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lavoro pubblicato giovedì 2 luglio 2015
ultima lettura domenica 13 ottobre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Bob

di Fabri. Letto 513 volte. Dallo scaffale Pulp

    Capitolo 1Il buio che avvolge il vicolo non permette di vedere l'uomo accasciato vicino alla serranda abbassata di un negozio. Il rumore del motorino che si allontana va ad affievolirsi fino a lasciare spazio al silenzio che ora...



Capitolo 1




Il buio che avvolge il vicolo non permette di vedere l'uomo accasciato vicino alla serranda abbassata di un negozio. Il rumore del motorino che si allontana va ad affievolirsi fino a lasciare spazio al silenzio che ora avvolge la scena. Il lampione più vicino è poche decine di metri più avanti.



Umidità.



L'uomo, stordito, prova ad alzarsi, inutilmente. Cerca di adattare i propri occhi all'oscurità.



"Oohh... Ma che cazzo è successo?



Si tocca la nuca. Gonfia. Bagnata. Sangue.



Realizza di non portare più al polso il grosso l'orologio d'oro ricevuto in eredità dal padre. Anche il portafogli è sparito.



"Maledetto bastardo. Che Dio lo maledica."



Il dolore che viene dal retro del capo è lancinante, gli impedisce di pensare. E di rialzarsi. Anche la caviglia è malconcia, infortunata durante la caduta. Immobilizzato in un silenzioso vicolo buio. Fino a pochi minuti prima aveva anche un telefono cellulare all'ultimo grido. Vorrebbe piangere.



Poi il rumore di passi.



"C'è qualcuno? Aiuto!"



La voce è tremante.



Il rumore dei passi si fa più vicino.



"Sono stato rapinato, ho bisogno d'aiuto."



La voce si fa più stridula, alzandosi di un tono.



La luce del flash di un telefono cellulare squarcia il buio. L'uomo che lo tiene in mano è in piedi davanti a quello ancora sdraiato a terra, visibilmente dolorante e sotto shock.



"Mi aiuti, la prego. Sono stato appena rapinato da un balordo e sono ferito alla testa. Chiami un'ambulanza, sto sanguinando. Non riesco neanche ad alzarmi. La prego."



L'uomo appena arrivato studia in silenzio per qualche secondo la scena che sta illuminando. La vittima è un uomo sui cinquanta/cinquantacinque anni, i capelli bianchi sporchi del sangue che fuoriesce dalla ferita alla nuca, probabilmente causata da un manganello. Anche la camicia è sporca. Si sta toccando una caviglia. Non sembra in grado di rialzarsi. Avrebbe bisogno di aiuto medico.



Poi l'uomo in piedi da un'occhiata al suo l'orologio. Spegne il flash del proprio cellulare. Sulla scena cala nuovamente l'oscurità. Inizia ad allontanarsi, dirigendosi verso casa e verso la luce del lampione situato a una quindicina di metri di distanza. Ignora le grida disperate dell'uomo che si sta lasciando alle spalle. Sarà sicuramente soccorso nel giro di qualche minuto da qualche volenteroso passante con più tempo a disposizione. Inizia a fischiettare per coprire il fastidioso rumore delle urla dell'uomo, fortunatamente sempre più deboli e lontane, controlla di nuovo l'orologio e accelera il passo verso casa.



La sua serie televisiva preferita va in onda tra pochi minuti.














Capitolo 2




Il rumoroso motorino si immette sul grosso viale, lasciandosi il buio reticolo di vicoli malamente illuminati alle spalle. Il grasso uomo alla guida dagli spessi occhiali da vista sorride compiaciuto.



Non dovrebbe più fare queste cose alla sua età. In realtà, non ne avrebbe neanche bisogno.



Si infila con una manovra azzardata tra due utilitarie giapponesi che viaggiano troppo lentamente per i suoi gusti. Le supera. Del fumo nero esce dalla marmitta del vecchio ciclomotore.



Assapora l'adrenalina della fuga. Lo fa sentire di nuovo giovane. Adora la sensazione. Guarda l'ora sul grosso orologio d'oro che indossa al polso sinistro. È tardi, la partita sta per iniziare. Nessuno sbirro ad inseguirlo negli specchietti retrovisori. Bene. Accelera. Si perde nel traffico. Si perde nella notte.































Capitolo 3




I due uomini seduti al tavolo del disordinato salotto mangiano le loro pizze in silenzio. Uno dei due, il più grasso, mangia avidamente la propria mentre osserva lo schermo del piccolo tablet che tiene in mano. L'altro, l'uomo che abbiamo avuto modo di conoscere nel primo capitolo (quello in piedi, non quello ferito), sbocconcella la propria cercando di concentrarsi sulle immagini che vengono trasmesse dal grosso televisore al plasma appeso al muro. Si chiama Bob. È sulla quarantina. Portati discretamente bene. Solo un po' stempiato. L'uomo col tablet in mano, che d'ora in poi chiameremo Alex, si rivolge al proprio commensale, un attimo prima di aver finito di masticare e deglutire il proprio trancio di pizza, grossolanamente. È più giovane, hai sui venticinque anni.



Convivono da qualche settimana in un piccolo appartamento all'ultimo piano di una casa popolare della grigia periferia della città dov'è ambientata la nostra storia.



"Ehi, hai visto? La settimana prossima ricomincia il Grande Fratello! Lo adoro, cazzo! Potremmo guardarlo insieme!"



L'uomo più magro, Bob, finisce con calma il boccone che stava masticando e senza distogliere gli occhi dallo schermo si rivolge al proprio commensale.



"Alex, cosa ti sfugge del concetto del ti prego non mi disturbare per i prossimi quarantacinque minuti? Hai resistito per quasi trenta. Stavi andando così bene. Puoi farcela, ho fiducia in te. Ok?"



Alex torna a concentrarsi sulla pizza e sullo schermo del suo tablet. Mastica rumorosamente, fastidiosamente. In pochi minuti la finisce. Continua a navigare. Bob è totalmente assorbito dallo schermo. Ha ancora quasi metà pizza a disposizione, che continua a mangiare lentamente, concentrato sulle vicende del suo produttore di metanfine preferito in onda stasera sul canale 24.



"Questa poi... La nipote di un ex Presidente degli Stati Uniti dichiara pubblicamente che gli alieni sono tra noi, e che i Servizi Segreti Americani sanno tutto da decenni. Roba forte, bello mio."



Bob distoglie un attimo lo sguardo dal televisore, ma l'occhiata che rivolge all'uomo seduto accanto a se non è esattamente delle più amichevoli. Alex abbassa lo sguardo nuovamente sul proprio tablet, Bob può tornare a godersi la puntata, ormai quasi al termine Finisce con calma la propria pizza, ormai fredda, fino allo scorrere dei titoli di coda. Poi spegne il televisore, l'aria soddisfatta.



"Dimmi, Bob. Siete tutti così noiosi, voi vecchi? Quando avrò quarant'anni spero proprio di non essere ridotto come te, amico. Il tipo dell'agenzia mi aveva detto che eri un tipo tranquillo, ma due chiacchiere ogni tanto potremmo anche provare a farle, che cazzo."



Bob tira fuori da una scatoletta di legno situata tra le svariate bottiglie di birra vuote presenti sul tavolo dei pezzi di sigaretta, delle cartine e una bustina di plastica trasparente, da cui ne estrae il contenuto, dell'erba. Comincia lentamente a preparare uno spinello. Si rivolge al suo vicino di tavolo col tono lento e cadenzato.



"Dimmi, Alex. Durante il mese che abbiamo trascorso insieme come coinquilini, ti ho mai dato l'impressione di essere qualcuno che ama discutere di politica, attualità, cultura? O forse più quella di uno che ama semplicemente farsi i cazzi suoi? Dimmi, sono curioso."



Alex riabbassa i propri occhi sul piccolo schermo del suo tablet. Rimane in silenzio, a parte un impercettibile grugnito. Bob finisce di rollarsi lo spinello e se lo accende. Fuma voluttuosamente, osservando il soffitto. È rilassato. Chiude gli occhi. Si gode il silenzio. Non dura.



"Ehi ehi ascolta questa. Quarta ragazza sparita nel giro di due settimane nel nostro quartiere. La polizia brancola nel buio. Tutte le piste finora battute si sono rivelate infruttuose. Chiunque sia il responsabile dev'essere un mostro. O un genio. O entrambi."



Bob lascia decantare queste parole nell'aria per qualche secondo, passa la canna al suo coinquilino e si alza dalla sedia, stirandosi. Sbuffa.



"Penso che mi ritirerò nella mia camera. Gradirei non essere disturbato ulteriormente. Buonanotte."



Si dirige verso una delle due porte che danno sul salotto, quella di destra. Il gatto di Alex, un vecchio e obeso felino grigio, lo osserva dalla porta della cucina accanto alla ciotola dell'acqua vuota. Lo è stata tutto il giorno. Il suo grasso padrone, Alex, non è particolarmente attento ai suoi bisogni.



Bob lo ignora, entra nella sua stanza e richiude la porta alle proprie spalle. Andrà a dormire. Sveglia presto domani. Inoltre per oggi ha condiviso la sua esistenza con Alex per più tempo del dovuto.







Capitolo 4




Osserva le giovani studenti accalcate sul pullman del mattino accanto a lui ridere e scherzare. La musica dei suoi auricolari gli impedisce di ascoltare i loro discorsi. Frivolezze e argomenti superficiali, senza dubbio. Non può biasimarle. Sono i suoi argomenti di discussione preferiti.
Bob osserva da dietro i suoi occhiali da sole i suoi compagni di viaggio mattutini dalle facce ancora addormentate, cercando di stabilire con quali delle passeggere avrebbe fatto sesso in caso di dirottamento del bus su un'isola deserta. Uno dei suoi passatempi preferiti.



Alla fermata precedente alla sua una giovane madre di colore cerca di salire col suo passeggino sull'affollato bus. La pioggia è battente. Il pullman quasi completamente pieno. La gente non cooperativa. L'autista osserva impaziente dallo specchietto laterale. Tamburella col dito sul volante. Bob osserva la giovane mamma.



Potrebbe aiutarla. Afferrare il passeggino. Soccorrerla a caricarlo sul pullman. Preferisce estrarre il suo cellulare dalla tasca e consultare distrattamente il profilo Facebook. Nessuna notifica.



Poi le porte si richiudono. La donna col passeggino rimane fuori. Il bambino piange. La pioggia si intensifica.



La prossima fermata è la sua. Rimette lo smartphone in tasca. Si aggiusta gli occhiali da sole. Entro quindici minuti dev'essere seduto alla sua scrivania. Si posiziona davanti all'uscita, spintonando leggermente un'anziana signora.







Dodici minuti e trenta secondi dopo varca la porta del suo luogo di lavoro, un tipico call center. Un grosso stanzone, con luci al neon, decine di operatori che parlano davanti ad uno schermo e un brusio costante. Si siede alla davanti al pc, si infila le cuffie. Accede al programma. Sbuffa.




Otto noiose ore dopo.



Si sfila le cuffie e si alza dalla sua scomoda sedia di infima qualità, indolenzito. Osserva i colleghi fare lo stesso e scambiare due battute tra di loro. Senza salutarli si dirige verso l'uscita al piano terra. Timbra il cartellino. Fuori piove. incessantemente. Afferra con disinvoltura un ombrello incustodito tra i tanti vicino all'uscita e attraversa la strada, perdendosi nella fitta pioggia.


Un'anziana signora esce poco dopo dell'ascensore e si avvicina claudicante all'uscita, cercando con lo sguardo il suo ombrello. Non lo trova.



Bob è già lontano, all'asciutto sotto il suo ombrello nuovo. Cammina per una ventina di minuti.



Poi la pioggia si affievolisce fino ad interrompersi. Chiude l'ombrello e lo appoggia vicino a un cassonetto dell'immondizia. Si dirige verso la sua meta, un pub poco distante.



Cammina tra la gente, la osserva. Non gli piace particolarmente.



Giovani coppie che avanzano silenziose spingendo stancamente un passeggino.



Gruppi di ragazzetti col cappellino storto che importunano le loro coetanee.



Eleganti professionisti dal passo trafelato, probabilmente in ritardo per l'appuntamento con la baby-squillo di turno.



Anziani dagli occhi spenti e dalla pelle raggrinzita.



Donne obese che si trascinano verso casa portando grosse borse della spesa.



Accattoni, venditori di accendini, lavavetri, disperati.



L'umanità. No, non gli piace.



Deve interagire con essa, per forza di cose. Almeno con una piccolissima parte di essa.



I colleghi, una vecchia zia cui fare gli auguri di Natale, un noioso coinquilino sovrappeso di quindici anni più giovane di lui.



La ragazza di turno, storie brevi, senza significato.



Cindy, ultimamente. Quasi tre settimane, ormai. L'unica donna sulla faccia della terra con cui non disdegna il contatto fisico prolungato post-amplesso. Una persona più disturbata di lui, una delle poche che conosce. Discretamente brava sotto le lenzuola. Intimamente convinta di poter esercitare un'influenza positiva su di lui. Bob sogghigna al pensiero. Ma non gli dispiace quella frequentazione.



L'affronta nell'unica maniera possibile.



In maniera superficiale.



Tendenzialmente indifferente.



Controlla l'orologio. È quasi buio. Accelera il passo. Un anziano mendicante apparentemente cieco chiede l'elemosina inginocchiato su un lato del marciapiede. Uno sporco barboncino è sdraiato al suo fianco.



Rovista nelle tasche del cappotto. Ne estrae un vecchio bottone e lo getta nel cappello del vecchio. Controlla l'orologio. Ha un appuntamento con una bionda un po' attempata conosciuta in chat, una certa Diana. Si dirige verso il pub. Fischiettando.



