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lavoro pubblicato lunedì 6 luglio 2015
ultima lettura giovedì 14 marzo 2019

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ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE # 8 - SQUAME

di PatrizioCorda. Letto 501 volte. Dallo scaffale Fantasia

Ogni foresta, calata la notte, si popola. La vita prolifera non meno di quanto non faccia durante la giornata, ed esseri timidi e dalle movenze sfuggenti reclamano la loro porzione di mondo senza far rumore. I rumori di quella notte però divenne...

Ogni foresta, calata la notte, si popola. La vita prolifera non meno di quanto non faccia durante la giornata, ed esseri timidi e dalle movenze sfuggenti reclamano la loro porzione di mondo senza far rumore. I rumori di quella notte però divennero ben presto veri e propri tumulti e io, da buon nottambulo, fui il primo a rendermi conto del dramma imminente.
Dapprima, sentii delle irregolarità nel fluire dell'acqua del fiume. Il suono della cascata mi aveva cullato e portato al sonno più facilmente del solito, ma a un certo punto sentii come delle pause nel flusso, seguite da piccoli passi sull'erba. Aprendo pigramente gli occhi, vidi alla fioca luce degli ultimi tizzoni accesi una strana creatura camminare spaesata lungo la riva del fiume. Era un tozzo lucertolone dal verde intenso, con numerose pieghe sul collo e una lunga coda. Probabilmente era venuto giù involontariamente, trascinato a valle dalla cascata, e ora si ritrovava perso in un ambiente non suo. Compassato e lento, si avviò nella foresta a pochi metri da noi, generando uno scricchiolio nel sottobosco circostante. Era una creatura buffa, quasi fuori posto in quel regno di primati e mezzi umani. Altre lucertole, ben più piccole, presero poi a sgusciare tra i ciuffi d'erba, e l'aria si riempì di insetti e libellule luccicanti che guizzavano illuminate dal fuoco. L'umidità notturna aveva dato il via libera a questi esseri sconosciuti, e lo spettacolo dei loro colori aveva ravvivato la notte grazie alla loro innocua presenza. Stetti seduto a gambe incrociate ad ammirare quello spettacolo per ore, notando di tanto in tanto nuove specie. Piccoli e velocissimi roditori uscivano dalla foresta, raccogliendo rimasugli di bacche e avvicinandosi all'acqua del fiume agitando lunghe code morbide e voluminose. Il loro zampettare era simpatico e non angosciante come i passi delle bestie che dormivano accanto a noi, e osservarli mi allontanò momentaneamente dalla nostra tragica situazione.
Molto presto però, il sottobosco e la foresta presero a proporre esemplari ben più minacciosi di quei piccoli esseri. Come per l'arrivo del primate rosso, che ora dormiva sereno come un bimbo, un crescente fruscio di rami e arbusti precedette l'ingresso del visitatore. A differenza del sovrano dei primati, nessun verso era udibile in lontananza, e stetti in silenzio ad osservare lucertole e roditori scappare via dopo essersi fermati e aver ascoltato in direzione della foresta di fronte a loro. Pensai che si dovesse trattare di un essere davvero lento e imponente, se tardava tanto a manifestarsi. Effettivamente fu così, ma non fu nulla di quello che mi sarei aspettato. Avevo passato gli ultimi due giorni a scoprire e combattere nuove razze di primati, e adesso mi trovavo ad osservare un lungo rettile di un verde acceso con un'altissima cresta rossa che gli cresceva lungo tutta la schiena. Si muoveva su quattro zampe quasi radenti al suolo, e questo impediva parecchio il suo incedere, vista anche la lunghissima coda che si portava dietro. A differenza del lucertolone venuto prima di lui, questi aveva un arsenale di denti bianchi e aguzzi, che quasi brillavano al buio. Si guardò attorno brevemente prima di produrre un verso simile a un sibilo raschiato, avviandosi verso la nostra sponda di fiume. Mentre era immerso in acqua, un altro di quei goffi lucertoloni venne giù trascinato dalla corrente. Il rettile immediatamente lo afferrò con la bocca e prese a scuoterlo con la testa, affondando i denti nella carne del malcapitato simile.
