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lavoro pubblicato sabato 4 luglio 2015
ultima lettura domenica 17 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Una lezione per crescere.

di Legend. Letto 550 volte. Dallo scaffale Fiabe

Una lezione per crescere.     Da oltre un anno Sara viveva in quella casa e ormai si era quasi del tutto abituata e dividere la sua vita con quello strano uomo che l'aveva salvata da chi l'aveva comprata per pochi spiccioli e poi se ne era l...

Una lezione per crescere.

Da oltre un anno Sara viveva in quella casa e ormai si era quasi del tutto abituata e dividere la sua vita con quello strano uomo che l'aveva salvata da chi l'aveva comprata per pochi spiccioli e poi se ne era liberato gettandola nelle acque del lago quasi morente.

Senza porsi troppe domande quell'uomo, ormai anziano, l'aveva tirata fuori dalle acque, avvolta nel suo giaccone e ripercorrendo a ritroso il percorso nella neve alta l'aveva trasportata nella sua casa.

Alcuni mesi più tardi, quando lei si fu fisicamente ripresa, scoprire che davvero doveva molto a quell'uomo che con pazienza l'aveva rimessa in piedi facendo di lei una bambina diversa, la fece piangere. Mai nessuno aveva speso una parola per lei, l'avevano soltanto sfruttata abbandonata, bastonata…ma ormai la rabbia, il dolore e l'odio per quanto le era stato fatto si era dileguato ed ora non pensava più di scappare per vendicarsi.

Vivere al fianco di quella persona buona l'aveva cambiata, soprattutto aveva scoperto di possedere un nuovo sentimento…il perdono.

In quell'ultimo anno erano avvenuti molti mutamenti della sua indole, il suo caratterino si era addolcito scoprendosi più riflessiva, aveva imparato a volersi bene, la paura e il male di vivere pian piano si erano dileguati…

Certamente il merito non poteva che essere di quella casa che l'aveva accolta senza chiederle nulla e lei, ora adorava tutto di quella casa…la curava con amorosa cura, perfino la figura di quel vecchio uomo era divenuta uno dei punti fermi del suo essere viva…lo divenne a tal punto che vincendo un certo pudore aveva cominciato a chiamarlo Pà!

Cosa che a lui non doveva dispiacere, poiché ogni volta che lo chiamava con quel nomignolo, a lui brillavano gli occhi.

Il tempo trascorse nel silenzio delle cose buone, ormai negli occhi di Sara poteva essere letto il suo grande entusiasmo e la voglia d'imparare a vivere.

Pà la incuriosiva e non passava giorno che non trovasse una qualsiasi ragione per chiedergli di raccontarle qualcosa della sua vita passata…quand'era piccino e viveva con i suoi genitori.

L'aria già pungente lasciava presagire che il suo secondo inverno in quella fattoria sarebbe stato ancora più rigido e sebbene le vette delle montagne fossero da alcuni giorni avvolte di nuvole scure, li il cielo si manteneva completamente sereno.

Lei impiegò l'intera mattinata del 7 Novembre (ricorrenza in cui era stata salvata dalle acque del lago) a svolgere i suoi impe­gni nella stalla e in casa e soltanto sul tardi, quando decise di condurre gli animali nel recinto di pascolo, il suo stomaco le rammentò di non aver ancora preparato nulla per il suo pranzo.

Per non mettere sottosopra in cucina si tagliò due gigantesche fette di pane farcendole di burro di arachide e una abbondante porzione di carne salata, quindi, infilato un libro sotto il maglione s'incamminò verso la collina dando inizio ad una feroce battaglia con quella carne fin troppo dura anche per i suoi denti.

Raggiunta la cima sedette sotto la quercia dedicandosi ad osservare Pà, intento a riparare una parte di recinto e per una buona mez­z'ora (Tanto le occorse per terminare vittoriosa la sua guerra con la carne salata) rimase ad osservare ogni sua mossa, poi, improvvisamente, forse a causa della stanchezza, si addormentò.

Quando si svegliò sedette poggiando le spalle alla quercia, iniziando a leggere.

Le ore successive volarono e soltanto quando la scarsa luminosità del cielo le impedì di proseguire che si decise ad alzarsi e avviarsi verso casa.

Vedendola trotterellare infagottata in quel suo giaccone variopinto lui si fermò ad attenderla. Depose gli attrezzi e quando lei lo raggiunse si chinò per darle un bacio sui capelli.