Cindy stasera lavora. Poi usciva con un'amica. Campo libero. Gli piace la ginnastica da letto.



































Capitolo 5




Bob e la donna sono sdraiati nudi sul grosso letto. Entrambi fumano. L'aria è viziata. Osservano le stelle verdi e la nebulosa blu proiettati sul soffitto della camera dal proiettore laser di plastica grigia appoggiato accanto al letto matrimoniale. Incredibile cosa si possa trovare su ebay. La stanza è piccola. Musica New-Age a basso volume pervade ed avvolge l'ambiente, diffuse da due piccole casse di plastica nere collegate all'iPod di Bob, un vecchio modello.


La donna, una bionda sovrappeso prossima agli anta, spegne la sua sigaretta nel posacenere situato sul comodino e si raggomitola sull'uomo, che continua a fumare osservando la notte stellata artificiale che anima il soffitto della piccola camera da letto. Non sembra prestare molta attenzione alla donna. Lei avvicina la bocca al suo orecchio.



"Ti è piaciuto, tesoro?"



Lui continua ad osservare l'ipnotico soffitto.



"Non particolarmente, se devo essere onesto."



Emette anelli di fumo dalla bocca che si perdono tra stelle verdi e nebulose galattiche. Lei si ritrae.



"Brutto figlio di... Chi cazzo ti credi di essere?"



Bob spegne la sua sigaretta. Adesso osserva la donna. Lei si copre il seno col braccio destro, istintivamente.



"Bè, ammettiamolo, fisicamente sei messa maluccio. E a letto non sei un granché, tesoro. Dimenticabilissima."



Si alza dal letto e si infila rapidamente i pantaloncini che raccoglie da terra. La ragazza cerca con la mano sinistra i suoi vestiti.



"E mi spiace dirtelo, ma la tua pelle ha un odore sgradevole, cosa che purtroppo non sopporto. Hai cinque minuti per smammare, cocca, a partire da questo momento."


Si china sul proiettore di plastica grigia e ne aziona l'interruttore. Le stelle spariscono, così come la nebulosa blu. Il buio avvolge per un attimo la stanza. Bob accende la luce, una grossa e banale lampadina bianca appesa al soffitto. La donna sovrappeso si sta infilando i propri slip. La luce ne evidenzia le imperfezioni. Le rughe. La cellulite. Il suo imbarazzo è evidente. Bob la osserva impassibile mentre si infila la sua camicetta bianca.



"Dovevo immaginarlo, che eri un coglione. Solo i coglioni bevono Bloody Mary. I coglioni e i froci."



La donna si è ormai completamente rivestita. Bob la osserva. Sguardo assente, mani in tasca.



"Un minuto, dolcezza. È il tempo che ti è rimasto."



Tamburella spazientito il piede sul pavimento.



La donna lancia un'ultima occhiata colma di disprezzo all'uomo che la osserva con le mani in tasca dall'altro lato del letto, davanti alla finestra che da sul cortile.



"Fanculo. Non finisce qui, coglione."



"Quindici secondi."



La donna esce dalla stanza, sbattendo la porta. Bob si ributta sul letto, a pancia in su. Le mani ancora in tasca. Osserva il soffitto bianco della stanza. Si accende un'altra sigaretta, dopo averla estratta da un pacchetto morbido. Si mette comodo. Riflette.



È belloccio. Non cerca calore umano. Non gli interessa. Ma la ginnastica da letto aiuta a mantenersi in forma. A bruciare calorie. Un'ottima alternativa al jogging. E in chat qualche rottame lo si porta sempre a casa.



S'interroga sull'apparente necessità della maggior parte degli esseri umani appartenenti al genere femminile di voler scambiare effusioni e parole vuote dopo l'avvenuto scambio di liquidi corporei.
Non condivide questa passione. Non ama particolarmente questo tipo di intimità. Corpi sudati accavallati tra loro.


Non è igienico.



A parte Cindy. Stranamente. Non se lo spiega.



Spegne la sigaretta nel posacenere sul comodino accanto al letto. Non sono previste altre interazioni con il genere umano, oggi. Bene. Sorride. Rilassato. Chiude gli occhi.










(Cinque minuti prima, in salotto)




La donna sbatte pesantemente la porta alle proprie spalle, inciampando in un grasso gatto grigio.
Lo scalcia. Il gatto si allontana miagolando. Si accende una sigaretta. È furiosa. Dannate chat. Cerca di calmarsi.



Il salotto è disordinato. Sul tavolo bottiglie di birra vuote e cartoni di pizze da asporto sono ancora impilati uno sull'altro. Si dirige verso la cucina. Osserva con disappunto femminile la scarsa igiene del locale. Apre il frigo. Estrae una bottiglia d'acqua. Si riempie un bicchiere pulito che trova vicino al lavandino. Uno dei pochi. Beve.



Una delle due porte che danno sul salotto si apre lentamente, senza far rumore. La donna in cucina ha posato il bicchiere sul lavandino. Guarda dalla finestra. Osserva l'orologio. Finisce la sigaretta che butta per terra, accanto alla ciotola del cibo del gatto grigio. Vuota. Non avverte la presenza dell'uomo che si è avvicinato alle sue spalle.



Ha un manganello in mano.



Lo alza.



Colpisce violentemente la nuca della donna che perde immediatamente conoscenza. Il tonfo è sordo. La afferra al volo impedendole di cadere per terra. Osserva il salotto. Nessuno in vista. La trascina nella propria stanza. La porta si chiude. Il gatto è seduto accanto alla ciotola del cibo vuota. Perplesso.





















Capitolo 6




La musica ad alto volume costringe le due ragazze al bancone a parlare ad alta voce per riuscire a sentirsi. La sala è affollata, festa del raccolto al centro sociale stanotte. Aspettano i loro cuba libre. Fa caldo. Corpi sudati si accalcano vicino alle ragazze in attesa del loro turno.



"Non capisco perché insisti a frequentarti con quel coglione."



"Non lo so neanch'io, in realtà. Ma è carino."



"Carino? Quello é un bastardo insensibile, Cindy. Sua madre potrebbe andare a fuoco a mezzo metro da lui, e lui sarebbe capace di starsene li impalato, a farle una foto e a postarla su Facebook. Non lo sopporto."



"Si... È un po'... Superficiale... Ma è così carino. E poi scopa bene."



Il barista porge i due cocktail alle ragazze, che faticosamente si fanno strada verso l'uscita della stanza della struttura adibita a bar. Si dirigono verso il cortile. Fuori fa freddo, ma sono al terzo cuba libre. Si siedono sull'unica panchina libera. Cindy inizia a rollare uno spinello.



"E poi... Non so. Sento che c'è del buono in lui. Una sensibilità che nasconde al mondo. Penso di poterlo aiutare a risolvere se stesso. Forse non è troppo tardi. La considero una piccola sfida."



"Cristosanto questi discorsi da crocerossina mi fanno accapponare la pelle. Tieni, ti ho fatto un filtro."



Cindy finisce di rollare disinvoltamente lo spinello. Lo accende. Fumano in silenzio per qualche minuto. Musica Reggae in sottofondo proveniente dall'interno del centro sociale.



"Ha questo proiettore olografico... L'ha comprato su ebay... Proietta questo cielo di stelle sul soffitto... Quando sono li strafatta di coca abbracciato a lui ti posso assicurare che non vorrei essere da nessun'altra parte nel mondo... Una sensazione molto piacevole."



"Quello è un coglione, Cindy. Tratta la gente come le figurine. Scollatelo finché sei in tempo. Lui e il suo cazzo di proiettore. Tipi del genere non meritano di essere salvati."



"Sarà... Ma ho la presunzione di pensare di potergli essere d'aiuto. La crocerossina che c'è in me e dura da tenere a bada, lo sai. Se poi il soggetto da illuminare con la mia presenza scopa anche bene, tanto di guadagnato."



Le due donne ridono sommessamente.



"Tutto bene a scuola stasera?"



"Qualche problema con Alina, la ragazza marocchina... Storie già viste... Cercherò di aiutarla. Ho già avvisato un paio di amiche che possono esserle utili."



"L'ennesimo caso umano brillantemente risolto da Cindy, l'insegnante che tutte le sue studentesse adorano?"



"Si, finché non me le scollo non cagandole più e non rispondendo più alle loro chiamate una volta uscite dalla scuola. Tutta me stessa, finché ne ho voglia però. La storia della mia vita."



Le due donne ridono di nuovo, il tono leggermente più amaro.



"Devo andare in bagno, mi accompagni?"



"Certo, andiamo."



Le due donne si dirigono verso l'affollato bagno del locale, tenendosi per mano tra la folla.



S'infilano nell'unico bagno libero dei quattro. Cindy si abbassa jeans e mutandine e si siede sulla tazza. L'amica, che uscendo di scena dal racconto tra poche righe non necessità particolarmente di vedere rivelato il proprio nome, stende due strisce di cocaina sul retro in vetro del suo smartphone mentre Cindy espleta le sue funzioni corporali.



Ne aspira rumorosamente una usando una banconota arrotolata e passa il telefono all'amica ancora seduta sulla tazza. I pantaloni ancora abbassati.


"Vi vedete domani sera?"



"Si, e scoperemo tutta la notte."



Cindy aspira dal telefono la propria striscia. Meno rumorosamente. Con stile.



"Ti odio quando ti comporti da stronza, Cindy."



Appoggia il telefonino e la banconota sullo scarico del bagno. Anche gli slip sono ancora abbassati. Afferra l'amica dal basso e la trascina verso di se, le loro bocche a pochi centimetri di distanza l'una dall'altra. Il loro respiro è caldo.



"Io ti odio quando spari cazzate invece che baciarmi, stupida."



Iniziano a baciarsi. I loro corpi si avvinghiano. Cindy tiene chiusa la porta del bagno con la gamba. Lo rimarrà per un po'. Musica reggae e corpi sudati animano la notte fuori da quel bagno, ma alle due amiche non importa. Anche i loro corpi stanno cominciando a sudare.





















Capitolo 7




La notte è passata, la nostra storia prosegue il giorno successivo.



La luce della mattina illumina il disordinato appartamento. Bob è andato al lavoro un paio d'ore prima. Il sibilo proveniente dalla caffettiera indica che il caffè è pronto. Alex spegne il gas. Si versa una tazza di caffè. Lo beve in silenzio. Lascia la tazza sporca vicino al lavandino. Si dirige verso il salone e accende il televisore. Lo sintonizza su Mtv. Osserva per qualche minuto Shakira dimenarsi sensuale per la gioia del telespettatore. Poi regola il volume a zero. Appoggia il telecomando sul tavolo e si avvia verso la sua stanza.



Si infila nella porta. La richiude alle proprie spalle, serrandola a doppia mandata dall'interno. Il salone rimane vuoto. In cucina il gatto grigio beve avidamente dalla ciotola d'acqua appena riempita.



La stanza è sporca, disordinata. Cumuli di vestiti sporchi sono disseminati negli angoli. Alex si dirige verso una delle due sedie poste davanti all'unica scrivania. Un letto matrimoniale, un paio di comodini e un grosso armadio completano l'arredamento della stanza. Robaccia svedese. La poca luce presente filtra dalle tapparelle semichiuse. Alex ci tiene alla sua privacy. E non ama particolarmente la luce. Ne la pulizia.



Si siede pesantemente sulla sedia in simil-pelle, una poltroncina girevole, e accende il notebook situato sulla scrivania, accanto a posaceneri pieni e bottiglie di birra vuote. Si accende una sigaretta.



L'ora successiva lo vede muoversi poco o niente, seduto davanti al monitor. Si accende qualche sigaretta. Naviga su siti di news, social network e pornografia. Prevalentemente pornografia. Niente che valga la pena raccontare.



Dopo essersi riallacciato la cerniera dei pantaloni ed essersi acceso l'ennesima sigaretta, si sofferma su un sito di cronaca locale. Le foto di quattro ragazze occupano quasi interamente lo schermo. Alex ne scruta i volti per lunghi minuti, lo sguardo assorto. Tutte giovani. Tutte bionde. Tutte molto attraenti. Sparite nel nulla. Chi sulla strada verso casa, chi accompagnando il cane, chi andando a fare la spesa. Puff.



Si sofferma sulle dichiarazioni del detective assegnato al caso, un certo Tenente Sugar. Niente testimoni. Niente indizi. Niente riprese di telecamere. Niente richieste di riscatto. Niente di niente. Solo un numero di telefono in evidenza e un indirizzo mail per chi avesse avuto informazioni utili al caso. Spegne la sigaretta in uno dei posaceneri stracolmi situati sulla sporca scrivania.


Si alza dalla sedia e si avvicina al letto avvolto nella penombra, in fondo alla stanza. Si siede su uno dei lati. Accende la vecchia abajour situata sul comodino. La luce rivela il volto della donna che sta dormendo profondamente sul letto. Alex le accarezza dolcemente la guancia. Per qualche minuto le passa delicatamente la mano tra i capelli biondi, in silenzio. Dolcemente. Lei continua a dormire. Vestita solo della sua biancheria intima. La osserva. Pensa.



Bob non si è accorto di niente, a quanto pare. Ottimo. Si è recato al lavoro come nulla fosse.



Poi si alza. Si sposta verso il fondo del letto, per assicurarsi che i nodi che bloccano la donna alla struttura siano ben stretti. Ripete il controllo con quelli che assicurano i polsi. Sorride soddisfatto. Controlla l'orologio. L'effetto dell'anestetico sarebbe durato ancora qualche ora. Vorrebbe non finisse mai. È così bella mentre dorme. Così calma. Così silenziosa. Così sua.








