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lavoro pubblicato venerdì 3 luglio 2015
ultima lettura giovedì 13 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE # 7 - TRONO DI OSSA

di PatrizioCorda. Letto 390 volte. Dallo scaffale Fantasia

L'oscurità dell'incoscienza si congedò quando riaprimmo i nostri occhi. L'unica consolazione dalla prigionia fu l'incredibile spettacolo naturale che apparve davanti a noi. Con la foresta appena alle spalle, un'enorme area coperta da sott...

L'oscurità dell'incoscienza si congedò quando riaprimmo i nostri occhi. L'unica consolazione dalla prigionia fu l'incredibile spettacolo naturale che apparve davanti a noi. Con la foresta appena alle spalle, un'enorme area coperta da sottili fili d'erba si apriva rigogliosa, divisa da un ampio fiume d'acqua cristallina. Quest'ultima sgorgava copiosa da una grande cascata alla nostra sinistra, che bagnava un complesso roccioso alto almeno una quindicina di metri. Dall'altra parte del fiume si apriva un'altra foresta, non meno fitta e alta di quella precedente. Ma dopo questa meraviglia giunse l'orrore. Davanti a noi, i primati contemplavano in posizione eretta un immane ammasso di teschi e ossa, accatastate alle rocce della cascata in una quantità assurda, al punto da sembrare una piccola collina. Alcuni di loro trascinavano per un braccio dei moribondi esemplari grigi sopravvissuti al conflitto, e li sbattevano violentemente a terra davanti alla montagna di reliquie dei loro simili. Nel cielo azzurro di quella terra echeggiavano i gracchiati di uccelli giallognoli dalle grandi ali che volavano in circolo, pregustando un lauto pasto mentre i poveri superstiti mugolavano e piangevano, consci del loro imminente sacrificio.
Paradossalmente, a noi non spettò lo stesso trattamento. Ci furono posti ai piedi frutti e bacche, e conoscendo la natura di quel cibo, ci fidammo a consumarlo. D'altronde, eravamo a digiuno da più di un giorno, e pensammo che volessero rimetterci in forze prima di sottoporci a chissà quale sevizia. Nel frattempo, mentre scambiavo occhiate preoccupate con TeePaa e Guashi, assistemmo al nuovo supplizio dei catturati in battaglia. Venivano presi a pedate e manate, con i loro rapitori che poi si divertivano a saltare sulle loro possenti schiene, mentre gli altri spettatori strillavano estasiati. Non sembrava però desiderassero finirli subito: qualcos'altro di terribile doveva accadere. E infatti accadde. Improvvisamente gli uccelli si levarono dagli alberi e fuggirono quanto più in alto poterono; altrettanto fecero lucertole e piccoli roditori, che andarono a rintanarsi nel sottobosco. Il rumore degli alberi smossi si fece sempre più intenso, insieme a un respiro affannoso, simile a un cavernoso grugnito.
Dall'altra parte della foresta emerse un essere abnorme, la cui presenza portò tutti i presenti a prostrarsi col viso rivolto a terra. Era anch'egli un primate, ma era letteralmente gigantesco: sarà stato alto almeno cinque metri, con una corta peluria rossiccia dalle sfumature brune che ne copriva il corpo monumentale. La pelle del suo viso era più chiara di quella cupa degli altri primati, e attorno al suo volto i peli si infittivano crescendo a mo' di criniera. Il muso era leggermente più pronunciato rispetto a quello dei suoi affini, quasi appiattito come un becco in prossimità delle labbra, e i suoi occhi mostravano una calma del tutto assente negli sguardi assatanati che avevamo incontrato fino ad allora. Uscì dalla foresta a quattro zampe, poggiandosi sui palmi aperti delle zampe anteriori e mostrandosi quasi disinteressato a quanto vedeva. Grugnì prima di attraversare il fiume, non poco stizzito per essersi bagnato nel tragitto, e andò lentamente a sedersi sull'enorme ammasso di ossa. In preda al nervoso, TeePaa trattenne a stento una risata, chinando poi la testa dopo aver ricevuto un calcio alla schiena da una delle nostre guardie. Effettivamente, per quanto spaventoso potesse essere quell'essere, il suo modo di sedere ricordava quello di un bambinone un po' troppo in carne.
