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lavoro pubblicato lunedì 29 giugno 2015
ultima lettura lunedì 18 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

"Namir"

di Yesdaja. Letto 573 volte. Dallo scaffale Sogni

Namir Sulla pagina bianca di un quaderno, Namir decise un giorno che doveva esistere. Non voleva più stare chiuso in quella calotta cranica...

Namir

Sulla pagina bianca di un quaderno, Namir decise un giorno che doveva esistere. Non voleva più stare chiuso in quella calotta cranica, anche perché a volte c’era troppo silenzio, altre volte troppe, troppe voci alte. Però Namir non é che vedesse gente...

Comunque, un giorno disse: “Bene, leviamoci da qui!” e saltò giù: non fece né splash, né crash né splat, perché la pagina era bianca e non aveva idea. Namir era un po’ confuso: “E adesso, come faccio? Come esisto?”. Rimase così tra le fibre del foglio bianco per neonati giorni e giorni, che crebbero in bimbe settimane, poi in giovani avvenenti mesi e infine vecchi e decrepiti anni. E gli sembrava pure ingiusto, perché, nel frattempo, su quel foglio erano passate centinaia e centinaia di penne, matite, lampostil e persino un eyeliner marrone, a scrivere cose come “Appuntamento per rinnovo contratto Martedì ore 10:00am” oppure altri messaggi alquanto criptici come “Urgente Volpe 3345267893”.

Namir stava a guardare questa routine, sciolto nel bianco della pagina, e cercava di fare come il bimbo che preme il naso sul vetro della pasticceria, goloso e triste, ma non c’era nessun vetro e che ne sapeva lui se aveva il naso?!?

Un giorno capitò che uno sprovveduto segretario dimenticò una bella penna blu, di quelle a scatto e dall’inchiostro deciso e oleoso, proprio sul foglio in cui nuotava Namir, e proprio in una parte bianca, un angolino dove ancora i feroci Volpe, Leone, Aquila e l'enigmatico Roncati, non erano arrivati.

Namir allora prese la penna e cercò di scrivere la sua storia, ma si rese ben presto conto che quell’angolo era troppo piccolo e non sarebbe bastato a raccontare tutte le sue imprese e le sue donne, le sue ricchezze e i suoi trionfi. Cercò di pensare ad una parola sola, da imprimere per sempre sul candido foglio ma proprio non ci riuscì: voleva scrivere una cosa come “il migliore” ma non si sarebbe capito chi, o il migliore in che cosa. E poi Namir si chiese in quale lingua avrebbe dovuto scrivere e, pensandoci su, quale lingua conosceva lui?

Decise allora che sarebbe stato molto più opportuno disegnarsi: tirò un paio di linee e alcune le incurvò a modo e si fece un corpo: due braccia, un busto, due gambe e una lunga grossa linea blu che usciva da una di queste perché, purtroppo, aveva sbagliato e la penna non si cancella. Di disegnare laghi in cui lavarsela via non se ne parlava perché sarebbero stati molto più blu e l’avrebbero cancellato del tutto. “Pazienza, Namir, te la tieni questa!” disse.

Si fece piuttosto alto, magro, con gambe (e linea) lunghe, con un panno intorno a coprirgli le vergogne che per troppa vergogna non si era disegnato; s’immaginò scuro di pelle, anche se non voleva colorarsi sul foglio bianco perché altrimenti, beh, sarebbe stato blu. Si mise un collare attorno al collo lungo e sottile, con un dente di squalo-spillatrice a ricordo di quella volta in cui per poco non lo allegavano ad un documento da inoltrare all’ Ufficio del Coordinatore. Per ovviare al fatto che non poteva nuotare, si disegnò le spalle già belle larghe e muscolose, così non avrebbe avuto bisogno dell’acqua per farsele. SI fece un naso grosso e prominente, ma poi si rese conto che non c’era aria da respirare - o, per lo meno, lui non sapeva disegnarla- così ci mise un anello d’oro, incastrato tra le narici, e lo trasformò in un ornamento. Cominciò a scarabocchiarsi dei capelli ricci scuri (blu) fitti fitti e, poco più sopra della sua sagoma, mise una scritta che indicava - con tanto di freccia- “ruvidi come la carta vetrata” . Però mentre chiudeva diligentemente l’ovale per finirsi la testa, semplicemente la linea si rifiutò di continuare, sicché tutte le cose che Namir si era immaginato in itinere, cominciarono a zampillare a fiotti fuori da quel piccolo buco, come quando si pugnala un vampiro o come quando il prossimo autogrill è lontano due ore di macchina.

Namir si spazientì e, di scatto, si disegnò due labbra carnose e piene: non ci mise neanche l’ombreggiatura che subito urlò: “Ah! Morhimied Urpatinaal!” che doveva essere una terribile imprecazione nella sua lingua natìa; lui aveva deciso di venire dall’India però la pagina bianca dell’India che ne sapeva? Intanto la fontana non si chiudeva: rubini, perle, pelli lavorate, nettari pregiati, vergini diafane, incenso e pavoni continuavano a sgorgare impetuosi.

Dio, che era sempre stato lì a guardare e voleva proprio vedere come se la sarebbe cavata, allora ebbe pietà e decise di aiutare questo suo disgraziato figlio. Fece sì che in Ufficio venisse assunto un tale signor Masetti, - appassionato cultore del sol levante più kitsch- che aveva due lauree in lingue e un master ma tanto comunque faceva il segretario ora e perciò usava le sue lauree in lingue per imparare ad apprezzare meglio la filosofia profonda e calorica dei biscotti della fortuna che si portava da casa per pranzo. Un giorno lasciò uno dei bigliettini sul foglio non più tanto bianco e Namir, ancora zampillante, si fece strada tra briciole zuccherate e goccioline di saliva e lesse: “Una mente aperta non ha paura di perdere: essa non vede l’ora di ricevere”.

Pensieroso e scioccato, si grattò la testa ma sbagliò lato e mise la mano dentro al buco e si tagliò con uno dei gioielli preziosi ed affilati che stava sgorgando in quel momento, seguito da un sinuoso serpente, irideo con l’armatura, che gli si avventò al polso ma di cui, per fortuna, Namir non aveva ancora immaginato le zanne avvelenate.

Così Namir camminò fino al punto più stretto del suo angolo, si disegnò uno scoglio appuntito e sedette e meditò per giorni e giorni e bimbe settimane e giovani mesi e vecchi anni nel suo angolo, zampillando i suoi desideri sempre di meno eppure mai più cercò di chiudere il buco, né di infilare la mano.

Dio era orgoglioso di lui: adesso era pronto e non vedeva l’ora di infondergli coraggio e saggezza e verità.

Ma il giorno dopo, il signor Masetti si comprò un e-notebook per gli appunti, così per fare colpo sul supervisore e cestinò tutti i vecchi blocchetti usati. Namir venne triturato e riciclato e ora è da qualche parte, che continua a meditare sul fondo di uno yogurt 0% grassi ai frutti rossi.



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