Si allontana dal letto dopo aver spento la luce sul comodino. Spegne anche il computer sulla sporca scrivania e l'unica luce che illumina adesso la stanza è la poca che filtra dalle tapparelle semichiuse. Si avvicina alla porta ma prima di uscire si sofferma ancora qualche secondo sulla sagoma scura che si scorge sul letto. Esce dalla stanza e richiude la porta dietro si se. La ragazza continua a dormire pesantemente.



Esce dall'appartamento e si dirige lungo la strada che porta al centro commerciale inaugurato di recente. Ha un appuntamento per pranzo. Piove leggermente. Accelera il passo.

















Capitolo 8




"Non penso di aver capito scusa, mi ripeteresti l'ultima parte?"



"Niente, l'ho colpita alla testa col manganello che ho mi hai regalato il mese scorso e adesso è legata al mio letto."



"Ah."



"Naturalmente l'ho anche narcotizzata. Avevo ancora della chetamina dall'ultima festa. Sta ancora dormendo profondamente. Ne avrà per un po'."



"Capisco."



I due uomini sono seduti uno di fronte all'altro ad un tavolino di un fast-food di una catena americana. Una famiglia composta da due genitori e dai loro due figli è seduta a due tavoli dal loro. I bambini schiamazzano e urlano. Fastidiosamente.



L'uomo seduto di fronte ad Alex è altrettanto sovrappeso, porta un paio di spessi occhiali da vista e i capelli corti. È più vecchio, la pelle rugosa. Sta finendo le sue patatine fitte. Le sue mani sono unte. I bambini seduti due tavoli oltre continuano a frignare.



"E dimmi, perché avresti fatto una cosa del genere?"



Alex appoggia il mezzo hamburger che ha tra le mani sul vassoio di fronte a se. Appoggia la schiena allo schienale, inarcandosi all'indietro. Incrocia le mani dietro la nuca.



"Non lo so... Hai letto delle ragazze scomparse recentemente nel nostro quartiere? Le quattro ragazze bionde?"



"Si... Ho letto. L'ultima pochi giorni fa. Non lo finisci quello?"



Indica il mezzo hamburger.



"Non ci pensare neanche."



Alex afferra il suo panino dal vassoio e ricomincia lentamente a mangiare. L'uomo con gli occhiali dalla pelle rugosa tradisce un'espressione di disappunto.



"Ecco, quando guardavo le loro facce sui giornali e su Internet sai a cosa pensavo? Povere ragazze, forse? Speriamo che tornino a casa sane e salve?"



L'uomo con gli occhiali, che d'ora in poi chiameremo Vincent, rimane in silenzio. Sta valutando se recarsi al bancone per ordinare il terzo cheeseburger, un pensiero che lo assorbe completamente e che gli fa perdere momentaneamente il filo del discorso di Alex. Che continua a parlare. La bocca piena.



"No, io pensavo al potere di avere un essere umano completamente nelle proprie mani. A quello pensavo. All'invidia che provavo per chiunque avesse avuto quelle ragazze prigioniere. Volevo provare quell'ebrezza. L'ho sentita uscire dalla camera di Bob. Non ho resistito."



Vincent scaccia il pensiero del panino dalla sua testa e cerca di concentrarsi sul suo interlocutore.



"Aspetta, fammi ricapitolare... In pratica mi stai dicendo che hai una ragazza narcotizzata legata nel tuo letto, giusto?"



"Fondamentalmente si."



"E che si sveglierà nel giro di poche ore."



"Esatto."



"E dimmi, il tuo coinquilino se n'è accorto? La ragazza era appena uscita dalla sua stanza, tra l'altro."


"Chi? Bob? No, sono stato molto attento. E anche se se ne fosse accorto, probabilmente non avrebbe battuto ciglio. Più che uscita, era stata buttata fuori, dalla stanza. Glielo già visto fare più di una volta. Non esattamente un simpaticone, fidati. Anzi."



"Capisco. Bene. Ottimo."



La rumorosa famigliola di due tavoli oltre si sta finalmente alzando. Se ne vanno senza raccogliere i loro vassoi, che lasciano sporchi sul tavolo. L'educazione non va più particolarmente di moda di questi tempi. Portano i loro fastidiosi bambini a schiamazzare altrove. L'ambiente torna ad essere più calmo, fruibile.



"E adesso? Cosa intendi fare? Dimmi."



"Onestamente? Non ne ho la più pallida idea. Diciamo che sto valutando un paio di opzioni. Speravo tu potessi aiutarmi."



"Lo immaginavo. Sappi comunque che avrei preferito che tu non mi avessi coinvolto in tutto questo. Dovevi per forza venire da me?"



"E da chi altri sarei potuto andare, papà?"




Un grosso sorriso appare sul volto di Alex.



Vincent osserva il figlio seduto di fronte a se. Il suo sguardo tradisce perplessità. Si alza dalla sua sedia. Si infila il suo lungo cappotto verde.



"Devo andare in posta a ritirare la pensione della mamma. Mi accompagni?"



"Certo, non ho impegni per le prossime due ore."



I due uomini raccolgono i loro vassoi che ripongono nell'apposito carrello dopo averli svuotati. Si avviano verso l'uscita. Vincent approfitta dell'assenza di clienti in coda al bancone per ordinare un ultimo cheeseburger prima di uscire. Non se lo fa incartare. Lo mangerà strada facendo. Escono.



La strada non è affollata. I due uomini camminano lentamente appesantiti dalla digestione. L'aria è pungente. La primavera tarda ad arrivare. Vincent estrae un pacchetto di sigarette dalla tasca del suo cappotto e se ne accende una. Ha finito il suo panino da asporto.



"Queste opzioni, dunque. Cosa avevi in mente, figliolo?"



"Immagino che provare a convincerla ad innamorarsi di me sia fuori discussione, giusto? Mazzi di fiori, cioccolatini e menate del genere."



"Non ne hai mai capito molto di donne, figlio mio, ma ti assicuro che questa non è un'opzione, no."



"Immaginavo."



...




"Oppure bendarla, abusarne sessualmente per qualche giorno, drogarla incessantemente e scaricarla nottetempo narcotizzata in qualche discarica tra circa una settimana. Questa era una delle altre opzioni."



"Questa mi piace decisamente di più. Questo è il mio ragazzo. Da migliorare qua e la, ma la strada è quella. Ascolta, stiamo entrando in posta, fammi la cortesia di evitare l'argomento in pubblico, mi raccomando."



La temperatura all'interno dell'ufficio è decisamente superiore rispetto all'esterno. I due uomini si rilassano. La fila è breve. L'ufficio è piccolo, periferico. Quasi vuoto. Solamente due anziane signore intente a pagare delle bollette e una giovane ragazza, probabilmente dell'est, davanti a loro. Vincent estrae la delega della moglie dalla tasca interna del cappotto. Lui e Alex si mettono in coda.



"E dimmi, tuo fratello come sta? Sono mesi che non lo sento."



"Bene. Sta lavorando come cavia per una multinazionale farmaceutica a Londra, dove le leggi lo consentono. Testano dei medicinali sperimentali, roba nuova. Perlopiù innocui. Bei soldoni. Sesto mese consecutivo."



"Tuo fratello ha sempre avuto la passione per la medicina, fin da piccolo."



"Già. Gli stanno venendo i capelli bianchi, però. Era solo un po' preoccupato per questo."



"Può succedere, alla sua età. Ha già ventisette anni del resto. Non credo ci sia un collegamento con le sperimentazioni farmaceutiche."



"Probabilmente no, papà."



......



Le anziane signore finiscono la loro operazione e si avviano lentamente verso l'uscita. La ragazza dell'est si appoggia al banco. Alex la osserva da dietro.



"E questo Bob, dimmi, da quanto tempo siete coinquilini?"



"Poco più di un mese. Si è trasferito da poco. Tramite agenzia. Ci vediamo poco. Lavora, ogni tanto si porta una ragazza in camera, zero amici, prevalentemente se ne sta nella sua stanza con gli auricolari a sentirsi musica. Da qualche settimana frequenta una tizia, una tal Cindy. Ecco, gli piacciono le serie tv, l'unico motivo per cui lascia per un po' la sua stanza. Zero dialogo, non penso conosca neanche il significato della parola empatia. Un coglione, in parole povere."



"Capisco."



......



"Sono un po' preoccupato per la partita di stasera, non sarà una passeggiata."



"Papà, quante volte ti ho detto che non mi interessa il calcio? Mille? Duemila?"



"Già, a volte dimentico di avere un figlio degenere. Capita, anche nelle migliori famiglie."



"Papà, per favore."



.....



La ragazza dell'est finisce la sua operazione e si dirige anch'essa verso l'uscita. È il turno di Vincent. Porge la delega della moglie all'impiegato dell'ufficio postale. Ritira i soldi della pensione che mette nella tasca interna del cappotto insieme alla delega. Escono. Sono di nuovo in strada. Si dirigono verso casa di Vincenzo. Pioviggina. Umidità.



"A parer mio figliolo, dovresti spassartela un po' con questa figliola ma lasciarla in vita è un rischio che non puoi permetterti di correre. Sa dove abiti, non dimenticarlo. Ti denuncerebbe, senza ombra di dubbio."



"Sai che su questa cosa ho un blocco psicologico, papà. Lo sai benissimo."



"Sei venuto da me in cerca di consigli, e io te li sto dando. Sta a te deciderne cosa farne, ragazzo. Come metterli a frutto."



"Hai ragione papà. Vedrò come gestire questa cosa. Sono un adulto, ormai. Ho quasi venticinque anni."



I due uomini si fermano davanti all'ingresso di una casetta indipendente, malamente tenuta. Siamo nei bassifondi. Intonaci scrostati ed immondizia da raccogliere nelle strade.



"Sono arrivato, figliolo. Mi raccomando, cerca di gestire questa vicenda con raziocinio. Non dimenticarti che la polizia è in allerta per le altre ragazze scomparse. In effetti, non potevi scegliere un momento peggiore per questa tua piccola marachella."



"Grazie per l'incoraggiamento papà. Ti tengo aggiornato, comunque. Saluta la mamma."



"Sarà fatto. Ciao piccolo mio, mi raccomando."



Osserva il figlio incamminarsi sulla strada verso casa. Gli urla qualcosa prima che si sia troppo lontano per poter sentire.



"Questa ragazza, Alex, come si chiama?"



Alex si blocca.



"Non ne ho la minima idea, papà."



Adesso è fermo. È sotto la pioggia. Rivolto verso il padre.



"È bella?"



"È bellissima, papà."



I due si scambiano uno sguardo d'intesa.



"Vai a casa adesso. E fai attenzione a non bagnarti troppo."



Alex si gira e se ne va. La pioggerilina si infittisce. Non usa ombrelli. Rovinano il look. Vincent lo osserva allontanarsi, poi si dirige verso l'uscio di casa. Pochi secondi dopo é dentro. Si richiude la porta alle spalle. Il mondo esterno fuori.



L'interno della casa è buio, ma preferisce non accendere la luce. Da il tempo ai propri occhi di abituarsi all'oscurità, poi appoggia il cappotto sull'attaccapanni dopo averne estratto i soldi dalla tasca interna.



Si trova a proprio agio nelle tenebre. Da sempre. Fin da bambino.



Si dirige verso la porta di legno che da sulla cantina. La apre e comincia a scendere lungo la scala che conduce al locale sotterraneo, quasi completamente immerso nell'oscurità. Scende lentamente, la grossa stazza non l'aiuta. Estrae dalla tasca il proprio smartphone e lo usa come torcia.



Si avvicina alla vecchia credenza, l'unica presente nell'umido locale sotterraneo. Apre l'ultimo cassetto in fondo a destra e ne estrae una vecchia scatola di legno. La apre. Soldi. Parecchi.



Vi deposita le banconote ritirate all'ufficio postale. La richiude e la rimette nel cassetto, che richiude anch'esso. Si sposta pesantemente verso il grosso congelatore orizzontale situato sull'altro lato della cantina.



Lo apre. Rimane per un po' in piedi ad osservarne il contenuto, in silenzio. Col cellulare illumina la donna congelata al suo interno. La posizione è innaturale. Il viso deformato in una ghiacciata smorfia di terrore.



"Sono andato a ritirare la pensione, cara. Ti saluta anche Alex, abbiamo pranzato insieme. Sta bene."



Richiude il congelatore e si avvia lentamente per la scala che porta di sopra. Dovrebbe avere delle barrette di cioccolato da qualche parte. Ha un certo languorino.

















Capitolo 9




Il gatto grigio è pigramente sdraiato su una delle sedie sotto il tavolo in mezzo alla stanza. La luce che filtra dalle finestre e illumina l'ambiente è quella del pomeriggio. Il salotto è vuoto, silenzioso. I cartoni della pizza e le bottiglie di birra vuote sono ancora sparsi sul piano del tavolo.Il grosso televisore appeso al muro è ancora sintonizzato su MTV, il volume ancora silenzioso. Disordine diffuso.



La porta d'ingresso viene aperta e richiusa.



Alex fa il suo ingresso nell'appartamento. I capelli e i vestiti sono bagnati. Si dirige verso la cucina. Ha con se due buste di plastica da supermercato. Il gatto scende goffamente dalla sedia e si dirige anche lui speranzoso verso il cucinotto. Si sdraia accanto alle ciotole dell'acqua e del cibo vuote. Cerca di incrociare il proprio sguardo con quello del padrone. Invano.