Alcuni primati delle foreste alzarono finalmente il capo e gli avvicinarono ulteriormente i loro simili, che si fecero avanti a carponi e con non poca fatica. L'enorme mano della scimmia rossa li rigirò svogliatamente sbattendoli da una parte all'altra, e poi sbuffò irritato verso uno dei nostri carcerieri, producendo versi cavernosi e fortissimi, come se un coro di bestie si fosse riunito per pronunciarsi all'unisono. Guashi venne sollevato per primo e fu portato al cospetto del gigante. Il suo indice, grosso quanto il torace del ragazzo, scorse ruvidamente sul suo viso, girandolo a destra e sinistra, e spingendolo a terra con un semplice tocco. Sollevando la mano verso l'alto, ordinò che anche io e TeePaa fossimo portati avanti. Ci scrutava in silenzio, rimuginando qualcosa a bocca chiusa. I suoi occhi erano grandi e in alcuni momenti più umani di quelli dei suoi sudditi, ed erano di un castano intensissimo. Pur temendolo a morte, avvertii una regalità nel suo comportamento che mi fece sentire meno in pericolo rispetto a quanto avevamo passato prima. Sghignazzò mentre ci tastava, probabilmente constatando quanto fossimo più gracili rispetto al nostro amico guerriero. Poi, aprì i palmi delle sue mani e le unì, prima con delicatezza, poi con sempre più forza, fino a lanciare un ruggito allucinante che fece tremare gli alberi e tutti i presenti.
«Sai cosa vuol dire, vero?» mi disse Guashi senza volgersi a me. Lo guardai perplesso senza rispondergli.
«Vuol dire che siamo fottuti. Completamente fottuti», asserì con un sorriso amaro in volto, e sputò per terra prima di concludere, dicendo «a meno che non succeda un miracolo».
Poi, l'enorme indice tornò a posarsi sul suo capo, ma con una delicatezza inaudita, spostandosi poi su uno degli ominidi delle rocce che sembrava più in forze, essendo addirittura riuscito a sedersi. Tra la folla iniziarono a levarsi grida eccitate, e dappertutto vi erano primati felicemente intenti a saltare, colpirsi a vicenda con violenza e a picchiare a terra rami e sassi. Le femmine strinsero a sé alcuni piccoli e li portarono tra le ultime file. Io, TeePaa e gli altri due primati rapiti fummo allontanati, e Guashi restò solo assieme al suo nuovo compagno. Non capii che stava succedendo finché TeePaa me lo fece notare.
«Non ti sei accorto che siamo tre e tre? Tre umani e tre scimmie grigie. Prima di ammazzarci vogliono vedere un po' di spettacolo. Ci faranno combattere».
«E pensi che vincendo potremmo salvarci?» ribattei. Sapevo anch'io che un simile scenario era improbabile, ma nella disperazione preferii aggrapparmi a qualsiasi speranza possibile, anche alla più flebile.
«Il nostro è un sacrificio designato, anzi, un supplizio» rispose TeePaa con uno sbuffo denigratorio verso la mia ipotesi, «più a lungo protrarranno la nostra agonia, più saranno soddisfatti, loro e il loro signore. Guashi se la caverà sicuramente, non vedo come non possa farcela...ma noi? Io e te non siamo né guerrieri né cacciatori, e sinora abbiamo solo avuto fortuna. Sinceramente, non vedo una via d'uscita da questa terra per noi». La situazione era drammatica, e il pessimismo immutabile di TeePaa non mi aveva certo riportato alla calma. Stemmo in silenzio, guardando Guashi e il suo avversario antropomorfo mentre si studiavano tra gli incitamenti delle scimmie tutt'attorno.
Come avevano fatto anche nella battaglia in campo aperto, fu il primate ad attaccare per primo. Aveva il viso gonfio e alcune profonde ferite lungo braccia e ventre, ma ciò non lo esentò dall'attaccare con grande foga, compiendo un balzo a braccia protese verso Guashi. Tentando di abbrancarlo con le braccia, provò anche ad assestargli un calcio al petto, ma Guashi fu incredibilmente agile, facendo un passo laterale e mandando l'avversario a terra colpendolo alla sola gamba che poggiava a terra. Fu lesto a mettersi alle sue spalle, e prima che la bestia avesse il tempo di girarsi, la sua testa era già tra le sue mani. Strinse la testa dell'animale nella sua presa e la fece girare tutta a sinistra, rompendole il collo. Il suono delle vertebre frantumate giunse sino a noi, e non pochi tra la folla inorridirono, lanciando via rami e sassi per la stizza.
