ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato domenica 28 giugno 2015
ultima lettura mercoledì 20 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE # 6 - LA GUERRA DEI DIMENTICATI

di PatrizioCorda. Letto 478 volte. Dallo scaffale Fantasia

L'immagine delle mie mani insanguinate fu la prima cosa che vidi. Chiusi più volte gli occhi, sperando disperatamente di riaprirli e ritrovarmi nella mia capanna, vittima di un brutto incubo. Ma non era così. Eravamo inermi, feriti e osta...

L'immagine delle mie mani insanguinate fu la prima cosa che vidi. Chiusi più volte gli occhi, sperando disperatamente di riaprirli e ritrovarmi nella mia capanna, vittima di un brutto incubo. Ma non era così. Eravamo inermi, feriti e ostaggi di esseri inumani, di bestie, di creature rifiutate dal mondo. Da terra, distinsi chiaramente i miei due compagni riversi al suolo, su un fianco, e delle potenti gambe scure che li colpivano dappertutto prendendoli a calci. Realizzai presto che quelle non erano gambe, bensì zampe posteriori. E che quei versi di festa, rochi e striduli allo stesso tempo, mi erano familiari. Era quello che non avrei mai voluto rivedere. La mia testa, sconquassata dalle percosse e dalla copiosa perdita di sangue era in preda alla disperazione: perché Nommo ci aveva mandato qua? Sapeva che avremmo incontrato dei simili mostri sulla nostra strada? Voleva forse epurarci dal villaggio, e tentare di dominare i nostri cari senza che noi potessimo interferire?
Tutti questi pensieri smisero di ronzarmi in testa quando sentii una presa tremenda afferrarmi per le spalle e girarmi pancia all'aria. Quello che mi si parò davanti fu il più agghiacciante dei dejà-vu. Peli scuri e foltissimi, un viso rugoso e deturpato e degli occhi sgranati intenti a fissarmi come il più succulento pezzo di carne al mondo. Eravamo di nuovo alla loro mercé, succubi di quelle orribili creature che popolavano i miei incubi. Nommo non sbagliava; per certe creature, la fissità è la sola condizione. E loro, né umani né scimmie, non erano cambiati di una virgola. Era cambiato però lo scenario: non eravamo più in una piana, ma in uno spiazzo incolto circondato da altissimi alberi che crescevano fitti al punto da non far trapelare la luce lunare. Avremo si e no dormito sette-otto ore, storditi dai sassi che ci avevano colpito con precisione sorprendente. Cercavo di tenere botta allo sguardo stralunato della scimmia, che sbavandomi addosso mi afferrò per il collo e mi mise in piedi, lasciando la presa per vedere se ero abbastanza in forze da reggermi sulle mie gambe. Ansimando, provai ad assumere una quantomeno solida posizione di difesa, guardandomi attorno con frenetica angoscia. Ma a quel punto il mio carceriere si discostò improvvisamente, quasi lasciandomi perdere. Mi catapultai subito sui miei amici qualche metro più in là, gettandomici sopra e scacciandone gli aguzzini tirando sassi alla rinfusa e urlando parole senza senso. Più irritati che intimoriti, vidi quella decina di primati, illuminati da alcuni fuochi accesi alla bene e meglio, allontanarsi e fare gruppo sotto un grande albero, che credo fosse un baobab ormai rinsecchito.
Non mancando di tirarmi qualche sasso di tanto in tanto, se ne stettero in disparte producendo versi buffi e striduli, alzando poi i toni e litigando per un seggio piuttosto che un altro, o per appropriarsi di un pezzo di carne più grosso e gustoso.
Carne.
Inizialmente mi parve un accostamento più che ragionevole, ma non appena ebbi modo di rifiatare, fissando le loro ombre proiettate sul terreno, constatai che notoriamente i primati si nutrivano di tutto fuorché di carne, se non in casi di carestia totale. E gli alberi, per il poco che vedevo, sembravano forti e ricchi, quindi frutti e bacche non avrebbero dovuto scarseggiare. Esitante, aguzzai la vista e mi ersi in piedi senza far rumore, per capire in cosa consisteva il loro pasto notturno. Riuscii, carponi, a guadagnare qualche metro, finché fui in grado di scorgere, grazie alla flebile luce dei tizzoni ancora accesi, la natura del pasto di quegli esseri.
A terra, inerme e senza vita, giaceva il corpo di un altro primate, con il versante destro del proprio costato completamente scarnificato, mentre i suoi simili continuavano, servendosi di alcune pietre rozzamente acuminate, a flagellarne le carni servendosi nuove porzioni in continuazione.