Il padrone sta preparando un paio di panini al prosciutto e formaggio con la spesa che ha tirato fuori da uno dei due sacchetti appoggiati vicino al lavandino, tra i piatti sporchi e un cumulo di stracci.



Non ha tempo da perdere con i bisogni di un grasso felino. Non adesso.



Taglia il pane con l'unico coltello pulito che trova sul ripiano, un grosso coltello da cucina molto affilato.



La porta d'ingresso viene aperta e richiusa, di nuovo.



Alex sobbalza. Si taglia un dito col coltello. Il pane si impregna rapidamente del suo sangue.



"Cazzo."



Bob fa anch'egli il suo ingresso nell'appartamento. Lui si dirige però verso il salotto, passando oltre la porta della cucina. Sposta un cumulo di vestiti dal divano e vi si sdraia. Chiude un attimo gli occhi. Inizia a parlare.



"Ho avuto una giornata difficile al lavoro oggi, Alex. Ci tengo quindi a farti sapere che oggi meno che mai provo il benché minimo interesse a conoscere le tue opinioni in merito ad attualità, gossip, sport, cultura e via dicendo...Riterrei quindi qualsiasi tentativo di dialogo, anche il più insignificante, estremamente inopportuno nonché palesemente fastidioso. Un concetto chiaro, semplice, che immagino tu possa recepire e fare tuo. Puoi dire: "Ho capito, Bob", se ritieni di aver capito."



Apre gli occhi. Volge lo sguardo verso la cucina. Non può vedere Alex, dal divano. Intravede solo il gatto accanto alle ciotole vuote attraverso la porta.



"Ho capito, coglione."



Bob sorride soddisfatto. Alza il pollice della mano destra.



Prende da un tavolino vicino al divano il necessario per prepararsi uno spinello. Lo prepara con calma. Si gode il silenzio. Afferra il telecomando del televisore dal tavolo e lo sintonizza sul canale 21. Pregusta la sua dose settimanale di casalinghe disperate.



Ci sono cose nella vita a cui non si può assolutamente rinunciare.



Si mette comodo sul divano, spostando sul pavimento un altro piccolo cumulo di vestiti.
Alex pare aver recepito il messaggio, silenzioso in cucina. Si accende lo spinello. La puntata sta iniziando.



Ci spostiamo in cucina per non disturbare Bob.



Il dito grassottello della mano sinistra di Alex continua a sanguinare. Il taglio è piccolo, ma profondo. Lo tampona con un fazzoletto di carta e un pezzo di nastro adesivo nero. Impreca, ma silenziosamente. I panini sono pronti. Prosciutto, formaggio, rosso che sembra ketchup ma non è. Li avvolge in due tovaglioli e li rimette in uno dei due sacchetti di plastica, insieme a delle bottigliette d'acqua e di coca cola. Incrocia fugacemente lo sguardo speranzoso del suo gatto.



Raccoglie impietosito una delle due ciotole e la riempie d'acqua del rubinetto. La riappoggia a terra. Riempie di vecchi croccantini che prende da una credenza anche l'altra ciotola. Il gatto inizia a mangiare soddisfatto. Rimette la scatola coi pochi croccantini rimasti nella credenza.



Controlla l'orologio. Non dovrebbe mancare molto. Cerca di concentrarsi. Una voce stridula dal salotto glielo impedisce.


"Tra l'altro stasera dovrebbe passare Cindy, se riuscissi a dare una riassestata alla cucina te ne sarei grato, visto che nell'unico mese che abbiamo trascorso insieme me ne sono sempre occupato solamente io. Sii carino, dai."



Alex sta controllando il contenuto del secondo sacchetto di plastica della spesa, quello non degli alimenti. Cerca di non dar retta alla voce che arriva dal salotto.





Nastro adesivo.


Forbici.


Corde.


Un taglierino.


Un martello.


Un vibratore.


Sacchi di plastica neri.


Assorbenti. Non si mai.





Appare soddisfatto. Sembra esserci tutto. Afferra i due sacchetti di plastica e si dirige in salotto. Bob è sdraiato sul divano rivolto verso il televisore, le mani incrociate dietro la testa. La canna penzolante dalla bocca. Spenta. Rapito dalle vicende delle casalinghe disperate sullo schermo.



"Mi dispiace ma non penso di farcela, ho degli esami da preparare e penso che passerò il resto della giornata in camera a studiare. Magari domani."



"Ho capito. Il tipo dell'agenzia immobiliare avrebbe potuto menzionare che il mio coinquilino adora abitare in un porcile, ma va bene così. Me ne farò una ragione. In Ruanda stanno peggio. Forse."



Alex sembra sul punto di voler rispondere. Ma sta zitto. Ha ben altro cui dedicare le proprie energie mentali.



Si fotta.



Si dirige verso la sua camera. Si sta per infilare nella porta. Di nuovo la voce stridula proveniente dal divano.



"Non sapevo che studiassi."



Alex si blocca.



"Sto seguendo un corso on-line".



Momento di imbarazzo.



Remo alza il pollice della mano destra, senza distogliere lo sguardo dal televisore.



Alex entra nella sua stanza, richiudendosi la porta alle spalle. La chiude a chiave dall'interno.



Remo rimane solo nel disordinato salotto. Lui e le sue casalinghe. Tutto ciò che può desiderare.







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La famigliola felice che sta cercando di instaurare in Bob i'irrefrenabile impulso di scegliere una particolare marca di merendine piuttosto che un altra durante i trenta secondi dello spot televisivo che sta andando in onda è più di quanto egli possa sopportare. Ha sempre provato un'istintiva repulsione per i felici bambini biondi sorridenti. E le famigliole felici.


Si alza improvvisamente dal divano. Va in cucina. Apre il frigo. Ne estrae una lattina di coca cola zero che apre ed inizia a bere. Non finirà mai di ringraziare chiunque abbia inventato l'aspartame. Cancerogeno. Ma dietetico. Ci tiene a morire magro.




Beve poco più di metà del contenuto della lattina. La rimette in frigo. Lo chiude. Lo sguardo gli cade sulle ciotole del gatto, stranamente piene. Il gatto sta bevendo da quella dell'acqua. Poi alza lo sguardo. Lo incrocia con quello di Remo. Si osservano. Si studiano.



Bob afferra da terra la ciotola dei croccantini e ne versa il contenuto nel grosso sacco nero dell'immondizia appoggiato nell'angolo dietro il frigo. La rimette a posto. Raccoglie anche quell'acqua. La versa nel lavandino. Poi l'appoggia nuovamente a terra, dopo averla svuotata. Il gatto continua ad osservarlo, fermo, seduto vicino alle ciotole, ora vuote. Perplesso.



Bob si dirige nuovamente in salotto. Giusto in tempo. La puntata sta per ricominciare. Si sdraia di nuovo comodamente sul divano. Si accende il mezzo spinello che raccoglie da un posacenere appoggiato per terra. L'odore di marjiuana si propaga nel piccolo appartamento.



Sorride soddisfatto.






























Capitolo 10




Apre improvvisamente gli occhi.



Dove Diavolo è?



Vorrebbe parlare.



Non ci riesce.



Prova a muoversi.



Non può, è legata.



Cerca di riordinare i pensieri.



Difficile, è confusa, intontita.



Richiude gli occhi.



Che cazzo sta succedendo?



....



Riapre di nuovo gli occhi, questa volta lentamente. Vede il suo corpo legato ad un letto. Indossa solo la sua biancheria intima. Le lenzuola sono sporche, così come il resto della camera. Un pezzo di nastro adesivo attaccato sulla bocca le impedisce di parlare.



Penombra. Disordine. Odore di sigaretta e di chiuso.



Rivolge lo sguardo alla sua sinistra. Un ragazzo è seduto su una poltroncina girevole di similpelle nera rivolta verso l'unica scrivania presente nella stanza. Si sta masturbando davanti al suo notebook. Torna a rivolgere lo sguardo davanti a se, al suo corpo seminudo bloccato sul letto.



Ditemi che è un incubo.



Chiude di nuovo gli occhi. Cerca di riordinare le idee. Il suo nome è Diana, ha quarant'anni, impiegata contabile, è sposata e ha il vizio delle chat per single.



Adesso ricorda.



Quel coglione del pub conosciuto in chat... quello del bloody mary... Bob, ecco come cazzo si chiamava. Ricorda di essere stata a casa sua ieri sera... Che gran coglione... Ricorda di essere uscita dalla sua stanza, poi... poi....



Poi sente l'uomo seduto alla scrivania emettere un grugnito e un sospiro. Afferrare un kleenex dalla scrivania. Alzarsi dalla sedia. Tirarsi su la cerniera dei pantaloni. Sedersi sul letto, accanto a lei.



Apre gli occhi.



Lui sorride, ma tradisce nervosismo.



"Ciao, io sono Alex."


....



"Hai fame? Ho dei panini se vuoi"



Chi diavolo è questo pazzo?



Segue con lo sguardo Alex alzarsi dal letto e prendere un panino da un sacchetto di plastica sulla scrivania. L'effetto dell'anestetico sta svanendo. Sta recuperando lucidità. Mentre l'uomo è in piedi lontano da lei improvvisamente realizza.


Il laccio che mi tiene legato il polso destro si sta leggermente allentando.



Osserva legata e imbavagliata l'uomo tornare a sedersi sul letto accanto a se. Accanto al suo corpo seminudo e indifeso. Nella penombra. Vorrebbe urlare. Non può.



"Prima di toglierti il nastro adesivo dalla bocca dovremo stabilire delle regole, mi segui?"



Annuisce.



"Regola numero uno: per nessun motivo al mondo dovrai mai urlare, intesi? Mai."



Annuisce.



Divincola leggermente il polso, non vista da Alex. Il letto è avvolto dalla penombra.



"Regola numero due: tu fai quello che dico io e va tutto bene ok?"



Annuisce.



Continua a parlare, coglione.



"Regola numero tre: sii carina con me e io lo sarò con te. E nessuno si farà male. Ok?"


Annuisce.



Ci siamo. Ce l'ho quasi fatta.



"Bene, direi che con le regole ci siamo. Penso che io e te possiamo andare d'accordo, sai? Senti, sto per toglierti il nastro dalla bocca. Aspetta, vado a prendere anche qualcosa da bere. Avrai sete."



Osserva Alex alzarsi dal letto. Dirigersi verso la sporca scrivania. Versare dell'acqua in un bicchiere di plastica. Lei continua a divincolare con più decisione il polso, non vista dall'uomo che le da le spalle. Poi succede.



Libera. La mia mano è libera.



Volge lo sguardo sul comodino vicino alla mano libera dai lacci. Nella penombra scorge il suo telefono cellulare. La parte posteriore è aperta, la batteria rimossa. C'è anche un posacenere. Lo afferra. Rimette la mano in posizione tale da sembrare legata. La penombra l'aiuta.



Osserva l'uomo che si è di nuovo seduto sul letto accanto a se. In mano ha un panino e un bicchier d'acqua che appoggia sul comodino alla sinistra del letto.



"Prelibato panino al prosciutto e formaggio in arrivo per la bella signorina al tavolo uno."



Con la mano libera - nell'altra tiene il panino - Alex le strappa con un colpo secco il nastro adesivo dalla bocca. Emette una lunga, prolungata, inspirazione. Osserva l'uomo seduto accanto a lei avvicinarle il panino alla bocca. Lo guarda negli occhi.



"Fai aaahhhh..."



"Vaffanculo, coglione."



Scaglia pesantemente il posacenere che tiene nella mano sinistra sulla tempia di Alex, che rimane intontito.



Il panino gli cade di mano.



Sta per ripetere il gesto ma l'uomo riesce ad impedirglielo afferrandole il polso.



Il posacenere cade sul pavimento, accanto al letto.



Prova a urlare.



La poca aria nei polmoni non l'aiuta.



Cerca di divincolarsi dalla presa dell'uomo che con la mano libera sta afferrando qualcosa dal comodino più lontano, ancora intontito.



Urla, questa volta con più decisione.



Intravede con la coda dell'occhio qualcosa di metallico avvicinarsi rapidamente alla sua tempia sinistra.



Un colpo secco.



Dissolvenza.



Buio.









Nell'altra camera, Bob è sdraiato in pantaloncini e maglietta sul suo letto. Indossa i suoi auricolari. Perso nella psytrance che ascolta col volume regolato al massimo. Sta fumando uno spinello. Sorride beatamente. Cindy dovrebbe arrivare a momenti. Le ha dato un paio di chiavi dell'appartamento.



Nella camera dove si invece si è svolta la scena, quella di Alex, il giovane è in piedi tremante ed ansimante accanto al letto con un martello sporco di sangue ancora in mano. Sta osservando il corpo della ragazza sul letto con la testa fracassata circondata di materia cerebrale ancora calda. Piccoli schizzi di cervella sono presenti anche sul muro, a malapena visibili nella penombra che avvolge l'ambiente. Le lenzuola sono sporche di sangue.



Sta pensando di chiamare il padre.



Ma sviene.





A pochi metri di distanza, oltre la porta chiusa, Cindy sta entrando nella camera di Bob. Indossa degli auricolari. Non si è accorta di niente. Si sta già sfilando la camicetta.





























Capitolo 11




Camera di Bob, un paio d'ore dopo.





"Un sogno nel cassetto?"



"Mmhh... Non saprei... Probabilmente condurre una vita da nababbo in un luogo dove la maggior parte delle persone sono o dei pezzenti o dei morti di fame. Si, direi di si. Mi farebbe sentire molto bene, credo."



"Fanculo, Bob. Mai che si riesca a fare un discorso serio con te. Prepara due righe, piuttosto."