Comodamente seduto sul suo trono di ossa, il primate rosso applaudì senza far trapelare alcuna emozione, e con un cenno laterale della mano ordinò che il cadavere fosse preso e portato via. Guashi fu allontanato e fu allora che vidi TeePaa venire sollevato da due guardie ed essere portato dove si era svolto il primo scontro. Anche a lui fu accoppiato uno degli uomini-scimmia rapiti, e il combattimento iniziò senza tanti preamboli.
La tattica vincente era sempre la stessa: lasciare che l'avversario attaccasse per primo e cogliere l'attimo giusto per minarne l'equilibrio finendolo senza che potesse difendersi. TeePaa non era un guerriero ma non era affatto stupido, e infatti fu ciò che decise di fare fin dal principio. Ma anche il suo nemico sembrava meno intenzionato a farsi uccidere alla maniera del suo predecessore. Per alcuni minuti i due si mossero in cerchio, a passi laterali, senza mai toccarsi, finché la pazienza del primate venne meno e decise di lanciarsi correndo verso TeePaa. Questi prese a retrocedere verso la sponda del fiume, fino quasi a bagnarsi. Pensai inizialmente che il mio amico fosse stato preso dalla paura e dall'ansia, ma in realtà mi accorsi presto che aveva ideato un piano a dir poco geniale. La scimmia si scagliò con urla assordanti verso TeePaa, che però fu abile a scostarsi rotolando alla sua destra. Ormai in aria, il primate finì rovinosamente tra le acque, che si rivelarono essere più profonde e impetuose del previsto: già in gravi difficoltà in quanto incapace di nuotare, la povera bestia venne poi trascinata dalle acque del fiume, che in quel tratto scorrevano forti grazie alla spinta della cascata. Il suo corpo urlante venne trasportato via in pochi istanti, e TeePaa riuscì incredibilmente a vincere il suo incontro senza neanche essere stato toccato dall'avversario. Il gigante rosso apprezzò la mossa del mio amico, con striduli latrati di apprezzamento, e addirittura alzandosi in piedi. Per quanto malfermo e instabile sulle zampe posteriori, l'enorme essere applaudì compiaciuto, sovrastando tutti gli spettatori dell'incontro. Nell'osservarlo, non sapevo se essere affascinato da quella macroscopica creatura o terrorizzato da quello che avrebbe potuto farci. D'altronde, era pur sempre un animale sconosciuto, appartenente a chissà quale era dimenticata.
In quel momento però sentii delle mani prendermi per la nuca e sollevarmi: era arrivato il mio momento. Due degli esseri posti a farci da guardia mi portarono bruscamente al cospetto del loro signore, che intanto si era nuovamente seduto. Quello che successe poi fu assolutamente incredibile, poiché sino ad allora quell'enorme creatura si era dimostrata - per quanto può esserlo una bestia - abbastanza in controllo dei propri impulsi. Le due guardie presero a gesticolare nervosamente, faticando a produrre i loro versi e volgendo lo sguardo altrove. Capii che si stavano giustificando per le sconfitte delle loro prede, e che capivano che lo spettacolo, TeePaa a parte, non si era rivelato all'altezza. Sarei dunque stato io il protagonista del gran finale.
La scimmia rossa improvvisamente prese a strepitare e ad agitare le braccia furiosamente, al punto di staccare la cima di un piccolo albero e di librarla al cielo come fosse stato un bastoncino in mano a qualsiasi ragazzetto. Poi, con un urlo annichilente, allungò la sua mano verso i primati accanto a me e li strinse nel suo pugno destro. La sua stretta doveva essere incredibile, perché subito i due poveretti presero a piangere e a gridare disperatamente. Alcune femmine corsero nella foresta coi loro piccoli, e i loro piagnistei potevano udirsi anche a distanza. La mano sinistra del signore delle scimmie si avvicinò alla destra, e arrotolò il suo indice come a voler caricare un colpo. Di scatto, l'indice si riaprì e tale fu la forza del movimento che la testa di uno dei primati fu tranciata di netto. L'altro prese a piangere ancora più forte, implorando pietà, e fu allora che l'espressione del gigante tornò quella di prima, controllata e riflessiva. Posò a terra il malcapitato, gettando al fiume il cadavere senza testa del compagno, e con versi perentori fece portare l'ultimo prigioniero. Impose al suo suddito di combattervi, ma poiché l'avversario era talmente malridotto da non reggersi in piedi, si trattò più che altro di un'esecuzione. L'uomo-scimmia grigio, ormai moribondo, fu assalito e morso letalmente al collo senza potersi difendere, e la pozza generata dal suo sangue divenne l'abbeveratoio dell'avversario, il cui compito però non era ancora finito. E io venni portato davanti a lui.
