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lavoro pubblicato mercoledì 1 luglio 2015
ultima lettura martedì 21 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Senso di colpa

di Forbirio. Letto 1025 volte. Dallo scaffale Fantasia

Arturo nel suo studio, tra le cataste di libri più o meno letti ed una sequela di bottiglie di birre trappiste ormai estinte dalla sua sete, rimuginava seduto sulla pelle consumata della sua poltrona simbiotica. La giornata, dalle folate gelide,...

Arturo nel suo studio, tra le cataste di libri più o meno letti ed una sequela di bottiglie di birre trappiste ormai estinte dalla sua sete, rimuginava seduto sulla pelle consumata della sua poltrona simbiotica.

La giornata, dalle folate gelide, dai toni piatti d'un cielo dalle lame grigie incessanti, là fuori dalla finestrucola, oltre un unico vaso, vuoto, sorta di Morandiano eufemismo, non faceva parte del suo rimuginìo.

Come non lo era il mappamondo che un giorno d'ira malcontenuta aveva colpito con un diretto così preciso d'aver centrato il punto d'impatto del tanto blaterato meteorite, sfondandolo e stupendolo.

Come altresì causa del suo rovello non era sul lato opposto della scrivania il suo ospite sprofondato nella seconda poltrona lisa, in uno stato equanime al suo, la barba ispida, i capelli arruffati, forte segnale d'uno stato meditabondo dopo giornate furenti. Il cui nome proprio, per una specie di scherzo del destino, era Arturo, come il primo nostro interprete.

Quale turbamento condizionava i due, chiusi in quell'ambiente dal vago sentore di tabacco, carta inchiostrata, muffe, sopra la tappezzeria avviata al declino, quale turbamento li cristallizzava già da svariate ore?

Qual era il motivo che li rendeva simili alle figure di certi prodotti della cinematique, quelle pesanti palandrane d'immagini immote? Dov'era la causa?

Gli occhi d'un verde intenso del primo Arturo si spalancarono, un moscerino nel suo insondabile tragitto volante si era posato sul suo naso dal leggero accento all'insù, francesismo genetico che aveva ereditato da chissà chi, riscuotendolo.

"E' colpa mia, io c'ero!" Gridò facendo trasalire il secondo Arturo, il suo ospite, l'amico.

"Anch'io c'ero!" ribattè questi incurvando il busto verso le ginocchia ed appoggiando la testa alle stesse. Tornò il silenzio, appesantito dal lieve ronzio dell'insetto che aveva funto da breve intermezzo al loro rimuginìo.

Presto il buio, prendendo il sopravvento, li avrebbe investiti, la nera notte che libera le menti e le conduce tra le mani di Morfeo si sarebbe inutilmente intromessa tra di loro, nel loro rimuginare in vacua forma.

Un libro sulla scrivania, un massiccio libro aperto, d'uno storico moderno, d'un paleontologo, d'un biologo! Quella era la causa del loro stato emotivo.

Là, sopra una pagina, campeggiava una foto, mostrava una figura contorta sopra un tavolaccio di legno.

Sotto di essa c'era una dicitura: "Cucciolo di Mammuth, vittima di un probabile rito, d'un mercato rituale".

Fiocchi di neve colpirono la finestra, trascinati nella loro aerea corsa dal maestrale.

Il lume dello studio si accese, lunghe ombre ondeggiarono a quella luce improvvisa.

Un terzo Arturo aprì la porta, sotto il braccio aveva un frammento di zanna, nella mano un pestello.



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