Bob si divincola dolcemente dal corpo di Cindy e si mette seduto sul letto, accanto al comodino. È nudo. Prende il piatto appoggiato sopra. Vi stende due strisce di cocaina da un sacchettino vicino. La donna è sdraiata anche lei nuda sul letto. Sta osservando il soffitto. Il suo piccolo cielo stellato privato. Il proiettore olografico di Bob è acceso di fianco al letto. Lui è chinato sul piatto.



"Sai, io penso che tu non sia così, in realtà. Che tu sia migliore di quanto vuoi dare intendere al mondo. Meno cinico."



Bob aspira rapidamente la sua striscia dal piatto con una banconota arrotolata. Si tocca il naso. Poi si gira verso Cindy, porgendole il piatto.



"Toglietemi tutto, ma non il cinismo. Tieni."



La ragazza si mette in posizione seduta con un balzo. Si sfrega le mani. Bob le passa la banconota. Aspira, col consueto stile, senza quasi far rumore. Si tocca anche lei il naso.



"Cazzo che botta, Bob."



Bob rimette il piatto sul comodino. Cindy torna a sdraiarsi, a pancia in sù, nuda. Si sdraia anche lui. Accanto a lei, intorno a lei, sopra di lei. Si baciano. Si abbracciano, perdendosi l'uno nel corpo dell'altro. Dalle piccole casse di plastica nera collegate all'iPod della morbida musica sta avvolgendo l'ambiente. Sotto un cielo di stelle verdi e nebulose blu. Solo per loro.





Torniamo a dare un occhiata all'interno della camera di Alex, due porte chiuse più in la.





Apre lentamente gli occhi.



Forte senso di nausea.



Cerca di rialzarsi. Riesce a trascinarsi faticosamente sulla sedia. É intontito. Inspira. Espira. Si accende una sigaretta. Tossisce.



"Cazzo."



Si alza. Cammina fumando nervosamente avanti e indietro per la stanza per un paio di minuti. Accende la luce.



"E adesso che cazzo faccio? Merda!"



Torna a sedersi. Spegne la sigaretta. Ne accende un'altra. Alza lentamente lo sguardo verso il letto.



Lei è ancora li.



Legata al letto, col cranio fracassato. Le lenzuola sono sporche di sangue, con frammenti di ossa e cervella disseminati un po' ovunque. La testa è rivolta verso Alex.



I suoi occhi sono ancora aperti.



Alex chiude i suoi. Cerca di riordinare i pensieri. Gira la sedia scorrevole verso la scrivania, rivolto verso il muro.



Lontano dal suo sguardo.



Riapre gli occhi. Impreca. Singhiozza. Dopo qualche secondo afferra con aria rassegnata il suo cellulare e compone un numero sullo schermo. Con la mano libera apre un cassetto della scrivania e ne estrae una bustina di plastica. Il segnale da libero.








Lasciamo Alex alle sue faccende e ci trasferiamo nuovamente da Bob e Cindy. È trascorsa all'incirca una mezz'oretta da quando li abbiamo lasciati avvinghiati l'un l'altro.





Stanno fumando, osservando il soffitto stellato, abbracciati. Si godono l'attimo.



"E comunque agli insensibili non piace starsene a coccolarsi dopo aver fatto sesso. Ne ho conosciuti di bastardi, fidati. Tu sei diverso."



"Cindy, ti posso assicurare che sei l'unica donna al mondo con cui amo condividere questo tipo di intimità. Una cosa che non mi spiego. E che un po' mi spaventa. A volte penso che dovrei scollarti."



"Sai Bob, stavo pensando... Perché non provi a essere un po' più buono a volte? Anche solo un po' meno stronzo. Giusto per vedere che effetto fa. Per un po'. Che dici? Parola d'ordine: empatia."



Bob fuma lentamente la sua sigaretta. Si gira verso Cindy. Le sorride.



"Ci proverò, Cindy."



Lei spegne la sua sigaretta nel posacenere sul comodino e si raggomitola su Bob. Chiude gli occhi. Si stringe forte a lui.



"Coccolami un po', Bob. Anzi, prima fai due strisce."























Capitolo 12




Il televisore è sintonizzato su una partita di calcio, un turno infrasettimanale. L'arbitro in maglia gialla fluorescente sullo schermo ha da poco fischiato il calcio d'inizio. Vincent è seduto sul vecchio divano di casa sua rivolto verso il grosso schermo. Porta al collo una sciarpa a strisce, sporca e consumata. Ingoia voracemente un trancio di una delle due pizze consegnate a domicilio da un garzone extra-comunitario pochi minuti prima, quella col doppio salamino piccante. Dio benedica i pizza a domicilio.



Mangia rumorosamente. Con ingordigia. Le dita delle grasse mani sono unte.



Il salone dove si svolge la scena è illuminato solamente dalla luce verde proveniente dal grosso schermo televisivo. Non ci sono altre fonti di illuminazione nella stanza. Fioca luce notturna filtra dalle tapparelle semi-aperte.



Le due squadre sembrano volersi studiare durante i primi dieci minuti dell'incontro, giocando prevalentemente a centrocampo.



Poco prima del quarto d'ora di gioco Vincent ingoia a fatica l'ultimo boccone della seconda pizza, ormai tiepida. Una quattro formaggi col pomodoro rinforzata.



Si lascia cadere pesantemente all'indietro, visibilmente soddisfatto e appesantito. Afferra una delle lattine di birra sullo sporco tavolino di vetro situato tra il divano e la televisione. La apre. Beve due sorsi prolungati. Appoggia la lattina mezza vuota sul tavolo. Rutta rumorosamente. Sogghigna grassamente fra se e se. Dopo un paio di minuti si accende una sigaretta. Si aggiusta sul naso gli spessi occhiali da vista. Torna a concentrarsi sulla partita.



Azione improvvisa della sua squadra sulla fascia destra. L'ala sta per entrare in area di rigore dopo aver ubriacato un paio di difensori. Vincent si inarca in avanti. Teso.



Improvviso squillo di cellulare.



Fastidioso secondo squillo di cellulare.



Ulteriore fastidioso squillo di cellulare.



Vincent alza infastidito gli occhi al cielo. Non adesso. Gli abbassa sul display del telefono appoggiato sul divano accanto a se. Sul piccolo schermo appare il nome del figlio, con la sua foto di quando aveva sei anni. Sbuffa. Lo afferra. Lo osserva per un po'. Continua a squillare.



L'azione si conclude con un nulla di fatto. Rimessa dal fondo.



Il telefono sta ancora squillando.



Risponde.



Stizzito.



"Ciao, Alex. Dimmi. Ma ti avviso, sono molto occupato in questo momento. Fai in fretta."



Ascolta in silenzio la voce concitata del figlio dall'altro capo della cornetta. Non lo interrompe. Lo lascia finire. Ogni tanto annuisce. Avvolto dal fumo della sua sigaretta. La fuma lentamente, con calma. Con voluttuosità. Continua seguire la partita sullo schermo. Ad un certo punto Alex pare aver terminato.



"Ho capito. Meno male che ti avevo detto di fare attenzione con la tua amichetta. Ascoltami, questo è quello che farai: te ne starai buono buonino nella tua stanza senza toccare niente. Non uscire da quella camera per nessuna ragione al mondo. Fumati due canne, gioca a un videogioco, fatti due pippe su YouPorn, fai quello che ti pare. Solo non uscire da quella stanza. Lascia tutto così com'è. Se il tuo vicino bussa non rispondere. Posso essere lì da te entro un' oretta e mezzo al massimo. Il tempo di risolvere le mie questioni. Intesi?"



Ascolta il figlio annuire, tra un singhiozzo e l'altro.



Calcio di punizione per la squadra avversaria dal limite dell'area, da posizione molto favorevole. Il portiere da disposizioni alla barriera. L'arbitro cerca invano di far rispettare la distanza tra i giocatori. Il volto di Vincent tradisce preoccupazione.



"Bravo figliolo. Adesso però ti devo proprio lasciare. Ci vediamo dopo. Mi raccomando. Papà sta arrivando ad aiutarti. Come al solito."



Stacca bruscamente la conversazione. Osserva per un attimo il display del cellulare. Lo butta sul divano accanto a se. Torna a focalizzarsi sulla partita. Sul grosso schermo il giocatore dell'odiata squadra avversaria si appresta a tirare la punizione. Vincenzo adesso è immobile, concentrato sul televisore.


Il pallone calciato magistralmente dal numero dieci della squadra ospite si infila sotto l'incrocio dei pali, superando il portiere vanamente proteso in tuffo. Uno a zero per la squadra avversaria.



Vincent impreca grossolanamente. Emette suoni gutturali. Scalcia il tavolino in vetro facendo cadere un paio di lattine a terra. Anche quella già aperta. La birra si rovescia sul pavimento. Vincent la osserva seduto sul divano. Fa spallucce. Ne apre un'altra. Cerca di riordinare le idee dopo essersela bevuta quasi interamente. Spegne il mozzicone su uno dei posaceneri sparsi sul divano.



Cerca di concentrarsi sulla partita, che vive però una fase di stanca. La sua squadra fatica a reagire. Nessuna azione degna di nota da segnalare al lettore viene trasmessa in questi minuti sul display al plasma.



L'arbitro fischia la fine del primo tempo, mandando le due squadre negli spogliatoi, con gli ospiti in vantaggio per una rete a zero.



Vincent ne approfitta per alzarsi dal divano. Si sgranchisce le gambe e si scrocchia la schiena. È fuori forma, grasso, flaccido, cinquantasei anni portati malissimo. Poi si dirige verso la porta di legno che conduce alla cantina, lungo il corridoio. La apre. Rimane per un attimo fermo sull'uscio. Osserva il buio dinnanzi a se. Poi scende le scale. Arriva di fronte al congelatore. Assapora il buio che lo avvolge. Si schiarisce la voce.



"Era tuo figlio al telefono, cara. Pare che abbia fatto qualche sciocchezza con una ragazza, un'amica del suo nuovo coinquilino, una poco di buono probabilmente. Sembra si sia trattato di un'incidente. Quel ragazzo del resto non ci ha mai saputo fare, con le donne."



Aspira lentamente. dalla sua sigaretta. Soffia il fumo verso il grosso congelatore orizzontale. A sua moglie dava fastidio il fumo.



"Pensavo comunque di passare da lui ad assicurarmi che fosse tutto a posto appena avrò finito di vedere la partita. Niente di cui preoccuparsi comunque, penso di avere la situazione sotto controllo."



Silenzio. Buio. Umidità. Vincent è ancora in piedi davanti al freezer. Butta la cenere per terra.



"In ogni caso ci tenevo che tu lo sapessi, tutto qui. Buonanotte cara. Sarà mia premura informarti di nuovi, eventuali, sviluppi."



Lancia con due dita il mozzicone della sigaretta ai piedi del congelatore. Tra le tante.



Percorre al buio le scale che lo riportano al piano superiore, in casa. Chiude la porta della cantina, lo sguardo soddisfatto. Ama rendere partecipe la moglie delle vicende riguardanti i loro figli. Si dirige verso il salone, lungo il corridoio.



Si accascia pesantemente sul divano. Inizia a frugare con le mani tra le lattine di birra sparse sul tavolino di vetro. Dev'esserci un dolce da qualche parte. Ricorda benissimo di averlo ordinato con le pizze. Lo trova. Un tiramisù preconfezionato. Lo mangia avidamente in meno di un minuto. Piccola pausa. Si mette comodo. Si accende l'ennesima sigaretta.



Gli piace fumare. Parecchio. Lo aiuta a riflettere.



Una vocina fastidiosa proveniente dal retro del suo cervello gli ricorda che uno dei suoi due adorati figlioli è chiuso a chiave nella stanza del suo appartamento e che si sta probabilmente masturbando con accanto a se sul letto il cadavere ancora caldo di una ragazza, come da lui del resto istruito. E che lo sta aspettando. Ha bisogno del suo aiuto. Probabilmente dovrebbe andare. Infilare il suo cappotto e incamminarsi.



Si chiama istinto paterno.



Ma la sua squadra del cuore è sotto di un gol, e solo uno sconsiderato lascerebbe soli i suoi ragazzi in questa situazione. Hanno bisogno di lui. Di tutti i loro tifosi. E lui non li può tradire. Non se lo perdonerebbe mai. Afferra un'altra lattina di birra dal tavolo, l'ultima. La apre. Comincia a biascicare stonati cori da stadio, seduto da solo sul grosso e sporco divano nel buio salotto illuminato solamente dal televisore.



Il secondo tempo sta per avere inizio.



Alessandro può aspettare un po'.
























Capitolo 13




Si sottrae dolcemente dall'abbraccio di Bob, ormai profondamente addormentato. L'uomo russa. Non se ne accorge. Continua a dormire. L'oppio che aveva in borsetta l'ha steso.



Cindy raccoglie i suoi vestiti da terra. Si riveste lentamente. Osserva il cielo stellato muoversi lentamente sul soffitto sopra di se mentre si allaccia la camicetta. Sul letto a due piazze Bob si gira dall'altra parte. Smette di russare. Dalle piccole casse collegate all'iPod continua a propagarsi nell'aria musica ambient a basso volume



Inizia ad ancheggiare leggermente, lasciandosi cullare dalla melodia per pochi istanti, sensualmente. Si allaccia l'ultimo bottone. Raccoglie una canna non completamente finita da uno dei posaceneri sparsi nella stanza. Se l'accende. La fuma in piedi davanti al letto. In silenzio. Assapora il momento. Continua ad ondeggiare. Ha avuto serate peggiori. E forse è riuscita a toccare qualche corda nascosta dell'anima di Bob. Le piace pensarlo.



