così: c'erano giorni in cui facevo poche interpretazioni. Un martedì, arrivai qualche minuto in anticipo, non c'era neanche la collaboratrice con la sua fottuta cartellina, vidi una donna robusta entrare in una stanza, una decina di metri dopo la porta del mio buco. Aveva in mano dei fogli identici a quelli che venivano consegnati a me: sicuramente la scaletta del giorno con le sue parti da eseguire. Forse lei era abile a fare voci maschili, così come io ero molto bravo a fare quelle femminili, ma il mio audio era aperto solo quando toccava a me e non lo seppi mai. C'era qualcun altro, oltre a noi?

Sono stata molestata in metropolitana, sono un bamboccione, sono una ragazza di quarant'anni, sono lesbica e mi voglio sposare, sono uno che fa jogging ogni giorno, sono qui a Mondello è aprile e vado già al mare, sono un co.co.co, sono una fan di Vasco e lui non è vecchio, sono per l'eutanasia, sono un portuale e mi faccio il mazzo, sono per il reddito di cittadinanza, sono una cosplayer, sono un vuoto a perdere, sono imbarazzata se mia madre mi riprende in pubblico, sono fidanzato con un gay che va al gaypride...

Un mattino, trovai la bionda di quarant'anni meno carica e vitale del solito. Appena entrati nella stanza dove lavoravo, la feci parlare. Le chiesi se al mio posto c'era qualcuno, prima di me. Mi disse di sì, che era quello il motivo del suo viso cupo e malinconico. Era un trentottenne che, guarda caso, si chiamava come me, si era seduto davanti a quel monitor per sei mesi, poi annunciò che stava per lasciare. Si era accordato per un lavoro in Afghanistan, non poteva andare avanti, in radio, perché non ce la faceva più. La donna si mise a singhiozzare, pensai potesse essere accaduto qualcosa a quell'uomo ma i tormenti che la facevano soffrire erano dovuti ad altro. Lei, semplicemente, lo amava ma lui non era più parte della sua vita.

Io non trovai un altro lavoro, nemmeno in Afghanistan, in Siria, in Iraq o in altri posti paragonabili all'inferno. Cominciai a comportarmi in modo bizzarro, a pisciare seduto sulla tavoletta del cesso come una donna, con le gambe un po' piegate all'indietro; appena alzato dal letto credevo di essere Teresa, la pescivendola di Napoli. Al bar sotto casa, rischiavo di prendere schiaffi ogni lunedì mattina e mandavo affanculo chiunque scherzasse sul calcio, convinto di essere Luigi, l'ultrà dell'Atalanta che non può più entrare allo stadio. Quando mi chiamavano col mio nome, rispondevo in falsetto perché il mio cervello capiva Livia, la sindacalista di Torino...

Sono senza figli, sono stato bocciato, sono senza televisore, sono una donna delle pulizie, sono un camionista che frega l'autovelox, sono dislessico, sono stata operata quindici volte dal chirurgo estetico, sono un tiratardi, sono stata a Cuba, sono un prete che combatte la pedofilia, sono bravo a fare la pizza, sono una voltagabbana, sono pieno di tatuaggi e piercing, sono assolutamente contro l'aborto, sono assolutamente per la liberalizzazione delle droghe leggere, sono senza dio, sono fottuto, sono fottuto...

Una flebo rilasciava liquido nella vena del braccio, avevo un ago piantato sul cazzo, mi sembrava costantemente di farmela addosso, l'urina scendeva goccia dopo goccia in un sacchetto attaccato sotto al letto.

Sono Fulvio.


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