Ciao! – Disse lui rimanendo chinato per legarsi la stringa di una scarpa – Ma cosa ci vuole a farti scendere di lassù?

Lei si strinse nelle spalle e sorridendo mormorò – Tu

Fa un freddo cane, ti sarai congelata

Neppure tu devi essere troppo allegro, sarai stanco e infreddolito. Ho lasciato dell'acqua sul fuoco, sarà ancora calda

Rialzandosi egli la prese tra le braccia e facendola volteggiare nell'aria se la pose sulle spalle a cavacecio brontolando risentito

Ti sembro stanco?

Lei si strinse a lui

Fammi correre pà! – Gridò – Fammi volare

Accelerando il passo lui si avviò verso casa, mentre lei, stringendosi forte rideva contenta.

Come sempre accadeva durante la cena, lei raccontò la sua gior­nata, poi improvvisamente gli chiese:

Anche tu sei stato bambino?

Cosa credi che sia nato con questa barba?

Com'eri? Voglio dire, eri un bel bambino?

Oddio non lo so, ma certamente non bello quanto te

Sognavi mentre dormivi?

Certamente, tutti sognano

E ora che non sei più un bambino sogni ancora?

Lui la guardò sorpreso annuendo

Altro che! Ora sogno perfino ad occhi aperti

E cosa sogni?

A volte sogno il tempo in cui ero ragazzo

Ti andrebbe di raccontarmi com'eri?

Beh, questo non lo ricordo, ma rammento bene com'era la vita di un bambino di campagna di allora

Era come la mia?

Non esattamente, io non ho mai lavorato in campagna e non so se sarei riuscito a fare tutto quello che sei capace di fare tu

A me piace farlo

Si, certo... ma non si può certo dire che la tua sia una vita comoda

No, ma neppure tu te la passi meglio di me. – Commentò lei guar­dandosi le palme delle mani e prima di chiedere – Avevi anche tu un pa­dre?

Avevo un padre e una meravigliosa madre

Com'era tuo padre?... Voglio dire, era buono con te?

Buono e severo, ma di una severità che apparteneva ad un mondo antico e difficile da comprendere

Vuoi parlarmi di lui? – Chiese lei

Farò di più, – Mormorò lui mentre la sua voce si addolcì e lo sguardo sembrò perdersi lontano alla ricerca di cose racchiuse nel pro­fondo del suo cuore – ti racconterò il ricordo più dolce che ho di lui

Seduta al suo fianco con il capo poggiato sulla tavola Sara annuì e sor­ridendo socchiuse gli occhi in quella espressione dolcissima con la quale ella indicava il suo consenso.

«Mio padre era un taglialegna come tanti altri uomini del mio paese, un piccolo meraviglioso nido di anime arrampicato sulle montagne dell'Appennino Campano. Si viveva in armonia, ma anche in una estrema indigenza. In quegli anni a cavallo di questo secolo e di quello prece­dente, vivere era molto più che un'avventura, era una continua lotta contro ogni tipo di avversità. E per gli uomini e le donne della montagna, la vita era davvero breve.

Eppure, spezzandosi la schiena nei boschi riuscì a dare a me e a mia madre la possibilità di vivere una vita decente.

Era molto diverso dagli altri uomini che conoscevo, di lui mi piace ri­cordare la quieta tranquillità, la sorridente gentilezza e quella serenità interiore che sapeva trasfondere in chiunque gli era accanto e per quanto riesca a ricordare, mai nessuno ha udito una sola parola scortese uscire dalle sue labbra. Il suo buonsenso era così proverbiale che molti uomini importanti si lasciavano guidare dai suoi consigli.

Era straordinariamente colto, ma ciò che di lui apprezzavo maggior­mente era la sua profonda conoscenza delle cose. Era incredibile, ma tra lui e gli uomini, gli animali, le piante, il vento, la pioggia ed ogni altra cosa del creato, esisteva un intimo e personalissimo rapporto che sfug­giva ad ogni comprensione.

E sebbene quella sua natura lo accostasse all'immagine d'un dio caduto sulla Terra, quelle sue eccezionali doti non gl'impedirono mai di dedicare la sua modesta vita al servizio della famiglia e della comunità.

