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lavoro pubblicato venerdì 3 luglio 2015
ultima lettura venerdì 6 dicembre 2019

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Buon compleanno (una giornata per niente speciale)

di vecchiofrack. Letto 241 volte. Dallo scaffale Generico

Buon compleanno (una giornata per niente speciale)“Mio figlio.”, esclamò sicuro Achille, impegnato a togliere la caffettiera dal piano cottura, con indosso ancora il pigiama.Con calma, senza preoccuparsi del telefono che squillava, v...

Buon compleanno (una giornata per niente speciale)

“Mio figlio.”, esclamò sicuro Achille, impegnato a togliere la caffettiera dal piano cottura, con indosso ancora il pigiama.
Con calma, senza preoccuparsi del telefono che squillava, versò il caffè nella tazza e posò la caffettiera sulle griglie del piano cottura; poi prese la tazzina e la spostò dal piano della cucina a quello del tavolo, si sedette, zuccherò il caffè, girò il cucchiaino, portò la tazzina alla bocca e sorseggiò con gusto la miscela.
“Ha staccato!”, esclamò posando la tazzina nell’istante in cui la suoneria del telefono si ammutolì: “Chiamerà ancora.”, concluse scrollando le spalle.
Infatti, tre minuti dopo il telefono squillò di nuovo.
Achille si alzò dalla sedia, trascinando stancamente le ciabatte sul pavimento andò a sedersi sul divano, afferrò la cornetta del telefono, posato su un tavolino accanto al bracciolo, e rispose: “Ciao Alberto!”.
“Papà! Mi hai fatto spaventare, perché non hai risposto prima?”, disse con voce concitata Alberto.
“Non potevo, stavo versando il caffè.”, rispose calmo Achille.
Alberto sospirò dentro la cornetta: “Il caffè… come avrò fatto a non arrivarci.”, replicò ironicamente Alberto.
“E’ già, come avrai fatto a non pensarci?”, ribatté a tono Achille.
“Buon compleanno papà!”, esclamò sorridendo Alberto: “Penso di essere il primo a farti gli auguri, sai qui è già pomeriggio inoltrato”, concluse.
“E chi altro potrebbe prendere la cornetta per farmi gli auguri alle sette di mattina?”, gli chiese con un tono tra l’ironico e il malinconico.
Alberto lesse sconforto e solitudine in quelle parole: “Vedrai che più tardi chiameranno in tanti.”, disse per confortarlo.
Achille staccò la cornetta dall’orecchio e, guardandoci dentro, pensò, - o questo è tutto scemo… oppure mi sta prendendo per il culo… il ché è anche peggio! -, riportò la cornetta all’orecchio e, sbuffando, replicò: “Alberto, se non sai cosa dire, limitati agli auguri che va benissimo così!”.
“Ma papà…”.
“Ma che papà e papà! Chi vuoi che mi chiami; tua madre è morta dieci anni fa! Gli amici son quasi, se non tutti, sotto un metro di terra. Hai fatto il tuo dovere di figlio. Chiudila lì che basta e avanza!”, lo interruppe innervosendosi.
“Ok… ok… ricevuto.”, disse con tono risentito Alberto.
“Ma come diavolo parli, guarda che non stai pilotando il tuo aereo, e io non sono né il tuo secondo né un passeggero del volo Sidney – Roma! Sono tuo padre!”, puntualizzò piccato Achille.
“Calmati papà, che poi ti sale la pressione e stai male.”.
“Sono calmissimo!”, esclamò, ma il tono diceva tutt’altro: “Ti ringrazio per la telefonata. A domani.”, concluse tagliando corto.
“A domani papà.”, chiosò uno sconfortato Alberto.
“Rompiballe!”, esclamò, posando con rabbia la cornetta del telefono.
“Ma come abbiamo fatto a mettere al mondo un simile somaro!”, esclamò guardando il ritratto della moglie, sistemato accanto al telefono.
Poi si alzò dal divano e andò in camera a vestirsi.