E allora, capii che la fissità delle cose implica anche l'impossibilità di scegliere. Quando le riserve finiscono, e non c'è verso di progredire riuscendo a trovare alternative, si ripiega su quel che si può, cadendo sempre più in basso pur di sopravvivere. Era quello che quegli esseri stavano facendo. E noi, stupidi come si è in piena adolescenza, traviati da chissà quale morboso interesse, ci eravamo consegnati alle loro mani, diventando una manna dal cielo per quella popolazione avulsa dalla storia che non si era fatta sfuggire l'occasione di arraffare del cibo nuovo. Non sapevo che fare. I cacciatori del villaggio ci avevano fatto notare da bambini come alcuni animali, come roditori od opossum, fingessero di esser morti per sfuggire alle minacce dei predatori: tuttavia, anche quella trovata mi pareva insensata, dato che eravamo di fronte a esseri che non si sarebbero mai fatti problemi a violare i nostri cadaveri macilenti. Mi accasciai momentaneamente accanto ai miei amici, posando le mani sui loro toraci e confortandomi nel sentire in loro un battito cardiaco ancora forte e stabile. Erano solo caduti in un profondo sonno per la debolezza.
In quello spiazzo, grande si e no una quarantina di metri quadri, erano distribuiti una decina di primati, che per il momento però non sembravano intenzionati a volerci fare del male. Se ne stavano là, a litigare e ululare con le mani imbrattate di sangue, e con i denti ostruiti di rimasugli disgustosi, compiendo enormi salti e battendo le zampe per terra quando le dispute sul cibo infuriavano. Le pareti rocciose tempestate di feritoie apparivano lontane, in cima a una scarpata che doveva portare all'apertura che avevamo notato prima d'essere catturati. Di fronte a noi, invece, stavano alberi che probabilmente fungevano da ingresso a una qualche foresta, e la mia paura era quella di finirvi dentro e di non farvi mai più ritorno. Ma con due persone da caricarmi addosso a peso morto non sarei mai riuscito a trarre tutti in salvo. Risalire una scarpata tanto ripida, per giunta con un branco di ominidi affamati alle calcagna sarebbe stato quantomeno utopistico. Ero combattuto sul da farsi, quando un filo di voce mi giunse all'orecchio:
«Ci uccideranno, vero?».
Guashi mi guardava con gli occhi annebbiati, disidratato e col volto coperto di escoriazioni. Non sapevo veramente che dirgli: era sempre stato la parte forte del gruppo, l'elemento più valoroso e fisicamente irriducibile, eppure adesso mi appariva indifeso, quasi più innocente di me e TeePaa che eravamo più piccoli di lui. Era lo stesso ragazzo che poco tempo fa aveva massacrato un Mastodonte da solo?
«..no che non ci uccideranno. Sono indaffarati ora, e se siete d'accordo cercheremo di rifugiarci» provai a dire mostrando una sicurezza che non avevo affatto. TeePaa fece scorrere la sua mano lungo il mio braccio sinistro, e lo vidi finalmente sveglio sorridermi e annuire, chiedendomi aiuto per risollevarsi. Restammo seduti qualche minuto, a fissare i nostri rapitori consumare il loro pasto, finché non notai una fossa a circa dieci metri da noi. Sprofondava nel sottosuolo e aveva alcune grosse rocce attorno a sé, e sembrava simile alla tana di un topo o di un coniglio, seppure con proporzioni ben più grandi. Pensai subito che, se fosse stata abbastanza profonda, sarebbe stata il nascondiglio ideale, ma anche che in caso contrario si sarebbe tramutata in una trappola letale. Approfittai del buio per sgattaiolare a quattro zampe avvicinandomi alla tana: raccolsi un sasso e lo feci cadere sul fondale. Dopo circa tre secondi lo sentii toccare il suolo, e poi ancora udii il suo rotolare su una superfice sabbiosa. Era come pensavo. Si trattava di una tana realizzata a mo' di sacca come quelle dei roditori. Mossi i primi passi verso TeePaa e Guashi quando vidi i primati agitarsi, colpirsi a vicenda e saltare in maniera isterica. Un leggero fruscio di arbusti pareva mandarli fuori di testa. Quando raggiunsi i miei compagni, i primati si volsero istintivamente verso di noi, e credetti fossimo perduti. Questi invece si disinteressarono quasi subito a noi, e con balzi allucinanti si avvinghiarono ai primi rami del baobab, frignando con le loro voci lamentose e stridule. Il fruscio si fece man mano più forte, finché una testa fece capolino dall'oscurità. Poi tutto il corpo venne fuori, e una strana creatura, metà rettile e metà mammifero, caracollò lentamente sulle sue quattro zampe verso la carcassa vicina all'albero.