I versi del povero animale indifeso svegliarono alcuni primati sugli alberi, che si sporsero per osservare la scena, salvo poi ritornare piagnucolando ai loro rami ben più sicuri. In tutto questo il gigantesco scimmione rosso continuava a dormire beato, e la cosa mi lasciò stupito al punto da trovare la cosa ironica, se non proprio divertente. Ciò che restava della carcassa della lucertola finì ai piedi della cascata con un sonoro tonfo, schizzando acqua dappertutto. Ora, il rettile crestato si apprestava a metter piede sulla nostra riva. Allarmato, svegliai Guashi e TeePaa, già turbati in parte dal crescente mormorio proveniente dai rami.
«Ma che razza di bestia è mai quella? È uno scherzo della natura!» esclamò Guashi alzandosi in fretta e furia facendo forza sulle ginocchia. Una guardia lo afferrò a un braccio pensando volesse scappare, ma rimase interdetta quando vide cosa aveva attirato l'attenzione dei suoi prigionieri e di tutti gli altri. Svegliò subito gli altri tre, indicando con versi brevi e nervosi l'animale che camminava lento verso la foresta, con ormai solo la coda bagnata dall'acqua del fiume. Sui rami i cuccioli piangevano e le femmine strillavano, e nessuno si azzardò a scendere, restando in cima agli alberi e sperando che la minaccia fosse solo di passaggio.
Quando però il rettile fu completamente fuori dall'acqua, alcuni dei primati appollaiati sugli alberi decisero finalmente di scendere e tentare di scacciarlo, imbracciando rami alla maniera di bastoni e provando ad intimidirlo coi versi più aggressivi che poterono produrre. L'enorme cresta rossastra dell'animale sembrò dilatarsi, e la sua bocca mostruosa si strinse, rivelando una sequela pressoché interminabile di denti acuminati e lunghi almeno quanto una nostra mano.
«Forse potremmo provare a scappare, ora» suggerì TeePaa, «sembrano abbastanza distratti». Mi guardai attorno, provando a trovare uno spiraglio per fuggire da quella spinosa situazione, ma le nostre guardie continuavano a circondarci, sbarrandoci la strada tenendo le lunghe braccia distese e formando una barriera pressoché impenetrabile.
«Nulla da fare, ci controllano nonostante il pericolo» risposi irritato «Siamo prede più preziose di quanto pensassimo. Piuttosto non capisco come possa quel bestione dormire così beatamente con tutto il casino che sta succedendo» dissi indicando col capo lo scimmione che continuava a riposare, con la testa inclinata a destra e le braccia lungo il corpo. Ero sempre più convinto che i suoi comportamenti assomigliassero a quelli di un bimbo capriccioso, e che fosse un capo fresco di elezione. Non volli neanche pensare dall'unione di quali esseri fosse nato. Intanto, il lungo rettile dalla cresta rossa continuava a tenere a bada i primati, per quanto avessi sperato succedesse l'opposto. Usando la coda, sferrava fendenti fulminei e di grande potenza, facendo spesso centro e mandando a terra gli ominidi, che man mano avevano preso a retrocedere.
Ormai una trentina dei nostri rapitori era scesa dagli alberi, sperando di cacciare l'aggressore notturno con un attacco di massa. Ma il finimondo stava per scatenarsi. Dalla stessa zona da cui era uscito quel rettile si udii un fortissimo suono di rami e piante calpestate a gran velocità, e un crescendo di versi rochi e prolungati simili a quelli della bestia appena arrivata. Dalla foresta apparirono altri rettili, ma ben diversi dal loro predecessore. Alla luce del fuoco, questi apparivano come esseri dai colori cangianti, talvolta color oro, talvolta arancioni o verdi, con ampie striature nere e rosse lungo tutto il corpo. Stavano eretti sulle zampe posteriori, che parevano essere molto possenti e che erano munite di artigli spropositati, specie in proporzione agli arti anteriori, gracili e poco sviluppati. Anche la coda era assai lunga, e infatti parevano svilupparsi più in lunghezza che in altezza, sembrando abbastanza bassi ma non per questo meno temibili.