Un quarto d’ora dopo tornò in cucina con indosso pantaloni e giacca grigia, portata sopra a una camicia bianca.
Prese le scarpe nere e, dopo essersi seduto sul divano, le calzò; poi accese il televisore per seguire il notiziario.
Mentre seguiva i servizi, pensava alla frase infelice del figlio, - l’anno scorso venne Gino a farmi gli auguri… quest’anno non verrà nemmeno lui, era l’ultimo rimasto della mia classe. La prossima mietitura sarà la mia… -, lo scrocco della serratura della porta d’ingresso lo distolse dai sui cupi pensieri.
“Ciao Natalina!”, esclamò alzandosi dal divano.
“Auguri Achille! Cento di questi giorni!”, diceva Natalina facendosi incontro a braccia aperte, con un sorriso largo così.
“Non ti ci mettere anche tu eh! Niente baci e abbracci e tanto meno auguri, che oltre ad essere sgraditi, portano pure male!”, brontolò Achille mettendo le mani avanti.
Il sorriso si spense rapidamente sullo sguardo della povera Natalina; la donna di servizio sessantenne assunta dal figlio per prendersi cura dell’appartamento del padre, e già che c’era, durante le ore di servizio, dare un’occhiata e riferire del comportamento dell’anziano genitore.
“Ma Achille, dovresti essere orgoglioso, non ce ne sono mica tanti che riescono ad arrivare a novant’anni in forma come te!”, disse imbrunendosi Natalina.
Achille comprese di aver messo a disagio la donna e rimediò prontamente: “Vieni qui Natalina.”, disse allargando braccia e sorriso.
I due si abbracciarono calorosamente: “Buon compleanno!”, esclamò Natalina baciandolo sulla guancia.
“Grazie Natalina.”, replicò Achille baciandola sull’altra guancia.
“Io esco!”, disse Achille prendendo il panama dalla capelliera.
“Per che ora pensi di rientrare?”, chiese Natalina.
“Non lo so.”.
“Beh, cerca di non tornare alle due come l’altro giorno, perché oggi non ti posso aspettare; alle dodici e mezza me ne devo andare, mia figlia mi aspetta.”.
“Vai pure, se non mi vedi rientrare lascia la pasta dentro al piatto.”.
“Non vorrai mangiarla fredda!”, esclamò inorridendo Natalina.
“Non ti preoccupare, è possibile che decida di fermarmi in trattoria, altrimenti la riscalderò.”, concluse Achille posando il panama sul capo.

La mattina estiva era abbastanza calda, ma non afosa; Achille, dopo essere passato dall’edicola, attraversò la strada e andò a sedersi su una panchina ombreggiata, dentro al parco.
Il rilassante cinguettio degli uccelli, accompagnò la lettura di notizie, come al solito per niente rilassanti, - sempre e solo drammi; guerre, miseria, disoccupazione… mai una buona notizia. Ma guarda qua che roba, un articolo che parla della strage in una scuola americana e, nella pagina accanto, una foto di ragazzi sorridenti che ti aprono il cuore… peccato che sia solo la pubblicità di un cellulare! -, rifletteva scuotendo il capo.
“Basta! Non se ne può più!”, esclamò appallottolando il giornale, prima gettarlo nel cestino e lasciare il parco.

Camminando lungo la via incappò in un piccolo cantiere al centro della strada, delimitato da transenne, dentro al quale operava un piccolo escavatore.
La curiosità, tipica negli anziani, lo spinse ad avvicinarsi alle transenne e a gettare lo sguardo dento lo scavo, dove un uomo armato di badile indicava all’operatore della ruspa il punto in cui affondare gli artigli d’acciaio della benna.
Allungando lo sguardo oltre lo scavo notò, annegato nell’asfalto, il chiusino di ghisa che celava la valvola di chiusura della condotta idrica; allora sbracciandosi attirò l’attenzione dell’uomo che manovrava la ruspa.
“Cosa vuole!”, esclamò alzando il tono, ovattando il frastuono del motore mettendolo al minimo.
“Lì accanto passa il tubo dell’acqua, affondando la benna potreste tranciarlo, se scavate con il badile lo dovreste sentire.”, disse Achille, indicando prima il chiusino e poi il punto dentro lo scavo dove, secondo lui, sarebbe passata la condotta.
L’uomo sbuffò, - ecco qua un altro pensionato che deve tirar tardi scassando i maroni al prossimo! -, pensò annuendo, poi diede gas al motore e affondò nuovamente la benna nello scavo.
Achille osservava impietrito l’operazione, da lui giudicata inopportuna e, dopo aver assistito trattenendo il fiato al sollevamento della benna carica di terra, attirò nuovamente l’attenzione dell’operatore sbraciandosi e urlando: “Stop! Stop!”.
Questa volta l’operatore, spazientito, spense il motore, scese dall’escavatore e si avvicinò alle transenne: “Si può sapere che diavolo vuole?”, gli chiese con poco garbo.
“Voglio solo avvertirvi che lì sotto passa la condotta dell’acqua che alimenta tutta la via.”, rispose Achille.
“E lei come lo sa?”.
Achille gonfiò il petto: “Sono stato per più di vent’anni a capo dell’area tecnica del comune. Conosco il sottosuolo delle vie come le mie tasche.”.
La rivelazione non ottenne l’effetto voluto, l’uomo, più che stupefatto, si sentì messo sotto esame: “Quanti anni ha lei… quindici?”, chiese sarcastico.
“Ne compio novanta oggi.”, rispose inorgogliendosi Achille.
“Ecco, appunto!”, sibilò l’uomo: “Buon compleanno! Veda di andare a festeggiare da qualche altra parte e ci lasci lavorare. Che poi qui, non ci può mica stare, è pericoloso”, concluse voltandogli le spalle.
L’ammutolito Achille lo guardò risalire sulla ruspa, metterla in moto e riprendere a scavare ignorando i sui consigli, ma quello che lo ferì profondamente fu la risata sardonica, dell’operaio con il badile in mano, che accompagno l’acida chiosa del suo capo.
Scuotendo il capo contrariato, gettò un ultimo sguardo dentro lo scavo e si allontanò.