Per quell'animale disperato ero l'ultimo ostacolo che lo separava dalla salvezza; non c'era alcun barlume d'umanità o di emozione nei suoi occhi giallastri, sporcati dai grumi sanguinolenti della sua ultima vittima. Serrava le dita come se già pensasse di essermi saltato addosso, dilaniandomi e riconquistando il diritto alla vita che era stato a un passo dal perdere. E per il quale ora si giocava il tutto per tutto in uno scontro omicida. Gli altri se l'erano giocata bene, con muscoli e astuzia, ma per me sembrava esserci davvero poco da fare. Le buone trovate sembravano finite, ed ero inferiore all'avversario sotto tutti i punti di vista. Non ero né forte né agile quanto lui, e il mio fisico secco non avrebbe certo spinto l'inerzia in mio favore. Ero solo un dodicenne imberbe, alle soglie della pubertà, costretto a decidere il proprio destino provando a trucidare un primate assai più dotato di lui su qualsiasi piano. E anche se avessi vinto, ciò non avrebbe per forza decretato che avremmo avuto salva la vita.
Accompagnati da sommessi borbottii scimmieschi, iniziammo a scrutarci. Dopo pochi istanti ricevetti subito una manata che mi lasciò dei lunghi graffi sulla guancia sinistra, seguita da un calcio all'anca che mi fece retrocedere dolorante. Avrei dato qualsiasi cosa per ricevere un consiglio di quelli risolutivi che Nommo era solito dare, per quanto non avessi smesso di odiarlo durante tutto il periodo di prigionia. Ero stato incaricato di guidare il gruppo, e invece eravamo finiti nelle mani di quei mostri, e io parevo sempre più relegato al ruolo di anello debole della triade. Un'altra manata del primate mi mandò per le terre, ma mi rialzai abbastanza velocemente per evitare che mi si gettasse addosso. Non avrebbe mai abboccato al trucco del fiume una seconda volta, e non avevo attorno né sassi né rami per provare un'offensiva che non fosse il corpo a corpo. Mi rassegnai e ansimante mi gettai all'assalto, provando a confondere il mio nemico girandogli attorno, per poi tirargli un calcio alla schiena ma senza tanti risultati. Questi poi si gettò sulle mie gambe, inducendomi a saltare all'indietro. Tuttavia inciampai tra le sue lunghe braccia, e mi ritrovai pancia all'aria con lui sopra di me.
Guashi prese a gridare «Gli occhi! Colpiscilo agli occhi!», e senza indugiare oltre raccolsi una manciata di terra e gliela tirai in faccia. Approfittai dell'impedimento del primate per sottrarmi al suo peso e per colpirlo alle costole con alcuni calci, stavolta con qualche risultato in più. Non appena si risollevò riuscii a colpirlo in pieno volto con una ginocchiata ben assestata, facendogli perdere parecchio sangue dal naso. Grugnendo e latrando, l'uomo-scimmia si risollevò e furente mi assalì cercando di tirarmi pugni e manate alla rinfusa, finché non riuscì a ferirmi al petto con le sue lunghe unghie. Mi portai istintivamente le mani allo sterno per il dolore, ma così facendo mi scoprii a un'altra manata che mi sbatté violentemente al suolo. Retrocedevo sui gomiti mentre il mio assalitore, a quattro zampe, scivolava lentamente verso di me ghignando. In poco tempo me lo ritrovai nuovamente sopra, e fu più grazie alla disperazione che all'ingegno che riuscii a salvarmi. Preso dalla rabbia e dallo sdegno per la mia situazione, sputai negli occhi al primate, che abbandonò la presa, e gli rifilai un calcio nei genitali con tutte le forze che potevo. Non appena lo vidi contorcersi a terra in preda al dolore, mi risollevai e lo presi a calci sulla testa con tutta la forza, finché non sentii qualcosa scattare nel suo collo: era il momento di finirlo.
Tiratogli un ultimo calcio alla tempia, lo vidi tirar fuori la lingua, ridotto a una disgustosa maschera moribonda, e spiccai un salto atterrandogli col ginocchio sulla gola. Sentii le ossa frantumarsi sotto il mio peso, e per un attimo pensai che con un po' di prontezza in meno quelle ossa sarebbero potute essere le mie. Il silenzio calò sulla scena, e sorrisi vedendo TeePaa e Guashi trattenere a fatica la gioia per il mio successo. Mi ero definitivamente riscattato.