Afferra la sua giacca appoggiata su una sedia. Se la infila. L'orologio appeso al muro indica venticinque minuti dopo la mezzanotte. Spegne lo spinello in un posacenere. Si avvicina all'uomo nudo disteso sul letto. Si siede accanto a lui. Lo osserva dormire. Gli carezza i capelli. Bob grugnisce. Lei sorride di un sorriso morbido.



Lo bacia in fronte e si alza. Raccoglie la sua borsetta dalla piccola scrivania vicino al letto e spegne il proiettore laser situato ai piedi del letto. Le stelle spariscono. Così come la nebulosa galattica. Il buio avvolge la stanza. Bob ricomincia a russare. Il rumore copre la musica ambient che ancora risuona soffusamente dalle piccole casse nere. Cindy esce dalla stanza, richiudendosi la porta dietro di se.



Il salone è illuminato solamente dalla luce dello schermo della televisione appesa al muro.
Il volume è muto. Sintonizzata su un MTV. Le altre luci sono spente. Scorge la sagoma del grasso gatto grigio che dorme sul divano. Si dirige verso alla porta del bagno, vicina a quella della cucina. Vi si infila. Si chiude dentro.



Si osserva allo specchio sopra il lavandino. Apre il rubinetto dell'acqua fredda. Si sciacqua la faccia. Richiude il rubinetto. Si asciuga il viso con lo sporco asciugamano vicino al lavello. Tradisce fastidio. Lo rimette a posto. Torna a guardare il suo riflesso sullo specchio davanti a se.



Osserva il suo bel viso. Ispira fiducia a quanto pare. Lo dice la gente. Se ne stupisce ancora. Il più delle volte non riesce ad ispirare fiducia neppure a se stessa.



Sorride amaramente.



Ma va bene così. Offrire conforto le viene naturale. Essere una spalla su cui piangere. Una voce amica da ascoltare. Una bocca da baciare. Un corpo da abbracciare.



Facendo naturalmente attenzione a evitare che il mondo riesca a scorgere anche solo per un attimo il grande vuoto che c'è in te, Cindy.



Cindy scaccia il pensiero. Infila le mani nella borsetta a tracolla e ne estrae una busta di cocaina. Ne stende una striscia sul mobiletto vicino al lavandino. L'aspira rapidamente. Rimette la bustina nella borsetta. Si rilassa. Niente di meglio contro i cattivi pensieri. E per una pedalata notturna verso casa.



"Cazzo, che botta."



Esce soddisfatta dal bagno. Richiude la porta alle proprie spalle. La luce del televisore acceso illumina parzialmente il salone. Il gatto sta ancora dormendo sul divano. Si avvia lungo il corridoio che conduce verso l'uscita del piccolo appartamento.



Non si accorge dell'occhio che ne sta seguendo i movimenti dal buco della serratura della camera di Alessandro.



Apre la porta dell'appartamento. Il pianerottolo è sporco, la luce al neon fredda. Dalle scale sta faticosamente salendo un uomo di grossa corporatura. Indossa un lungo cappotto verde e un paio di spessi occhiali da vista. L'appartamento è all'ultimo piano, l'ascensore momentaneamente fuori uso. Un ascensore di un quartiere periferico. La porta dell'appartamento è ancora aperta. All'interno una delle due porte che danno sul salone si apre silenziosamente.



L'uomo giunge sul pianerottolo. Respira affannosamente. Ha con se una vecchia quarantotto ore di pelle scura. Cindy lo osserva incuriosita.



"Tutto bene, signore?"



"Tutto bene, grazie. Solo un po' di affanno. Mi sento già meglio, in effetti. E, mi dica signorina, con chi ho il piacere?"


"Senta, è quasi l'una di notte e io me ne stavo andando a casa. Quindi, se mi vuole scusare..."



Chiude la porta dietro di se. La lampadina appesa al soffitto illumina l'uomo, la donna e una pianta rinsecchita presenti sullo spoglio pianerottolo. Si dirige verso le scale. I'uomo con gli occhiali si posiziona tra lei e la rampa.



Cindy cerca di aggirarlo. Lo spazio è stretto. I loro volti sono a pochi centimetri di distanza uno dall'altro. Lei evita il suo sguardo. Lo sposta verso le scale. Non può vedere la mano sinistra dell'uomo estrarre dalla tasca una piccola siringa. L'uomo si posiziona in modo tale da impedirne il passaggio.








Poi il tempo torna a scorrere normalmente.





La porta dell'appartamento si apre dall'interno. Alex si affaccia sul pianerottolo. Vede il padre in piedi davanti a se. Si sta accendendo una sigaretta. Poi vede Cindy sdraiata a terra accanto alla pianta. Sta dormendo profondamente.



"Che diavolo hai combinato, papà? Che ci fa lei qua per terra? Se ne stava andando a casa! Cazzo, papà!"



Vincenzo fuma con calma la sua sigaretta. Osserva il figlio con aria paternalistica.



"E lasciare una potenziale testimone andarsene così dalla scena del delitto? Chi ci assicura che non stesse andando dritta dritta dalla polizia? È un rischio che non potevamo correre, Alex."



"Papà, è stata nella camera di Bob tutta la sera. Non sapeva niente. Non aveva visto niente. Niente di niente. Cazzo che casino, papà! Cazzo!"



"Smetti di piagnucolare e portiamola in camera tua, mammoletta. Non possiamo rimanere qui a lungo. Qualcuno potrebbe vederci. Forza, dammi una mano. Sono qui per aiutarti, figliolo. Non rendere tutto più complicato."


Vincent butta la sigaretta nel vaso della pianta. Afferra per i piedi Cindy, mentre Alex la prende dai polsi. La sollevano e la trasportano all'interno dell'appartamento, lungo il corridoio non illuminato.



Dopo circa un minuto riappare sul pianerottolo. Afferra la valigetta in pelle appoggiata vicino alla pianta. Nessun vicino pare essersi accorto di nulla. Tutto tace. Rientra in casa, richiudendosi la porta dietro di se.



Un sottile filo di fumo si alza dal vaso della pianta rinsecchita per ancora qualche minuto. Poi si spegne.






















Capitolo 14




L'inquadratura si sposta dall'appartamento alla strada di sotto, davanti alla facciata del condominio.



Il tizio col cappotto marrone seduto accanto l'uomo alla guida ha in mano una grossa mappa e dei tabulati telefonici. L'auto avanza a velocità moderata nel buio della notte.



"L'ultimo segnale del telefono cellulare di Diana Cox proveniva da questa zona, accosta."



L'uomo al volante, un giovane poliziotto in divisa, senza azionare la freccia accosta rapidamente al marciapiede la macchina della polizia. Le sirene e i lampeggianti sono spenti. I due uomini scendono dalla vettura. Intorno a loro grosse case popolari male illuminate da lampioni in gran parte non funzionanti.



Nessuno nei paraggi. È tardi. Piove.



"Cosa facciamo, tenente Sugar? Aspettiamo il resto della squadra?"



"Purtroppo non c'è nessuna squadra, giovanotto. Per il momento siamo io e te. Il commissario è stato chiaro, manderà rinforzi solo in caso di sviluppi concreti. L'organico è sempre più carente in tempi di tagli al budget, figliolo. Ho paura che dovremo cavarcela da soli."



Il giovane agente osserva perplesso il suo superiore.



"La cosa ti spaventa, ragazzo?"



"Assolutamente no, tenente. Mi domando solo quanto possa essere prudente. Tenente."



"Ascolta, ragazzino, perché non vai a casa a piangere tra le braccia della mammina e lasci noi adulti fare il lavoro sporco? Diglielo però che ti sei fatto la pupù addosso."



"Chiedo scusa, tenente. A disposizione, tenente. Come pensa di agire, tenente?"



Il tenente Sugar appoggia la grossa mappa sul cofano bagnato dell'auto. Col dito della mano indica una zona cerchiata in rosso. La pioggia bagna rapidamente la mappa. Il giovane lo guarda perplesso, ma preferisce stare zitto.



"Il segnale del cellulare dell'ultima donna scomparsa ieri notte è stato localizzato in questa cella prima di essere staccato. Dobbiamo setacciare questi palazzi casa per casa. Il primo che trova qualcosa di interessante chiama i rinforzi e chiudiamo questa storia una volta per tutte. Tutto chiaro?"



"Tutto chiaro, tenente. Quale palazzo preferisce ispezionare, tenente?"



Ripiega malamente la mappa completamente fradicia dal cofano della macchina e la butta all'interno dell'auto, sul sedile del passeggero. Rivolge lo sguardo all'insù, rivolto verso l'ultimo piano del condominio di fronte, verso l'unica camera illuminata del palazzo, con le tapparelle semichiuse. La camera di Alex. Sente vibrare leggermente la base della spina dorsale. Gocce di pioggia bagnano il suo viso rivolto verso l'alto.



"Penso che comincerò con questo qui, di fronte", dice senza distogliere lo sguardo dalla finestra parzialmente illuminata del condominio dinnanzi a se. Poi lo abbassa. Si rivolge al collega.



"Tu puoi provare con quello alle nostre spalle. Ci aggiorniamo ogni ora, ok? Mi raccomando."



Il giovane poliziotto in divisa annuisce. Estrae la pistola dalla fondina. La carica. Cerca e trova lo sguardo del tenente Sugar. Ha poco più di vent'anni. Ha i capelli bagnati dalla pioggia.



"Ricordati, stiamo cercando Diana Cox, la quinta donna scomparsa. Quarant'anni, bionda. E il bastardo che l'ha rapita, naturalmente. E le altre quattro donne rapite, se possibile. Mi raccomando figliolo, la vita di quelle ragazze è nelle nostre mani."



"Sissignore. Ci sentiamo tra un'ora, tenente."



Il giovane poliziotto si dirige verso l'ingresso del palazzo a lui assegnato. Entra nell'androne. Sparisce al suo interno. Il tenente Sugar rimane per un momento da solo accanto all'auto della polizia. Sotto la pioggia.



Gli piace la pioggia.



Estrae dalla tasca interna del cappotto una piccola bottiglia argentata. Svita il tappo e beve una lunga sorsata del liquido al suo interno.



Rimette la bottiglietta nuovamente nella tasca interna dopo averla richiusa. Estrae la pistola dalla fondina e la carica. La rimette a posto. Da un'ultima occhiata alla finestra illuminata dell'ultimo piano, poi si avvia verso l'ingresso dell'androne del palazzo. La porta è aperta. Adesso è dentro. Osserva stizzito la porta chiusa dell'ascensore fuori uso. Dannate case di periferia.



Comincia ad avviarsi verso l'ultimo piano, su per le scale. La base della colonna vertebrale sta ancora vibrando leggermente.
























Capitolo 15




I due uomini sono chini sul corpo della donna bionda sdraiato per terra a pancia in giù, appoggiato su dei fogli di giornale. In mano hanno una sega da boscaiolo con cui stanno tagliando in due il cadavere. Cindy dorme narcotizzata sul letto. È imbavagliata e legata ai piedi e ai polsi alla struttura in metallo. La luce della stanza è accesa.



"Era proprio necessario che ti imbottissi di metanfetamine, Alex? Sai che non approvo quella robaccia sintetica."



"Avevo bisogno di qualcosa che mi tirasse su, papà. Sono svenuto, prima. Mi aiuta anche contro la nausea."



"Capisco. Se vuoi ho un po' di coca nella valigetta."




"Per il momento sono a posto, papà. Grazie lo stesso. Magari dopo."



Continuano a segare. In silenzio. Per un po'.



"E comunque mi vorresti spiegare che cazzo stiamo facendo, papà?"



"Sta zitto e continua e segare, figliolo. Abbi fiducia nel tuo babbo. È qua per aiutarti."



Continuano in silenzio, chini uno di fronte all'altro, col cadavere della donna per terra in mezzo a loro. La macchia del sangue che fuoriesce dal suo corpo si allarga lentamente sul pavimento.



"Bè, direi che comunque hai brillantemente superato il tuo blocco psicologico. Ne sono felice. Te lo portavi dietro fin da ragazzino, Diamine. Fin da quando ti rifiutasti di far fuori il cane dei vicini, quel piccolo bastardello. Ora sei un uomo, un uomo vero. Come tuo padre."



"Non so cosa mi sia preso, papà, ti giuro. Questa puttanella ha iniziato a urlare e a colpirmi con un posacenere... Non ci ho capito più niente. Ho afferrato il martello e l'ho colpita finche non è rimasta zitta, immobile... Forse ho esagerato un po', questo si. Io volevo solo... Avercela un po' qua tutta per me... Non capisco perché abbia dovuto reagire in questo modo. Stavo anche cercando di essere carino con lei, cazzo!"



"Donne, figliolo. Esseri imprevedibili, dotate di poco raziocinio. Non fidarti mai di loro, ascolta papà. Tra l'altro non mi avevi detto di averla legata al letto, scusa? Come ha fatto a colpirti?"



"Ehm... Si... Almeno mi pareva... Forse i nodi non erano strettissimi, in effetti... Ma piuttosto mi vorresti spiegare perché la stiamo tagliando in due, cazzo? Guarda che casino stiamo facendo! C'è sangue dappertutto! Cazzo papà!"



"Dovremo disporre del cadavere senza dare nell'occhio, Alex. Lo faremo a pezzi e lo porteremo man mano giù nel baule dell'auto, per poi seppellirlo in un luogo tranquillo. Ecco perché lo stiamo tagliando in due. Mi segui?"



"Si, papà. Scusami, papà."



Sul letto Cindy inizia a riprendere lentamente i sensi. La cocaina presente nel suo corpo sta vanificando anzitempo gli effetti dell'anestetico. I due uomini continuano a segare, chini sul pavimento.