Camminando incupito rimuginava sull’incontro scontro avuto poc’anzi, non riusciva a togliersi dalla mente il comportamento sgarbato dell’operatore della ruspa, - ho cercato solo di essergli utile e lui, mi ha trattato come un demente. Ma il rispetto per le persone dov’è finito? Cosa crede quello, che i vecchi sono tutti deficienti? Io gli posso indicare dove passano i sottoservizi di mezza città con l’approssimazione di un metro… quanto vorrei essere lì a guardare quando trancerà la condotta dell’acqua; perché è così che finirà, ne son certo! -, pensava, accendendo lo sguardo d’un ghigno cattivo, immaginando la faccia sconcertata dei due operai davanti all’acqua che invadeva, prima lo scavo e di seguito la via.

Mentre assaporava l’immaginaria vendetta, notò, appoggiato al muro del palazzo dove finiva la via e iniziava la piazza, un giovane vestito di stracci porgere il berretto allungando la mano verso i passanti, seguendoli poi per qualche passo chiedendo l’elemosina, - ma guarda te se devo vedere un giovane ridotto a chiedere la carità ad un angolo di strada. -, pensava avvicinandosi stringendo fra le dita una moneta da cinquanta centesimi da gettare nel berretto per non essere tampinato.
“No!”, esclamò quando giunse accanto al giovane, rimettendo in tasca la moneta: “Oggi è il mio compleanno, e visto che nessuno mi farà un regalo, lo voglio fare io a te.”, concluse traendo dalla tasca il portafoglio.
Mentre il ragazzo lo guardava senza capire, lui prese un biglietto da venti euro e lo depose nel berretto, esclamando: “Toh! Oggi mangia e bevi alla mia salute.”.
Il ragazzo strabuzzò gli occhi, afferrò lesto la banconota e, temendo che il suo benefattore cambiasse idea, la infilò subito in tasca: “Buon compleanno, signore! Grazie!”, esclamò sorridendo.
“Qual è il tuo nome?”, gli chiese Achille.
“Nicolae!”.
“Nicolae… Nicolae… devi essere romeno, sbaglio?”.
“No signore, vengo da Bucarest!”.
“E che sei venuto a fare in Italia?”.
“A cercare lavoro.”.
“Ah! E sarebbe questo il lavoro che cercavi?”, insistette biasimandolo; incolpandolo, neanche troppo velatamente, di vivere a scrocco.
“No signore… io voglio fare il muratore, ma c’è la crisi, non trovo…”.
“Già, c’è la crisi. E tu passi le giornate appoggiato al muro a cercare la carità!”, lo interruppe Achille irritandosi: “Ma perché non te ne torni al tuo paese!”, concluse rancoroso, allontanandosi.
“Perché al mio paese nemmeno questo potrei fare! Dovrò pur mangiare, o no?”, la domanda implorante del ragazzo lo inseguì.
Achille, non trovando le parole giuste con cui replicare, non rispose e continuò a camminare allontanandosi rapidamente, dirigendosi al parcheggio dei taxi; lì giunto salì sul primo della fila e si fece accompagnare al cimitero.