I primati si passavano, sembrando quasi persone, le mani sul volto per lo sconforto: avevano rapito degli ostaggi davvero duri a morire. Dal trono di ossa si udirono dei profondi gorgoglii, e i pugni dell'enorme scimmione picchiarono l'uno sull'altro, prima di aprirsi e congiungersi con un gesto simile a quello di una preghiera. Fui nuovamente accompagnato dai miei amici, che subito mi abbracciarono, prima di essere ruvidamente bloccati da una schiera di primati preposti alla nostra sorveglianza. No, non eravamo ancora liberi. Probabilmente saremmo stati sacrificati di lì a poco.
«Fantastico! Fantastico! Te la sei giocata veramente bene!» commentò TeePaa in preda all'esaltazione, «E considera che non hai nemmeno potuto usare armi!».
«Se è per quello, nemmeno voi avete potuto» ribadii senza tanti entusiasmi, «e nessuno di voi è uscito dall'incontro con tagli e contusioni come il sottoscritto. Inoltre, ho l'impressione che questa vittoria non ci darà la libertà, anzi». La mia conclusione pareva aver scoraggiato i miei amici, e il silenzio era sceso tra noi quando le nostre guardie s'intromisero, recandoci in dono alcuni frutti succulenti prima di abbandonarci senza dire nulla. Senza che ce ne accorgessimo, era giunta la sera, e le femmine erano tornate dagli angoli della foresta coi loro piccoli, cariche di legname e foglie. Dopo averle lasciate a terra, tornarono sugli alberi mentre alcuni maschi scendevano dai rami posando al suolo grosse quantità di bacche e alcune uova rubate dai nidi nelle vicinanze. Alcuni di loro si distribuirono lungo l'area, formando piccoli gruppi e tentando goffamente di accendere dei fuochi picchiando delle pietre l'una contro l'altra. Noi avevamo già da tempo appreso e migliorato quella tecnica, ma vedere loro faticare tanto per una cosa così semplice mi fece capire quanto noi umani fossimo progrediti nel corso dei secoli. Dopo circa un'ora, i primi fuochi presero a crepitare, e tutti accolsero l'evento con balzi e infantili manifestazioni di gioia. Il gigantesco primate rosso invece continuava a stare seduto come un infante, e senza nemmeno sollevarsi piegava i fusti degli alberi più bassi con le sue mostruose braccia, portandoseli alla bocca e smangiucchiando seraficamente il suo amato fogliame. Mi chiesi quanto ne mangiasse ogni giorno.
Ma mi chiesi anche perché questi esseri accendessero fuochi, se si ostinavano a vivere sugli alberi. Attribuii inizialmente questa contraddizione alla loro stupidità e alla casualità delle loro scoperte, pensando che fossero ancora incerti circa lo stile di vita da intraprendere. Ma poi Guashi mi fece notare che noi non potevamo stare sugli alberi come loro, quindi qualcuno sarebbe rimasto a terra a farci da guardia, tenendo accesi dei fuochi perché non scappassimo con l'aiuto dell'oscurità. Era un'affermazione giusta, e mi domandai se questi esseri fossero irrimediabilmente retrogradi o se non avessero già lentamente intrapreso la strada dell'evoluzione. Ad ogni modo, non sarebbe stato possibile scappare neanche quella notte.
Ci fecero sedere accanto a un grosso banano e continuammo a consumare il nostro pasto, composto di frutti, bacche e un uovo che ci rifiutammo di bere. Eravamo sorvegliati a vista da quattro primati dal pelo bruno e dal fisico possente, che ogni tanto ci rifilavano spintoni e manate quando si accorgevano che non eravamo particolarmente entusiasti del cibo offertoci. Con l'arrivo dell'imbrunire, non restarono che due o tre fuochi accesi e tutta la popolazione di quella foresta salì sugli alberi, appollaiandosi sui rami più robusti. Il grande scimmione rosso si addormentò lasciando andare la sua testa dalla fitta criniera sul suo cumulo di ossa, e nulla pareva poterlo svegliare da quel torpore. Nella notte, fissavo il fuoco e ascoltavo lo scorrere impetuoso del fiume, e mi chiedevo se mai saremmo riusciti a fuggire da quell'inferno resistito all'incedere del tempo.


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