"Dunque primo omicidio, figliolo. Come ti sei sentito?"



"Di merda, papà. Come vuoi che mi sia sentito?"



"Dipende... Io del mio ho un ricordo bellissimo... Avevo poco più di vent'anni... Un capo ultras della squadra avversaria durante una trasferta... Riuscii anche a farla franca. Ahh, bei tempi quelli. Spensierati."



"Papà, per favore. Sto cercando di tagliare una donna a metà. Non è un cazzo facile, tra l'altro."



"È perché stiamo tagliando la colonna vertebrale, la parte più resistente. Dopo è in discesa, fidati."



"Si, papà."



Cindy socchiude gli occhi. Riprende i sensi. Vede le teste dei due uomini accanto al letto. Sono intenti in qualcosa ma non capisce cosa.



Però lo intuisce.



È imbavagliata, non può urlare. Inizia con calma, silenziosamente, a cercare di sfilare i polsi dai nodi che la tengono immobilizzata al letto. Chiude gli occhi. Ha paura. Li sente parlare.



"Confido tu abbia provveduto ad assicurare la signorina sul letto in maniera più efficace questa volta."



"Per chi mi hai preso, papà? Per uno sprovveduto? E comunque ho fatto attenzione, stavolta. Nodi strettissimi. Per quanto tempo dovrebbe rimanere ancora incosciente?"



"Un paio d'orette. Dopo dovremo disporre anche di lei. Potremmo anche divertirci un po', prima. Vedremo. Concentriamoci sulla signorina bionda, per il momento. Continua a segare, ci siamo quasi."



"E comunque potevi lasciarla andare papà, non aveva visto niente. Ha passato tutta la serata nell'altra stanza con quel coglione del mio coinquilino. Hai solo incasinato ulteriormente le cose. Cazzo."



"Non potevo saperlo, figliolo. Era un rischio che non potevamo permetterci. Ecco, ci siamo."



La sega da boscaiolo squarcia la pelle della pancia della donna, che adesso è divisa in due, all'altezza del bacino. Il sangue inonda il pavimento. Vincent si rialza, Alex rimane seduto, accanto alla donna segata a metà.



"Temo che domattina dovrai fare un po' di pulizia, figliolo. Passami la sega."



Rimette la sega da boscaiolo che il figlio gli porge nella sua valigetta aperta sul tavolo, accanto alla pistola col silenziatore e un grosso coltello. Ne estrae una più piccola che porge al figlio ancora seduto per terra.



"Comincia a tagliare il braccio, all'altezza del gomito. Non è difficile, dovresti farcela da solo."



"Si, papà."



Alex comincia silenziosamente a tagliare il braccio della donna sdraiata sul pavimento. Vincent si lascia cadere pesantemente sulla poltroncina girevole. Scorge un panino all'interno di un sacchetto di plastica sul tavolo. Lo afferra avidamente. Comincia a mangiarlo. In silenzio, mentre osserva il figlio seduto per terra in un lago di sangue tagliare il braccio sinistro dalla parte superiore del corpo della donna.



Prosciutto e formaggio, il suo preferito.



Sul letto Cindy è ormai pienamente cosciente.



Perfettamente calata nell'orrore che la circonda.



Tiene gli occhi lievemente socchiusi, in modo da poter seguire i movimenti dei due uomini dalla sua scomoda posizione, senza essere vista. Il più vecchio sta mangiando seduto alla scrivania, l'altro è ancora chino per terra. Ne vede la nuca dietro la base del letto, oltre ai suoi piedi legati.



La sua mano destra è libera, però. I nodi non sono decisamente il forte di Alex.



Rovista silenziosamente sul comodino con la mano appena liberata. Senza guardare. Per gli uomini lei sta ancora dormendo. Tocca qualcosa. Lunga. Stretta. L'afferra e ritrae la mano. Stringe forte il piccolo oggetto. Chiude forte gli occhi.



"Ne hai un altro, di questi panini? Ho ancora un po' fame."



"No, papà. Ne avevo un altro ma l'ho mangiato prima che arrivassi. Ecco, ho finito. Tagliato. Ottimo lavoro, che dici?"



Alex si alza, mettendosi in piedi. In mano ha il braccio reciso della donna che continua a perdere sangue per terra. Lo mostra orgoglioso al padre. Cindy osserva terrorizzata dal letto la scena con gli occhi socchiusi. Avverte qualcosa di molliccio vicino al suo cuscino. Potrebbero essere pezzi di cervello. Vorrebbe urlare. Piangere. Ma non può.



"Complimenti, figliolo. Ben fatto. Adesso l'altro. Ma prima dammi una sigaretta, ho quasi finito le mie."



"Si, papà. Subito, papà."



Lascia cadere il braccio a terra, accanto al corpo. La stanza è ormai quasi completamente ricoperta di sangue. Cerca di ricordare dove ha lasciato le sigarette. Le vede sul comodino. Si avvicina al letto.



Cindy lo osserva avvicinarsi al letto con gli occhi socchiusi. Con la mano destra stringe la biro che ha raccolto dal comodino. Alex è accanto a lei, chino sul comodino. Non la sta guardando.



Adesso o mai più.



Con un ampio movimento improvviso dal basso infila la biro in profondità nel collo di Alex, appena sotto la mandibola. L'uomo appare stupito, imbambolato. Si porta istintivamente le mani al collo. Cindy estrae la penna dalla ferita. Uno schizzo di sangue vi fuoriesce.



L'uomo e la donna si guardano negli occhi per un breve attimo, in silenzio.



Poi lei infila con tutta la forza e la rabbia che ha in corpo la penna nell'occhio sinistro di Alex. Dal basso verso l'alto, in direzione cervello. Ritrae la mano, lasciandola conficcata. Alex cade pesantemente all'indietro contro il muro, rimanendo seduto in una posizione sgraziata, innaturale.



Ha delle convulsioni.



Dopo un po' cessano.



Muore.



Silenziosamente.



Cindy l'osserva dal letto. Osserva la sua maglietta impregnarsi del sangue che continua a colare lentamente dal collo. Poi lo sente. Secco come un pugno nello stomaco.



Clic.



Si gira verso l'uomo seduto sulla poltroncina girevole con la pistola in mano, puntata verso di lei. È ancora imbavagliata, non può urlare. E i piedi e la mano sinistra sono ancora legati al letto. Non ha neanche più la penna.



Chiude istintivamente gli occhi.



Per sempre.



Il proiettile la colpisce in piena fronte. La testa cade all'indietro, sul cuscino, vicino ad alcuni frammenti del cervello di Diana. Un rivolo di sangue cola lentamente dalla sua fronte immobile.



Seduto alla scrivania, dall'altro lato della stanza, Vincent è ancora fermo nella stessa posizione. Sta ancora impugnando la pistola. La sta ancora puntando contro il letto. Un sottile di fumo sta uscendo dall'estremità del silenziatore. Respira affannosamente.



"Stupida puttanella."



Abbassa l'arma. Rivolge lo sguardo verso il cadavere del figlio, ancora appoggiato al muro. Lo osserva in silenzio. Per un po'.



Poi si alza dalla sedia. Si trova costretto ad ammettere a denti stretti con se stesso che fino a questo punto le cose non sono andate esattamente secondo i piani. Cerca di focalizzarsi sugli elementi positivi. Il coinquilino pare non essersi accorto di niente, per esempio. E neanche i vicini. E a parte la malaugurata perdita del figlio la situazione è ancora tutto sommato sotto controllo. Cerca di assaporare la quiete notturna che è tornata a regnare intorno a se.



Un attimo dopo il silenzio è rotto dal suono del campanello del citofono. Qualcuno sul pianerottolo lo sta premendo insistentemente. Vincent alza gli occhi al cielo. Sbuffa. Afferra il cappotto dalla sedia.




























Capitolo 16




Il rumore del citofono continua a squarciare il silenzio della notte. L'orologio appeso al muro del salone indica le due. La porta della camera di Alex si apre e Vincent vi esce trafelato dal suo interno. Indossa il suo lungo cappotto verde. In mano ha la sua pistola. Si dirige lungo il corridoio, senza accendere la luce.



Dalla camera di Bob nessun cenno di vita. Ha il sonno profondo. L'ha sempre avuto. Il gatto osserva la scena dal divano. Il rumore l'ha svegliato.



Vincent avvicina l'occhio allo spioncino della porta. L'uomo che vede deformato attraverso esso è in piedi davanti alla porta e sta di nuovo suonando al campanello. Indossa un impermeabile marrone. Il rumore del campanello è insopportabile. Carica la pistola. L'impugna nascondendo la mano all'interno dell'ampia tasca del cappotto. Si schiarisce la voce.



"Chi è?"



"Polizia, avrei bisogno di fare due chiacchiere con lei se possibile."



Breve attimo di intenso silenzio.



Poi la porta si apre.



I due uomini sono ora uno di fronte all'altro, accanto alla pianta rinsecchita. Si studiano per un breve attimo. L'uomo sul pianerottolo col distintivo in mano rompe il silenzio.



"Buona sera, sono il Tenente Sugar. Chiedo scusa per l'ora tarda ma io e miei uomini stiamo setacciando la zona. Nuovi indizi sono recentemente emersi nel caso delle ragazze scomparse, penso ne abbia sentito parlare."



"Si, ho letto qualcosa a riguardo... mi scusi ma sono un po' confuso, come può immaginare stavo dormendo... Non è che potrebbe passare domattina? Sono molto stanco e..."


"Lei indossa il cappotto per dormire? Curioso. Decisamente curioso. E comunque ci vorrà un attimo, glielo assicuro. Il tempo necessario per una rapida occhiata nel suo appartamento."



Vincent osserva il poliziotto da dietro le spesse lenti dei suoi occhiali. Appare indeciso sul da farsi. La fredda luce al neon del pianerottolo illumina i due uomini. Il poliziotto lo incalza.



"O se preferisce, posso radunare i miei uomini e sfondarle la porta, un'irruzione vecchio stile. Come meglio crede."



"Se mi dice che ci vorrà un attimo..."



"Pochi minuti, glielo assicuro. Mi fa entrare?"



"Se proprio insiste. Si accomodi."



Vincent si sposta di lato, permettendo all'uomo di entrare nell'appartamento. Richiude la porta. I due uomini sono ora nel corridoio dell'appartamento. Il tenente Sugar si dirige verso il salotto parzialmente illuminato. Vincent è dietro di lui. Pistola carica in tasca. Non accende la luce del corridoio.



"E ditemi, cosa vi conduce nel mio alloggio nel cuore della notte, tenente?"



"Ieri è scomparsa un'altra donna, una certa Diana Cox, un'impiegata di quarant'anni. Bionda. Il marito ne ha denunciato la scomparsa oggi. Abbiamo agganciato il suo cellulare l'ultima volta in quest'area ieri pomeriggio. Potremmo essere ad una svolta del caso. Lei vive solo, signor...? E le dispiacerebbe accendere la luce?"



"Vincent. Vincent Cantley. No, vivo con mio figlio. E no, non credo l'accenderò. M'infastidisce."



Sugar si gira stupito verso Vincent. Avvicina la mano alla fondina sotto l'ascella. I due uomini sono nel salotto, a circa un metro uno dall'altro. L'unica luce che l'illumina è quella che arriva ad intermittenza dal grosso televisore.



"Glielo devo proprio confessare, tenente Sugar. Non mi sono mai piaciuti gli sbirri."



Il silenziatore attutisce il rumore secco del colpo di pistola. Sugar cade pesantemente sul pavimento, tra il divano e il tavolo. Il gatto con un goffo balzo dal divano scappa verso la cucina.



Sullo schermo Justin Timberlake si sta cimentando in un silenzioso balletto.



Vincent osserva stizzito il buco del suo cappotto, all'altezza della tasca. Se lo sfila e lo appoggia sul divano, infastidito.



Si avvicina al corpo del poliziotto. Lo scalcia un paio di volte. Nessuna reazione. Appoggia la pistola sul tavolo, tra le bottiglie di birra vuote e i posaceneri stracolmi. Si accende una sigaretta. Prova a riflettere.



Quattro cadaveri di cui disfarsi. Troppi. Tra cui quello di uno sbirro. Con altri sbirri in arrivo nel giro di qualche ora al massimo. Bisogna saper riconoscere quando la situazione ti sfugge di mano.



Si dirige verso la camera di Alex. Apre la porta. Si avvicina alla scrivania scavalcando goffamente la parte inferiore del corpo di Diana, quella dal busto in giù. Il pavimento è ricoperto del sangue appiccicoso della donna. Si siede pesantemente sulla poltroncina girevole in similpelle nera, esausto. Avvolto dal fumo della sigaretta che fuma lentamente.



Osserva il cadavere di Cindy, ancora legato al letto. È inarcato all'indietro, col mento rivolto all'insù, la testa affondata nel cuscino sporco di sangue. Sul muro dietro al letto sono ancora appiccicati piccoli frammenti del cervello di Diana. I più grossi sono ancora sparsi sulle lenzuola, vicino al cuscino.



Piccola bastarda.



Rivolge la sedia girevole verso il corpo senza vita del figlio, ancora appoggiato sul pavimento nell'angolo della stanza. La biro è ancora infilata nell'occhio. La maglietta sporca del sangue fuoriuscito dalla gola. La mano ancora aggrappata disperatamente al collo. Seduto nel sangue che ricopre ormai completamente il pavimento della stanza. La posa è sgraziata. Grottesca.



Il suo piccolo, innocente, Alessandro.