Prima di varcare la soglia del cimitero, acquistò un mazzo di crisantemi ad una bancarella di fiori accanto all’ingresso.
Mentre si avvicinava al cancello, notò un piccolo corteo accanto a un carro funebre dal quale gli addetti delle pompe funebri stavano estraendo una piccola bara bianca; consapevole dell’immenso dramma attraversato dai due giovani genitori che attendevano abbracciati, facendosi forza l’un l’altra, di accompagnare il feretro del figlio verso l’ultima e definitiva dimora, rese onore alla salma accodandosi silente al doloroso corteo.
Accompagnò il feretro sino all’ultima meta, attese che la bara fosse tumulata nel loculo; con le lacrime agli occhi, e il pianto disperato della madre nelle orecchie, sussurrò una preghiera, poi si allontanò.
“Non è giusto… non è giusto.”, ripeteva sistemando i crisantemi sulla tomba della moglie.
Guardò il ritratto, lo accarezzò e proseguì con voce rotta: “Io che non vedo l’ora di riabbracciarti, uscirò da qui sulle mie gambe. Quel povero bambino che aveva appena assaporato la vita, non uscirà mai più!”.
Dialogò per una decina di minuti con il ritratto della moglie, alla fine baciò la fotografia e la salutò dicendo: “A domani cara… ti sei dimenticata che oggi è il mio compleanno… come no! Non ho sentito risuonare nessun: - Buon compleanno! -. Ah! Dici che l’hai sussurrato quando ti ho baciato… scusami, non ho sentito, lo sai che sono un po’ duro d’orecchi… Ciao Roberta.”.
Dopo una rapida visita agli amici domiciliati dentro il camposanto, uscì, salì sul primo taxi libero e tornò in città.

“Dannazione! Un’altra manifestazione!”, esclamò il tassista trovando la strada sbarrata da striscioni di protesta.
“Di cosa si tratta, chi protesta?”, chiese Achille sporgendosi in avanti.
“Gli operai della cartiera. Sembra che vogliano chiuderla… altri duecento posti andati in fumo. Quando finirà questo stillicidio?”, rispose sconfortato il tassista.
“Speriamo presto… ma ci credo poco.”, sospirò Achille.
“Da qui per oggi non si passa, dovrò fare il giro largo.”, disse l’autista invertendo la marcia.
Achille guardando all’esterno rivide immagini per lui desuete: “La mia scuola!”, esclamò illuminandosi.
“Si fermi, scendo qui!”, aggiunse subito dopo.
Pagò la corsa e, prima di scendere chiese; “Dove trovo un taxi per tornare in centro?”.
“In fondo alla via svolti a destra, cento metri più avanti troverà il parcheggio dei taxi.”, rispose il tassista.

Achille guardava inorridito la cancellata arrugginita, le erbacce nel giardino e i vetri rotti alle finestre, - ma quand’è che l’hanno chiusa? -, pensava percorrendo il perimetro dell’edificio, - pure la mia vecchia scuola è morta… son rimasto solo io, l’ultimo dinosauro di un'altra era geologica! -, concluse la sua amara riflessione, e il giro attorno al suo passato, malinconicamente aggrappato alle sbarre arrugginite del cancello.