Quando raggiunsi i sei anni d'età egli volle che frequentassi la scuola, impedendomi così d'iniziare quella sua stessa vita nei boschi colma sol­tanto di fatica e d'infinita solitudine.

In quegli anni il mio paese non poteva offrire che le prime classi ele­mentari e così, quando terminai quel ciclo di studi, egli decise di man­darmi a vivere a Napoli, in casa di suo fratello, per darmi la possibilità di proseguire negli studi...»

Lasciasti il tuo paese? – Chiese lei interrompendolo

Dovetti farlo

Ti dispiacque?

Io credo che a quella età nessuno dovrebbe abbandonare gli affetti più cari, è talmente doloroso che sembra di morire e forse qualcosa muore davvero dentro di noi. Quando partii lo feci con tanto dolore sa­pendo di dovermi allontanare dal caldo affetto di mia madre... e dal bur­bero modo di vivere di mio padre

È così difficile lasciare la casa in cui si è nati? – Domandò lei inter­rompendolo nuovamente

È molto più che difficile... Una casa è un po'... un po' come una madre. Ti entra dentro

Perché accettasti? Potevi rifiutare

No che non potevo, mio padre aveva deciso così

Non capisco, tu non eri in grado di decidere da solo quello che vo­levi fare?

Immagino di si, ma non lo feci

Perché?

Perché era lui a guidare le nostre vite. Io e mia madre dipendevamo esclusivamente da lui e non potevo contrappormi alle sue scelte

Un uomo dovrebbe poter scegliere come vivere la sua vita

La società in cui si viveva allora non prevedeva certe autonomie che invece oggi sono riconosciute ai giovani

Io credo che tuo padre non ti amasse, altrimenti non ti avrebbe pri­vato delle cose che avevi più care

Lascia che termini il racconto e se poi riterrai di farlo potrai espri­mere il tuo giudizio

Scusami sono un vero disastro, continuo sempre a valutare le azioni degli altri usando il mio metro

«...Da allora e per molti anni la mia vita si svolse lontana dalla mia casa, ma nel mio cuore rimase come un marchio di fuoco il ricordo del giorno che partii.

Era un Ottobre magnifico e a dispetto del predominante autunno l'aria si manteneva ancora calda.

Sul marciapiedi della stazione, in attesa del treno che mi avrebbe portato via, c'eravamo soltanto noi, tre esseri con il cuore in pezzi.

Lui, il grand'uomo, ormai sulla quarantina, basso, già curvo, con in capo il cappello sbilenco, i pantaloni un po' calanti e la giacca di mezza lana sotto la quale spuntava una camicia di ruvida stoffa senza il colletto. Per tutto il tempo che attendemmo non pronunciò una sola parola, ma quei suoi occhi grigi come l'acciaio mi dissero quanto dolore aveva nel cuore da riuscire a sentirlo urlare.

Io e mio padre ci salutammo così, piangendo dentro, senza che nes­suno ci vedesse.

E poi lei, la mamma...bellissima, con quel suo volto pallido che le conferiva un aria adorabile e i capelli già bianchi fermati sul dietro della nuca da un'infinità di forcine. Aveva due grandi occhi sognanti che erano la finestra della sua anima e nei quali era possibile scorgere uno smisu­rato vigore appena sopito da una umana tristezza. Lei, dolcissima, che non cessava un attimo di accarezzarmi con quelle sue mani rovinate dalla fa­tica, ma così capaci d'infondermi quel coraggio di non piangere che al­trimenti non avrei saputo trovare.

Da quel giorno trascorsero molti anni e io crebbi lontano dal burbero modo di vivere di mio padre e dal caldo affetto di mia madre. Le sue ca­rezze mi mancarono moltissimo e nei primi anni di quell'esilio le mie notti furono colme di disperazione e pianto.

Tutti i mesi mio padre m'inviava un po' di denaro, per la verità erano pochi soldi, ma servivano affinché non gravassi troppo sulle spalle della famiglia di mio zio.

Il tempo passò e io crebbi. Avevo diciassette o forse diciotto anni, quando un giorno, in compagnia di alcuni amici, mi recai in un locale non propriamente per gente per bene e li, in poche ore sperperai tutto il danaro che avevo ricevuto da casa, lasciando anche qualche debito.