Si gira infine verso il cadavere di Diana, o almeno la parte superiore di esso. Sdraiata a pancia in giù sul pavimento senza il braccio sinistro in una pozza di sangue e di materia cerebrale fuoriuscita dalla scatola cranica fracassata. Gli occhi sono ancora aperti, sbarrati. La parte inferiore è a circa mezzo metro di distanza, più vicino alla porta.



Bel casino. Gran bel casino.



Spegne la sigaretta in uno dei posaceneri presenti sulla scrivania. Si aggiusta gli spessi occhiali.
Cerca di elaborare un piano, la lista delle cose da fare. Dovrà, nell'ordine:



Raccogliere le sue cose, riporle nella sua quarantotto ore e lasciare con discrezione la scena del crimine prima che altri sbirri vengano a cercare il loro impavido ma sfortunato collega.



Ficcare un proiettile nella testa di Bob, il coinquilino. Probabilmente non si è accorto di niente, ma lasciarsi un testimone alle spalle non è mai una buona idea. Inoltre Alex lo dipingeva come un coglione. Il mondo non ne sentirà la mancanza.



Passare da casa, prelevare dalla credenza in cantina i contanti della pensione della moglie previdentemente accumulati in caso di emergenze e quelli delle rapine in motorino messe a segno nell'ultimo periodo - in realtà più per divertimento che altro - senza naturalmente dimenticarsi di salutare l'adorata consorte.



Mettersi alla guida della propria autovettura in direzione confine, meglio cambiare aria per un po'. L'atmosfera potrebbe farsi pesante. Potrebbe andare a trovare il figlio a Londra. Sempre che possa ricevere visite presso l'ospedale dove lavora come cavia. Potrebbe recarsi in riviera per qualche tempo, prima. L'importante è che ci sia un'antenna satellitare per il calcio.



E comunque, che diavolo ci fa quel maledetto sbirro in piedi sulla porta con la mia pistola in mano? Non l'avevo fatto fuori poco fa in salotto?



Il tenente Sugar è incredulo appoggiato alla porta. Con una mano tampona la ferita all'altezza dell'addome. Con l'altra impugna la pistola col silenziatore che ha raccolto dal tavolo del salotto. La presa è inferma. Ha perso molto sangue. È pallido. Osserva con stupore misto a terrore Vincent tranquillamente seduto sulla sedia in mezzo ai cadaveri disseminati nella stanza. Lo guarda alzare leggermente le mani. Abbozzare un sorriso.



"Tenente Sugar, le assicuro che posso spiegarle tutto. Non è come sembra."



Il sibilo del colpo di pistola è secco, improvviso.



Il proiettile colpisce Vincent poco sopra gli occhi, in mezzo alla fronte. La testa si inarca di scatto all'indietro. Il grasso volto rugoso rimane fermo rivolto verso la lampadina appesa al soffitto. Gli spessi occhiali da vista sono ancora infilati sul naso, solo leggermente storti verso destra.



Rimane seduto, così. In silenzio. Tra il corpo del figlio appoggiato al muro poco distante e quello di Cindy legato sul letto. Ai suoi piedi giace il busto di Diana. Senza il braccio sinistro. È appoggiato per terra poco distante dal tronco, sporco del sangue che ricopre tutto.



La pistola cade dalle mani tremanti del tenente Sugar. Il tonfo è sordo, assolutamente non sufficiente a svegliare Bob che dorme profondamente nell'altra stanza. Con l'altra mano continua a cercare di tamponare la ferita. Vanamente. Continua a perdere molto sangue. La scena raccapricciante che gli si para davanti comincia a diventare sfocata. A sdoppiarsi. Si accascia su se stesso, lungo la porta, tra il salone e la stanza del fu Alex. Nel sangue del cadavere tagliato in due di Diana. E nel suo. Sempre di più.



Cerca di estrarre il cellulare dalla tasca con le mani sporche di sangue. Sente le forze abbandonarlo. Le mani perdere sensibilità. Si sorprende ad abbozzare un ultimo, amaro, sorriso pensando al fottuto ciccione che se non altro ha avuto il piacere di far fuori. È il suo ultimo pensiero, poi perde conoscenza, tutto diventa buio.



Avrebbe bisogno di assistenza medica immediata, che non arriverà. Spira lentamente nel giro di un paio d'ore.













Capitolo 17




Nel corso della notte, dalle tre in poi, non succede niente di particolarmente interessante, almeno all'interno dell'appartamento.



Decidiamo di dare un'occhiata alla camera di Bob.



Dorme beatamente nella sua stanza, ignaro degli avvenimenti che si sono susseguiti nel corso della nottata nel piccolo alloggio. La sua serata è terminata quando sì è addormentato tra le braccia di Cindy, molte ore prima. Continua a russare rumorosamente, sdraiato sul letto a due piazze della sua camera. Le piccole casse di plastica nera sono silenziose, l'iPod spento, scarico.



Chiudiamo la porta delicatamente, senza far rumore, e ci dirigiamo verso quella della camera di Alex. Sbirciamo al suo interno.



Nella stanza la situazione è disordinata, caotica, addirittura raccapricciante ma allo stesso tempo paradossalmente tranquilla, come cristallizzata nel tempo e nello spazio. La lampadina ancora accesa appesa al soffitto illumina la scena. Il tenente Sugar è seduto a terra, vicino alla porta d'ingresso, la testa rivolta verso il basso, appoggiata sul petto. Vincent è seduto con un buco in testa sulla poltroncina girevole in similpelle, lo sguardo rivolto al soffitto. Il cadavere di Cindy è ancora legato al letto, quelli di Alex e Diana sono riversi per terra, sporchi del loro stesso sangue.



Il grasso gatto grigio sta leccando la materia cerebrale che fuoriesce dalla testa fracassata dal cadavere di Diana. Fa una piccola pausa. Si lecca i baffi compiaciuto. Poi riprende il suo pasto.



Lasciamo per un attimo l'appartamento, scendiamo uscendo dall'androne del grosso condominio. Piove incessantemente. La strada è illuminata poco e male. Scorgiamo delle luci blu intermittenti in lontananza. Ci avviamo verso di esse.



Un paio di isolati più in la, le sirene delle macchine della polizia illuminano la facciata di un grosso palazzo. Un condominio popolare, a meno di cinquecento metri in linea d'aria rispetto a quello dove si trova la casa dove abitano Alex e Bob. Sulle scena arrivano anche delle ambulanze. Dei poliziotti stanno delimitando l'ingresso del palazzo con del nastro giallo. La confusione è tanta. Alcuni condomini sono affacciati dalle loro finestre. Un elicottero sorvola la scena dall'alto.




Ci avviciniamo con discrezione ad un poliziotto in divisa che sta parlando con dei giornalisti. Ci posizioniamo subito dietro a loro, vicino ai cameramen e ai fotografi. Ascoltiamo le parole dell'agente. Sta ancora piovendo.




"Signori, l'abbiamo preso, quel dannato bastardo. Nel corso di una perquisizione notturna abbiamo fatto irruzione nell'appartamento di Teddy Roggiero, una vecchia conoscenza delle forze dell'ordine, stupratore di vecchia data, fuori per un cavillo legale che ha costretto un giudice a rilasciarlo dal carcere dove stava scontando una pena di sette anni per violenza sessuale."



"E dove si trova adesso?"


"Come l'avete trovato?"


"Cosa ne è stato delle ragazze?"


"Perchè queste cose ce le sta dicendo lei e non il tenente Sugar?"



Il poliziotto si copre istintivamente il volto per proteggersi dai ripetuti flash delle reflex dei fotografi. I giornalisti si accalcano microfoni in mano intorno all'agente di polizia, circondandolo. La pioggia s'intensifica.



"Signori... Signori... Per favore... Uno alla volta... Dunque... Teddy Roggero è stato ferito durante uno scontro a fuoco mentre cercava di resistere all'arresto ed è attualmente sotto i ferri al City Hospital. Ha una brutta ferita alla testa. I medici stanno cercando di salvarlo, ma da quanto ne sappiamo le sue condizioni sono disperate. È stato rintracciato grazie al segnale del cellulare della quinta donna scomparsa, l'unica tra l'altro della quale non è stato ancora recuperato il corpo. Abbiamo purtroppo trovato i cadaveri delle prime quattro all'interno dell'appartamento di Roggero, orrendamente sfigurate e mutilate. Si, hanno subito violenza prima di essere uccise. In quanto al tenente Sugar... Bè... Abbiamo perso i contatti con lui nel corso della notte e contiamo di iniziare le sue ricerche non avremo messo un po' d'ordine in questo casino. Altre domande?"



Ecco perché non sono ancora andati a cercare il loro intrepido collega.



I giornalisti si accalcano ancora di più addosso al poliziotto, parlandosi uno sopra l'altro rendendo incomprensibili le domande rivolte all'agente. La pioggia di flash s'infittisce ulteriormente. L'agente si ritrae, spazientito.



Decidiamo che ci può bastare e ci allontaniamo dal rumoroso raggruppamento di persone. Torniamo a dirigerci verso il vicino condominio di Alex e Bob, sotto la pioggia. Non ci impieghiamo molto. Entriamo nell'androne, saliamo su per le scale e siamo di nuovo all'interno del piccolo appartamento, coi protagonisti della nostra storia esattamente dove li avevamo lasciati.



Bob sta ancora russando in camera sua. In salone la televisione è ancora sintonizzata su MTV, il volume ancora a zero. I cadaveri sono ancora li. Tutti e cinque. L'unico ad essersi mosso è il gatto ora sta dormendo sul divano



Ci soffermiamo a riflettere brevemente sulla figura di Teddy Roggero. Quattro vittime, tutte ragazze giovani. Violentate. Sfigurate. Mutilate. Uccise. Un cattivo vero, di Serie A, di tutt'altra categoria rispetto ai tutto sommato innocui protagonisti della nostra piccola storiella. Un peso massimo, uno di cui aver paura, seriamente. Beccato oltretutto non per un suo errore ma per un'imponderabile serie di sfortunati eventi, primo tra tutti il vivere nel condominio accanto a quello dei nostri protagonisti.



Ne scacciamo rapidamente il pensiero, come si conviene ad un personaggio comunque marginale della storia che ha esaurito la sua funzione. Ci dirigiamo in salotto. Ci mettiamo comodi, rilassati, pronti a goderci l'epilogo del nostro breve racconto.
































Capitolo 18




Le luci del mattino illuminano il disordinato appartamento dell'ultimo piano. Il gatto sta ancora dormendo beatamente sul divano, accanto a un cumulo di vestiti sporchi. Il salone è avvolto dal silenzio. Il televisore è ancora silenziosamente sintonizzato su MTV.



La porta della camera di Bob si apre con un cigolio. Dopo un paio di secondi esce dalla stanza, stirandosi. Sbadigliando.



Si dirige assonnato verso il bagno, senza passare davanti alla porta aperta della stanza di Alex.



Si fa una doccia bollente di un paio di minuti.



Esce in accappatoio dal bagno e si piazza in cucina.



Il gatto si è svegliato e gli gironzola tra i piedi. La ciotola dell'acqua è vuota. Lo scalcia via. Il grasso felino torna lamentandosi verso il divano.



Si prepara una tazza di nescafè nel forno a microonde. La beve, fumandosi una sigaretta, seduto in accappatoio in cucina. Adora questo momento della giornata. Solo, in silenzio. Controlla il profilo Facebook sullo smartphone. Nessuna notifica. Da un'occhiata all'orologio al muro. Deve prepararsi. Vestirsi. Spegne la sigaretta nella tazza vuota del nescafè e si alza.



Si dirige verso la sua stanza, ancora in accappatoio.



Poi la vede.



La gamba del tenente Sugar è appoggiata sul pavimento, fuori dalla porta della camera di Alex.



C'é del sangue per terra.



Si avvicina.



Rimane per un po' in piedi appena fuori dalla porta. Osserva l'interno della stanza. La lampadina è ancora accesa. I cadaveri sono ben illuminati anche dalla luce del sole che entra dalla finestra. Ai suoi piedi giace quello del poliziotto con la testa rivolta verso il basso. In mano stringe un telefono cellulare sporco di sangue.



Tutto è sporco di sangue.



Torna in camera sua, da dove riesce vestito pochi minuti dopo. Indossa un paio di occhiali da sole e un cappottino di pelle nera. Si ferma nuovamente davanti alla camera di Alex. Si accende un'altra sigaretta. Appare pensieroso.



Dovrebbe piangere, disperarsi. Slegare il cadavere di Cindy dal letto e stringerla a se un'ultima volta lasciandosi andare ad un pianto furioso e liberatorio. Dopotutto lei aveva visto del buono, in lui. E poche ore prima erano a letto insieme.



Essere inorridito dal cadavere tagliato in due della bionda sovrappeso con cui aveva fatto sesso due sere prima. Lana, se non ricorda male. O qualcosa del genere.



Provare umana pietà per il suo stupido coinquilino morto con una penna conficcata nell'occhio, per il vecchio grassone stecchito sulla poltroncina girevole con un buco in testa e per il tale dall'impermeabile marrone steso morto ai suoi piedi in un lago di sangue.



Chiamare immediatamente la polizia e sottoporsi ai lunghi interrogatori che inevitabilmente seguiranno, insieme alle interminabili pratiche burocratiche. Fare il suo dovere di onesto cittadino.



Ma è tardi, e rischierebbe di non essere puntuale al lavoro. Ha avuto qualche dissapore col suo boss ultimamente, e non ha voglia di affrontare fastidiose discussioni con lui.



Ci penserà dopo.



Forse.



Esce infilandosi gli auricolari dell'iPod dall'appartamento per recarsi al lavoro, richiudendosi con indifferenza la porta alle spalle.






















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