Camminava lentamente, guardando le ville che si affacciavano sul viale alberato, quando il suo sguardo venne attratto da una vecchia villa con la facciata di mattoni e le finestre ad arco a sesto acuto: “La villa dell’Inverni!”, esclamò rammentandosi di un suo vecchio compagno di classe alle elementari.
Attraversò la strada e si avvicinò, - il giardino è abbastanza curato, forse ci vivono i suoi figli. -, pensò dando per certa la dipartita del vecchio compagno di scuola.
“Mio Dio! Roberto!”, l’esclamazione gli sfuggì quando vide una donna spingere la carrozzina all’interno del palco.
La donna lo udì e puntò lo sguardo su di lui, mentre l’uomo sulla carrozzina piegato su se stesso come un sacco mezzo vuoto, non reagì.
“E’ Roberto Inverni?”, chiese Achille, indicando l’uomo sulla carrozzina.
La donna annuì, spinse la carrozzina accanto alla cancellata e disse: “Il signor Inverni non può sentirla… non vede e non sente.”.
“Può parlare?”.
“No.”.
“Ma cosa gli è successo?”.
“Un ictus cinque anni fa.”
“Lei è la badante?”.
“Sì, ma lei chi è?”, chiese la badante.
“Un suo compagno di classe, quella era la nostra scuola.”, rispose Achille, indicando la scuola in fondo alla via.
“Capisco, avrebbe voluto ricordare i bei tempi con il suo amico.”.
“Già… avrei voluto parlare con lui. Ma ora che l’ho visto, avrei preferito non incontrarlo e ricordarlo com’era. Non è sposato?”.
“La moglie è morta due anni fa; e i figli, due, sono sposati e abitano fuori città.”.
Achille guardava commosso e spaventato il vecchio compagno con gli occhi puntati nel vuoto, la bocca semichiusa e la bava che gli scendeva dall’angolo destro: “Mi fa star male vederlo così, mi scusi ma devo andare. Sa, oggi compio novant’anni, e questo incontro avrei preferito risparmiarmelo… cerchi di capire.”, disse cercando le parole giuste per congedarsi senza apparire disinteressato al gramo destino del suo compagno di scuola.
“La capisco, non si preoccupi.”, rispose la donna, mentre asciugava la bava dalla bocca dell’uomo.
“Ciao Roberto… buona giornata signora.”, concluse salutandola in fretta prima di cedere alla commozione.
“Buon compleanno signore!”, replicò lei alzando lo sguardo.
L’incontro con il vecchio compagno lo sconvolse a tal punto che, quando arrivò al parcheggio dei taxi, non riuscì nemmeno a ricordare l’indirizzo di casa.
“Non mi ricordo più dove abito… mi gira la testa! sto male!”, esclamò agitandosi.
“Stia calmo, si sieda… e respiri profondamente.”, disse il tassista invitandolo ad accomodarsi sul sedile posteriore “Va meglio?”, gli chiese guardandolo dall’alto in basso appoggiato al montante della portiera.
“Sì, grazie, dev’essere stato uno sbalzo di pressione… sa, oggi faccio novant’anni, saranno anche quelli.”, rispose asciugandosi il sudore della fronte con un fazzoletto.
“Complimenti! Buon compleanno!”, esclamò sorridendo il tassista, poi, guardando il cappello che Achille aveva posato sopra la macchina prima di accomodarsi all’interno, aggiunse: “Tenga, il suo panama.”.
“Grazie!”, rispose Achille appoggiandolo sul sedile.
“Allora dove vuole che la porti?”.
Achille ci pensò, ma non riuscendo a ricordare l’indirizzo di casa tornò ad agitarsi.
Il tassista capì che a momenti l’anziano sarebbe caduto in una nuova crisi di panico e agì di conseguenza, usando il tatto dovuto: “Stia calmo, non succede niente… ha con se la carta d’identità?”.
Achille annuì, puntandogli addosso gli occhi di un bambino spaventato che cerca aiuto.
“Molto bene, ora con calma la prenda.”.
Achille trasse il portafoglio dalla tasca interna della giacca, prese la carta d’identità e gliela mostrò.
“Ok… ora se me la passa, leggo l’indirizzo e l’accompagno a casa.”, attese qualche attimo, poi vedendolo tentennare aggiunse: “Se non si fida, legga lei l’indirizzo.”.
Al ché, Achille si scosse: “Tenga!”, esclamò allungando la mano.
“Grazie!”, disse il tassista prendendo il documento, lesse l’indirizzo e, dopo avergliela restituita, chiuse la portiera, si sedette al posto di guida e lo accompagno a casa.

“Achille! Già di ritorno!”, esclamò con voce squillante Natalina: “La pasta è pronta, la metto nel piatto e poi scappo.”.
“Va bene.”, fu la laconica risposta di Achille che, assieme al gesto di lanciare il panama sul divano invece che posarlo sulla cappelliera com’era d’uso fare, allarmò Natalina.
“Hai una faccia strana, non stai bene?”.
“Sto benissimo, non ti preoccupare, sono solo un po’ stanco… vado in bagno, tu butta la pasta e poi vai che tua figlia ti aspetta.”, rispose Achille.
Quando tornò dal bagno, Natalina era ancora lì che l’aspettava per accertarsi che stesse bene.
Rinfrancata dallo sguardo ben presente dell’uomo, lo salutò e se ne andò.
Achille guardò il piatto di pasta: “Non ho fame!”, esclamò.
Sorseggiò un bicchiere d’acqua e aggiunse: “Vado a dormire, mangerò qualcosa stasera… se mi sveglierò!”.
E mentre s’incamminava, chiosò amaramente: “Speremm, de no!”.

FINE





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