Il loro gracchiare collettivo sollevò un frastuono assordante, che portò l'attenzione di tutti verso di loro. Guardando a destra e a sinistra in maniera quasi ossessiva, presero a saltellare lungo le sponde del fiume, scavalcandolo con balzi impressionanti. Giunti sulla nostra sponda, presero a correre a una velocità allucinante, e uno di loro abbrancò da dietro un primate che aveva dato loro le spalle. Attaccavano con grandi balzi, piombando sulla preda con le zampe posteriori e poi dilaniandola con l'artiglio più letale, che era enormemente più grande e ricurvo degli altri. Una volta agganciato l'obiettivo poi lo immobilizzavano con le loro fauci, iniziando a farne scempio nutrendosene. Alcuni di loro vennero scacciati con fortunosi colpi di bastone, ma ben presto alcuni primati caddero vittime di quegli esseri rapidissimi e imprendibili. Notai che alcuni di loro, leggermente più grandi, avevano anche un accenno di piumaggio sul capo e lungo le zampe anteriori, con colori che variavano dal rosso al giallo fino all'azzurro chiaro. Era una popolazione eterogenea e soprattutto pericolosissima.
L'altro grosso rettile, approfittando della confusione, pensò bene di puntare inosservato verso il primate rosso. Questi era ancora immerso nel mondo dei sogni, quando i denti affilati del disturbatore si conficcarono nel suo piede. Dapprima aprì solo un occhio, poi quando decise di svegliarsi definitivamente fu come se la fine del mondo fosse arrivata in terra. Un urlo agghiacciante scosse il terreno e tutti i presenti, e furente la scimmia si issò in tutta la sua abnormità, tirando pugni dappertutto e sradicando alberi. Avremmo voluto fuggire, ma fummo ancora una volta bloccati da due delle nostre guardie mentre le altre due erano corse ad aiutare il loro sovrano, non prima di aver rifilato un pugno a Guashi colpevole di aver mosso un passo di troppo.
La docile bestia dormiente era diventata il demone sanguinario che tutti speravamo non fosse. Calò un pugno che sembrò una punizione divina sul capo del rettile che stramazzò su un lato, faticando terribilmente a rialzarsi. Questi non poté far nulla poi quando finì prigioniero delle mani del primate, che lo prese per capo e coda, e urlando al cielo lo strappò in due parti facendo sfoggio di tutta la sua terrificante potenza. Aveva da poco preso a piovere, e i tuoni che balenavano da oltre la cascata avevano completato un paesaggio in cui sembrava davvero che una gigantesca divinità fosse scesa in terra per infliggere la punizione finale. Issandosi e atterrando sui pugni facendo tremare il suolo, il signore dei primati prese a uccidere qualsiasi cosa gli si parasse davanti, compresi i suoi simili che ci avevano fatto da guardia.
I suoi colpi schiacciavano e scaraventavano nel fiume e sulle rocce, riducendo in poltiglia i cadaveri dei primati già morti per mano dei rettili, che ora si erano riversati sugli alberi cercando di portar giù femmine e piccoli. Quando iniziarono a riuscirvi, sbrindellando i corpi di alcuni cuccioli con insana ferocia, tutti i maschi decisero di lanciarsi addosso agli aggressori, tentando una disperata difesa. Anche le nostre guardie furono prese d'assalto, e con il temporale sopraggiunse la confusione totale.
«Se non scappiamo ora non ci riusciremo mai più. Sono tutti impegnati e c'è un caos infernale...dobbiamo provarci!» gridai a Guashi e TeePaa, che retrocedevano impauriti verso la foresta alle nostre spalle.
«Ma non credi che ci seguiranno anche là dentro?» chiese dubbioso TeePaa, che si trovò a pochi metri da un rettile avvinghiato a un primate in un abbraccio mortale. I suoi artigli si erano conficcati nel petto dell'ominide, e sovrastava la sua debilitata preda con uno sguardo omicida, quando poi decise di finirla con un morso che ne maciullò sanguinosamente il collo.