Il suo corpo era rossastro con striature nere, e tra le increspature delle squame crescevano peli lunghi e radi. Camminava a quattro zampe in maniera compassata, tenendo gli arti anteriori piegati quasi a novanta gradi, e la sua testa era il più confusionario volto animale che avessi mai visto. Privo di orecchie e di muso, il suo cranio ovale aveva grandi occhi posizionati lateralmente e una bocca enorme munita di due lunghissimi canini, simili a quelli dei leoni che noi conoscevamo. Tuttavia, la coda era innegabilmente da rettile. Non lanciava ruggiti o grida, bensì espirava con forza dalle narici, emettendo un verso simile a un principio di asfissia, il che rendeva il suo ritratto ancora più lugubre. Che razza di demone era? E in che mondo eravamo finiti? Nulla in quella terra sembrava avere una collocazione, né una precisa categoria di appartenenza. Era un mondo perduto. La bestia annusò il cadavere: era circa quattro volte più grande di lui, e avrà misurato sui cinque metri di lunghezza. Abbrancò la carcassa per la testa e la scosse lentamente ma con forza, facendola dondolare e spargendo sangue ovunque. Finalmente la testa della vittima si staccò dal resto del corpo, portando con sé un pezzo di colonna vertebrale, e il mostro prese a cibarsi della carcassa semi disossata. I primati osservavano terrorizzati mugugnando, e notai anche in cima alla scarpata alcuni di loro, usciti dalle feritoie più sopraelevate, allarmarsi urlando e rincasando di corsa.
«Muoviamoci, dobbiamo metterci al sicuro là dentro! Ce la fate ad alzarvi in piedi?» dissi con urgenza a TeePaa e Guashi, che senza rispondere si issarono faticosamente. Muovemmo i primi passi verso la fossa, ma la bestia sentì il rumore dei nostri passi, e voltatasi iniziò a camminare goffamente verso di noi, sibilando con la sua enorme bocca aperta e mostrandoci la sua sterminata sequela di denti. Spinsi i miei due amici disperatamente mentre il margine tra noi e l'inseguitore si riduceva drasticamente.
«Ma...che cosa c'è in fondo a questo fosso?» chiese TeePaa trafelato, mentre zoppicante languiva sull'orlo della tana.
«Zitto, ed entraci!» risposi senza più pazienza né tempo, spingendolo giù ed esortando Guashi a fare altrettanto. Il rettile era ormai a due, massimo tre metri da noi quando lo guardai per un'ultima volta prima di calarmi. I suoi occhi luccicavano, strabuzzanti, nell'oscurità. Cercai di ricacciarlo indietro afferrando due tizzoni, poi ne approfittai per calarmi lungo il fosso, compiendo un tonfo sordo a terra, e scivolando su un letto sabbioso, che mi condusse accanto ai miei due compagni, accatastati contro una parete ansimanti. Due metri più in alto, la testa di quell'orripilante essere cercava di introdursi nell'antro, ma era troppo grande per riuscirvi. Dopo una decina di minuti di apprensione, ci lasciò perdere e si allontanò. Tirato un sospiro di sollievo, conficcai i due tizzoni per terra e controllai Guashi e TeePaa per verificarne le ferite. Erano escoriazioni e contusioni, nulla di letale. Qualche ora di riposo li avrebbe in parte ristabiliti.
Passai la notte tendendo l'orecchio all'esterno. Per due ore non sentii nulla se non il crepitio dei tizzoni, gli orrendi suoni della bestia che gozzovigliava e il gracchiare di alcuni uccelli in lontananza. Poi, verso la fine della nottata, m'incuriosii osservando l'estremità della tana in cui giacevamo. Una piccola montagna di sabbia, poco oltre Guashi, sembrava nascondere qualcosa: a schiena ricurva, mi avvicinai senza fare rumore e presi a scostare varie manciate. Qualcosa di verdastro, alla luce dei tizzoni, pareva star sotto la sabbia. Quando ebbi rimosso buona parte di questa, feci un balzo all'indietro. Un enorme serpente, spesso almeno quanto una mia gamba, giaceva raggomitolato e a bocca spalancata sotto la sabbia, con alcune uova sotto di sé. I suoi occhi erano aperti e bianchi, e l'impressione che ebbi fu che, essendo ormai già inverno, fosse in letargo. Ma ciò non toglieva che ci eravamo rintanati, ancora una volta di nostra iniziativa, dentro la tana di un possibile carnefice. In preda alla confusione, presi un tizzone e lo conficcai in bocca al rettile, tenendolo fermo e bloccandogli le mandibole con quanta più forza avevo. Il fuoco per un attimo risvegliò il serpente, che si scosse e per poco non fuggì alla mia presa, prima di stramazzarmi davanti senza vita. Avevamo scampato un bel pericolo. Osservai i miei amici dormire, più storditi che stanchi, e tirando un sospiro di sollievo, trovai un'ora di riposo anche io.