Quella stessa notte mi rigirai nel letto senza riuscire a chiudere occhio per la consapevolezza di quello che avevo fatto. Mille idee mi attraversa­rono la mente e non fu davvero facile trovare una soluzione. Giunsi per­fino a pensare di vivere alle spalle della famiglia di mio zio fino a che non avessi ricevuto altri soldi da casa, ma per mia fortuna l'orgoglio e la pro­messa fatta a mio padre mi impedirono di commettere altre sciocchezze. Soltanto alle prime luci dell'alba riuscii a prendere una decisione.

Uscii di casa molto presto informando gli zii che sarei andato a fare vi­sita ai miei e con gli ultimi centesimi che mi erano rimasti acquistai un biglietto per tornare al mio paese.

Sul treno riuscii in qualche modo a non pensare al mio problema, ma quando vidi le prime case, appollaiate sul fianco della montagna imbian­cata di neve, tutto il mio coraggio si dileguò lasciandomi il più misero de­gli uomini e quando scesi dal treno sentii le ginocchia piegarsi.

Mi avviai verso casa sotto una fitta nevicata e cosa che non avrei mai immaginato potesse accadermi, mi accorsi di rallentare l'andatura ad ogni passo; quasi non volessi più raggiungerla.

Quel lento e doloroso cammino fece di me un altro uomo e quando entrai in casa mia madre mi guardò con uno sguardo talmente colmo d'angoscia, che dovetti faticare per tranquillizzarla sulla mia salute.

Tu conosci le nostre possibilità, – Mormorò lei sedendo sconsolata dopo che l'avevo messa a parte del mio problema – io non so proprio come tuo padre possa aiutarti

Potrebbe farseli prestare – Azzardai senza avere il coraggio di guar­darla negli occhi

Lei mi venne accanto, mi accarezzò e sollevandomi il volto mi guardò fisso, poi, scuotendo il capo e con un tono di voce che non avevo mai udito, sussurrò – Ssst...no...no

Dovevo essere veramente fuori di me, poiché per la prima volta cre­detti di non capire mia madre.

Quello che provai in quegli attimi non è facile da descrivere. Una ma­rea di sentimenti contrastanti gravarono la mia coscienza. Provai vergo­gna, paura, risentimento e tanta voglia di fuggire lontano, ma per quel­l'invisibile rapporto che lega ogni madre ai propri figli, ella intuì ciò che vorticava in me e con quella sensibilità che l'aveva sempre distinta, iniziò a colmarmi di attenzioni che finì per mitigare il mio tormento.

Accese il fuoco nel camino e mentre indossavo un abito asciutto si recò nel pollaio obbligandomi poi a bere due uova.

Fu allora che per la prima volta le vidi fare una cosa che mi lasciò senza fiato. Con quel coraggio che le ho sempre invidiato, ella mise tra le mie mani un bicchiere colmo di quel vino che mio padre teneva gelosa­mente sotto chiave.

Mamma, – Sussurrai sentendomi bruciare quel bicchiere tra le dita – se ne accorgerà

Certo che se ne accorgerà. – Rispose lei con voce calma – Ma que­sto è un mio problema...non ti preoccupare e bevi lentamente

E se allora compresi il senso di quell'atto, non fu per quel liquido vermiglio, ma fu il suo coraggio a dirmi che l'avrei avuta ancora e sempre la mia amatissima alleata...»

Tua madre si era schierata con te... – Sussurrò Sara portando le mani alla bocca

Si, aveva volontariamente mancato alla promessa fatta a mio padre di non darmi vino fino alla maggiore età

Ho mio dio! – Esclamò lei con un filo di voce

«...Sorseggiando quel vino mi tornarono alla mente le tante volte che da piccino m'incantavo ad osservare l'immagine di mio padre centellinare quel nettare... e forse fu quel suo gesto o più semplicemente il tepore del camino, ma mi addormentai sulla panca e quando più tardi mi svegliai mio padre era dinanzi a me ad asciugarsi alla fiamma gli stivali fradici e sporchi di fango.

Buongiorno! – Sussurrai a voce bassa mentre il cuore prese a mar­tellarmi il petto

Lui sollevò il capo, mi lanciò uno sguardo e annuì. Poi si alzò, prese quanto mia madre gli aveva preparato per il pranzo e uscì tornando nei boschi.

Ebbi bisogno un po' di tempo per riprendermi e quando sentii di po­terlo fare chiesi a mia madre se glielo avesse detto, ed ella confermò con un cenno del capo.