«Andiamo! Andiamo o dopo toccherà a noi!» gridai prendendolo per il polso e spingendolo tra gli alberi. Iniziammo a correre a perdifiato tra gli sguardi preoccupati delle femmine rifugiatesi sui rami, e sperammo con tutte le nostre forze che tirando dritti davanti a noi senza mai voltarci saremmo prima o poi riusciti a venir fuori da quella trappola naturale. Fui abbastanza accorto da raccogliere un tizzone ardente prima di abbandonare quella battaglia tra bestie preistoriche, e cercai di guidare TeePaa e Guashi nel buio della foresta.
Inizialmente, grazie al piccolo sentiero naturale che avevamo percorso prima riuscimmo a mantenere una direzione, ma col passare dei minuti e il crescere dell'ansia gli innumerevoli tronchi e ostacoli che trovavamo sul nostro cammino ci portarono fuori strada. Dopo venti minuti di corsa, decisi di appiccare il fuoco ad altri rami per non restare a corto d'illuminazione, e pensai che continuando ad andare diritti avremmo se non altro evitato di tornare al posto da cui eravamo fuggiti. A un certo punto, arrivammo a costeggiare una gigantesca palude verdognola, in cui alberi mai visti prima crescevano al di sotto dell'acqua sviluppandosi poi in altezza con fattezze simili a quelle delle nostre palme, sebbene assai più fini. Il tanfo di quel luogo era insopportabile, e insetti e rospi popolavano le sponde di quello specchio d'acqua salmastro. Vedemmo addirittura dei lunghi serpenti muoversi sinuosamente sott'acqua, e decidemmo subito di tenerci a debita distanza. Un grido i Guashi attirò però la mia attenzione.
«Maledizione, ce ne sono ancora!».
Girandomi di scatto, vidi un primate ferito e confuso camminare a qualche decina di metri da noi, senza che ci avesse notato. Non appena ci vide, restò interdetto e non si fece avanti, cosa che mi lasciò perplesso.
«Dev'essere fuggito dai rettili ed essendo solo si dev'essere perso. Non credo rischierà di finire in mano nostra. Spaventiamolo e leviamoci di torno» ordinai con fermezza. Iniziammo a lanciare contro il malcapitato qualsiasi cosa, in particolare grossi sassi, e l'ominide terrorizzato tornò da dov'era venuto gridando e farfugliando qualcosa d'incomprensibile. Tutto ad un tratto, da lontano si alzò un ruggito inaudito: la battaglia infuriava ancora ai margini della foresta, e sicuramente tra i protagonisti doveva esserci il sovrano dei primati. Senza perdere tempo iniziammo a correre a perdifiato, schivando alberi, scostando rami e appiccando ogni tanto degli incendi dietro di noi per ostacolare qualsiasi tentativo d'inseguimento. Corremmo come pazzi per almeno un'altra ora, prima di vedere un po' di luce a un centinaio di metri da noi.
«Ti prego, fa che non ci sia nessuno! Ti prego!» spergiurava TeePaa mentre correva scoordinato sul terreno irregolare del sottobosco. Finalmente uscimmo dalla foresta, e per un attimo fummo felici: eravamo tornati là dove ci avevano imprigionato. Tuttavia, non ci fu tempo per sorridere. Lo spiazzo, coperto da centinaia di cadaveri di primati, era stato occupato da qualcun altro. Quel mostro rossastro, né rettile né mammifero che avevamo visto quando ci eravamo rintanati nella tana del serpente era tornato. E aveva portato la sua famiglia con sé. Almeno una quindicina di quegli esseri amorfi stava banchettando coi cadaveri sparsi tutt'intorno, strappando brandelli di carne e riempiendo l'aria di quegli asfittici sibili che avevo già sentito in precedenza. Alzavano a turno la testa dal loro pasto, guardandoci e sibilandoci in faccia, e poi tornavano a mangiare senza più considerarci. Ricordai che si trattava di animali lenti e non proprio a loro agio col fuoco, quindi, sentito un altro ruggito ai margini della foresta, decisi di agire.
«Non ci resta che correre tra questi mostri» dissi provando a nascondere lo sconforto per l'impossibilità di trovare alternative.
«Prendiamo un tizzone a testa, e corriamo più veloce che possiamo. Non sono dei fulmini, dovremmo riuscire a guadagnare subito un po' di vantaggio». Guashi mi diede subito ragione, mentre TeePaa parve accettare l'idea solo perché costretto a farlo per salvarsi. Guashi partì per primo, sperando di poter intimorire quegli esseri col suo fisico possente, e subito riuscì a superare diversi di loro, troppo lenti nello scatto iniziale. Per me e TeePaa invece fu più difficile, perché una volta messisi in movimento quegli animali diventavano molto più svelti. Ci toccò quindi correre come dei disperati per restare nella scia del nostro amico, che nell'arco di pochi minuti fu ai piedi della rupe e si mise lì ad attenderci.
«Forza! Forza! Mancano solo cento metri, andiamo!» gridava agitando i tizzoni al riparo da qualsiasi minaccia. Mancavano poche decine di metri per raggiungere Guashi quando un paio dei quei viscidi esseri si frapposero orizzontalmente a TeePaa, che era ormai lanciato nella corsa. A bocca spalancata e con gli occhi iniettati di sangue, si fecero incontro a noi già pronti ad assaporarci.
«Maledizione! Maledizione!» disse il povero TeePaa mentre si avvicinava di corsa a quel muro di morte. Non sapevamo che fare, e neppure Guashi sembrava poter trovare una soluzione, quando ebbi un'intuizione. Seppure lunghi svariati metri, quegli esseri si muovevano radenti al suolo, e la loro altezza non superava di molto il metro. Con lo slancio che avevamo, avremmo forse potuto provare a scavalcarli saltando.
«Saltali!» suggerii a TeePaa mentre lo seguivo a ruota nella corsa.
«Ma sei pazzo? Vuoi farmi finire dritto nelle loro bocche?» gridò di rimando il mio amico, sempre più sudato e in crisi.
«Se dobbiamo morire, moriremo! Tanto vale provarci! È l'unica soluzione possibile!». Era davvero l'unica possibilità per salvarci. Con un urlo, TeePaa percorse gli ultimi dieci metri con tutta la velocità che poté e spiccò un balzo fantastico, atterrando dietro uno dei mostri a piè pari e continuando la sua corsa. Corsi incontro alla bestia e lei mi venne incontro a sua volta, ma fui bravo anch'io a darmi sufficiente slancio per superarla, passando non lontano dalle sue fauci spalancate.
A differenza di TeePaa, arrivai all'altra parte cadendo in modo pessimo e atterrando con tutto il peso del corpo sulla spalla destra. Mi rialzai sanguinante, e corsi fino a raggiungere i miei amici ai piedi della scarpata. Ci arrampicammo sui massi mentre quegli obbrobri della natura provavano invano a inerpicarsi, troppo legati nei loro primordiali movimenti. Ci eravamo riusciti: eravamo tornati alla piana iniziale.
«Non guardiamo quelle diavolo di fenditure! E se escono altre maledette scimmie, radiamole al suolo!» ringhiò Guashi, affrettandosi a darci due sassi e prendendo un bastone a sua volta.
«Di corsa!» gridai dando il primo scatto. Il mattino era giunto già quando eravamo usciti dalla foresta, e con la luce potemmo vedere le ombre di alcuni primati nelle innumerevoli fenditure scavate nella roccia. La piana era argentea e sterminata, ma la percorremmo alla velocità della luce. A metà percorso, passate le grandi palme dove fummo catturati per la prima volta, iniziai a vedere dei sassi piovere vicino a noi. Alcuni primati avevano preso a bersagliarci lanciandoci di tutto, senza però scendere nella piana.
«Tiriamo dritti! Hanno paura di noi, ci hanno visti combattere! Non proveranno a tirarci un altro agguato!» ci intimò Guashi con tono irremovibile. La nostra corsa disperata attirò altri primati fuori dai loro giacigli, ma fortunatamente i loro lanci non furono precisi come la prima volta, e dopo un po' riuscimmo a giungere a pochi metri dalla scarpata iniziale, in cima alla quale si vedeva l'apertura che riportava al nostro mondo.