Cos’ha risposto? – Domandai

Ha voluto sapere come stessi – Mormorò lei uscendo dalla stanza

Quella non fu una giornata facile da trascorrere. Le ore sembrarono allungarsi rendendo il mio disagio sempre più pesante e se una parte di me, per il timore di affrontare ciò che inevitabilmente sarebbe accaduto la sera, avrebbe desiderato che il tempo si fermasse, l'altra parte, quella nella quale sento di riconoscermi, desiderava invece che in un modo o nell'altro venisse sera.

E poi fu sera.

Quando mio padre rientrò non mi rivolse una sola parola e soltanto a tavola, durante la cena, mi parlò e io rimasi ferito dal tono di quelle po­che parole che mi rivolse.

Domani tornerai a Napoli con il treno delle sei. – Disse guardan­domi fisso negli occhi – Andrai a piedi alla stazione, il cavallo occorre a me

Terminato di mangiare egli salì di sopra e osservando il suo incedere stanco ebbi l'impressione d'aver perso mio padre. Ma fu solo per un at­timo, poiché quando in cima alla rampa si arrestò e si voltò a guardarmi, sentii il suo sguardo sfiorarmi in una burbera carezza.

Il mattino seguente mia madre mi svegliò prima dell'alba. Faceva freddo e fuori nevicava forte.

È giù che ti aspetta, vestiti in fretta! – Disse carezzandomi per infon­dermi coraggio

Quando scesi di sotto era già fuori, in groppa al cavallo, avvolto nel suo mantello ormai carico di neve e quando alla luce della lampada che mia madre mi aveva messo tra le mani lo guardai negli occhi, mi sentii male.

«So quanto sia stato duro confessare il tuo errore, avresti potuto raccontarmi una storia qualsiasi, ma non è accaduto. Ti ringrazio d'aver mantenuto la promessa e di aver pensato a me. Sono tuo padre, ricordalo sempre»

Poi trasse una mano di sotto il mantello e me la tese

Tieni! – Disse con voce roca – Prendilo, è tuo!

Quelle poche parole, sussurrate senz'alcuna ostilità, furono per me un solco nell'anima. Non ebbi il coraggio di aprire bocca, mi mancò perfino la forza di respirare. Rimasi a guardarlo allontanarsi in un turbinio di neve seguendolo con gli occhi per tutto il tempo che fu visibile. Poi, quando abbassai gli occhi e vidi il danaro che stringevo nella mano, provai un dolore così grande che, lacerandosi, la mia co­scienza mi disse che quella ferita non si sarebbe mai più rimarginata.»

Terminato il racconto lui si volse verso Sara che, con il capo ancora sulla tavola e gli occhi appannati dal sonno, stava osservando il suo pro­filo illuminato dal riverbero dorato delle fiamme del camino. Le sfiorò i capelli e lei, riconoscendo la carezza, prese la sua mano portandola alle labbra, poi, saltando dalla sedia si arrampicò sulle sue ginocchia serrandogli le brac­cia al collo.

Ti eri addormentata? – Domandò lui

Lei scosse il capo sussurrando

Avevi ragione tu, lui ti voleva bene

È vero e ringrazio Dio per avermi dato un buon padre

Potrò mai essere come voi? – Sussurrò stringendosi a lui

Certamente che potrai…devi!

Prima di venire nella tua casa ho conosciuto altre persone e non è stato bello. Qui è tutto diverso…Che magnifici genitori hai avuto!

E' vero erano persone adorabili e sai una cosa? Sono certo che tu saresti stata capace di conquistarli. Loro avrebbe desiderato anche una figlia e tu saresti stata capace di renderli felici.

Sara sentì lacrime d'amore e di appassionato entusiasmo scorrere a ru­scelli.

Ti voglio bene Pà… – Sussurrò rannicchiandosi tra le sue braccia mentre lui prese a salire le scale.

Pianse per ore seduta sul davanzale della finestra della sua camera, abbracciata al pinocchio di legno e davanti ad una luna mai stata così luminosa.

Quella sera, per la prima volta nella sua vita, le sue labbra infantili balbettarono una impacciata preghiera in cui, l'amore per quell'uomo che lei aveva iniziato a riconoscer come suo padre e la certezza di un Dio buono, si confusero in un unico sentimento



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