Fu singolare vedere TeePaa, ormai sicuro di poter ritornare alla sua realtà, fermare la sua corsa di scatto, stringendo il suo sasso e fissando con rabbia quell'anfiteatro scavato nella roccia.
«Andate all'inferno, bestie maledette! Noi ce ne torniamo a casa!» gridò con ritrovata energia, e lanciò con tutta la frustrazione e lo sdegno possibili il sasso contro una delle fenditure da cui si affacciavano gli ominidi. Il lancio percorse almeno trenta metri, e incredibilmente andò a segno, colpendo alla testa un primate che strepitava contro TeePaa dalla sua tana. Un fiotto di sangue uscì dalla sua testa, e l'uomo-scimmia cadde a peso morto piana da un'altezza di almeno dieci metri, sfracellandosi al suolo.
«Ma che diavolo fai? Muoviamoci, e andiamocene da questo dannato posto!» sbottò Guashi, prendendo TeePaa con modi rozzi e spedendolo sulla scarpata, che risalimmo con calma tra le ingiurie dei nostri ex rapitori. Arrivati in cima, rivedemmo finalmente i paesaggi che conoscevamo, e la serenità tornò ad albergare nei nostri cuori.
«Non state lì impalati, e datemi una mano!». Guashi aveva ancora una cosa da fare. Col suo grosso ramo, provava a fare leva sull'ultimo masso in cima alla scarpata, cercando di farlo rotolare giù rendendo il passo invalicabile. Raccogliemmo prontamente dei bastoni lì vicini e insieme riuscimmo a sollevare il masso, che rotolò alla base della scarpata portando con sé tutte le altre rocce che la rendevano scalabile. Con l'ultimo passo naturale tra il nostro mondo e quello dimenticato ormai fuori uso, non avremmo mai più incontrato quelle bestie immonde, destinate all'estinzione per mano propria.
Incamminatici sulla via di casa, dopo pochi minuti sentimmo dei richiami alle nostre spalle. Richiami umani. Ci girammo subito trovando le voci familiari, e almeno venti persone del villaggio ci corsero incontro festanti, abbracciandoci e baciandoci. Cercammo di raccontare a grandi linee tutta la storia, scioccando tutti i presenti, che dissero di essere venuti a cercarci lungo il percorso per il Niger dopo non averci visto far ritorno alla sera. Dissero anche che Nommo aveva ordinato che venissero a cercarci, ma che non sembrava preoccupato. In quel momento provavo solo odio per chi ai miei occhi ci aveva spinto volontariamente a un passo dalla morte.
«Nommo non è mai preoccupato, fin tanto che la vita in gioco non è la sua». Le mie parole e la cieca voglia di vendetta nel mio sguardo fecero calare il silenzio, e lungo la strada verso casa in pochi tornarono sull'argomento, cercando di interpellarmi il meno possibile. Dopo alcune ore e una pausa per rifocillarci giungemmo finalmente al villaggio. Tra gli abbracci di mio padre, di Gusa e di Adira, l'incubo di quel posto dimenticato dal tempo poteva dirsi ormai finito. Guashi e TeePaa festeggiavano felici e conversavano con chiunque incontrassero, e anche il piccolo Noho Moyi si abbandonò a danze e canti collettivi. Gusa però mi vide più in tensione del solito. Quando mi chiese cos'avessi, la mia risposta fu lapidaria.
«Devo parlare con Nommo».
«Oh, Mhadija. Riposati un secondo, sei a pezzi. Andremo tutti assieme più tardi a celebrarvi presso il Maestro».
«No. Andrò adesso. Tutti devono sapere in che situazione ci ha cacciato. E la verità verrà a galla adesso, che gli piaccia o no».
Gusa restò di sasso mentre mi incamminavo a passo spedito verso il lago di Nommo, lasciandomi la folla festante alle spalle. Avrei chiarito e raccontato a tutti la nostra versione della storia, senza omettere nulla. In tutto questo, non avevo dimenticato la missione originaria che ci aveva gettato tra le grinfie di quelle abominevoli bestie.
Nella mano destra, ben stretta, portavo con me una grossa roccia bianca.


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