Il mattino dopo si presentò a noi facendo filtrare una fortissima luce dall'uscita della tana. Svegliai gli altri e ci mettemmo a discutere sul da farsi, trovandoci tutti d'accordo sul voler levare le tende quanto prima.
«Sarò io a mettere la testa fuori e a darvi l'ok per uscire di qua. Non esiste che vi esponga a ulteriori pericoli, già farvi rintanare qua è stato un bel rischio» dissi in maniera sbrigativa, indicando con un cenno del capo la carcassa del serpente che loro non avevano ancora notato. Mi feci dare una mano e una volta issatomi fino in superfice, con solo gli occhi al livello del terreno, presi a scrutare. Sugli alberi non v'era traccia di primati, né la vegetazione sembrava ospitare alcun essere. Lo spiazzo, eccetto per qualche brandello di carne sparso qua e là, era libero.
«Tutto apposto» dissi, «finite di issarmi e poi vi tirerò su». In pochi istanti fummo tutti e tre fuori dalla tana, sudati e zeppi di sabbia. Raccogliemmo qualche bastone e cercammo rapidamente di avviarci lungo la scarpata che ci avrebbe riportati sulla piana che avevamo scoperto. La quiete del mattino sembrava favorirci, e riuscimmo a issarci rapidamente grazie alle rocce che rendevano la pendenza più accessibile. Mettemmo piede nella piana felicissimi, ma anche stranamente tesi. Quando era particolarmente nervoso, Guashi era solito arricciare il naso e scrollare le spalle, come se volesse scrollarsi di dosso la tensione, e mi accorsi subito della frequenza con cui ricorreva quel tic.
«Non siamo soli, sono ancora qui. Si stanno organizzando» disse con lo sguardo fisso alle pareti piene di feritoie. Poi, in lontananza, udimmo dei versi animaleschi smorzati da un qualche sforzo fisico. Guardammo davanti a noi, e dovemmo dare ragione a Guashi. Una macchia nera si era formata a circa trecento metri da noi, e alcuni primati erano intenti a spaccare con delle rocce un masso poroso e scuro, probabilmente di origine vulcanica. I frammenti più grossi venivano poi distribuiti tra i vari esemplari, che iniziavano poi a incamminarsi verso di noi. Stava per iniziare una spedizione punitiva. Anche femmine e cuccioli prendevano parte a quella sommossa antropomorfa, e dopo pochi passi la marcia si trasformò in corsa forsennata. Brandendo pietre appuntite e urlando come ossessi, i primati generarono un polverone inaudito, tirando dritti verso dov'eravamo. Saranno stati due o trecento, ora mi è difficile calcolare con precisione. Non vi era possibilità di scappare, né appiattendoci ai lati né andandogli incontro. Eravamo senza alcun dubbio i loro bersagli.
«Non...non è possibile...cosa facciamo? Stanno per schiacciarci!» strepitò TeePaa, stringendo il suo bastone in preda a un irrefrenabile tremore.
«Torniamo alla tana! È l'unica possibilità che abbiamo per ora! Giù per la scarpata, veloci!» gridai senza perdere tempo, e ci calammo disperatamente lungo la discesa, pregando di non cadere. Atterrammo alla bene meglio guadagnando qualche metro sui primati, poco abituati a correre senza aiutarsi con gli arti anteriori, ma presto capimmo che avevamo completamente sbagliato i calcoli. Non eravamo affatto il loro bersaglio. Di fronte a noi, un'altra orda di uomini-scimmia si era organizzata con sassi, bastoni e ossa animali, e ululava con forza atroce, aspettando i suoi avversari. Ora era tutto chiaro. Questa specie primate era formata da due razze: primati delle rocce e primati delle foreste, ed evidentemente quello che era finito divorato il giorno prima era stato un rappresentante della popolazione delle rocce, ora decisa a vendicare il compagno finito in mano nemica. Quello che credevamo fosse già un micro mondo si era ulteriormente frammentato a nostra insaputa, e noi saremmo stati ben presto coinvolti in questa collisione mortale. Non ci fu nemmeno possibilità di cercare rifugio: la corazzata di scimmie era schierata tra noi e la tana, e penetrare quella muraglia per poi infilarsi in un buco sarebbe stata un'idea assolutamente folle.
«Cosa facciamo? Cosa facciamo?» mi gridò TeePaa completamente fuori di sé, mentre i primati delle rocce saltavano la scarpata con balzi impressionanti, atterrando malamente ma rialzandosi sempre. Leggermente più grigi dei loro scuri avversari, erano assai più poderosi ma non altrettanto coordinati: si preannunciava già in partenza uno scontro di efferata violenza.
Non seppi cosa rispondere al povero TeePaa, che lanciò un urlo disperato battendo i pugni a terra. Era nato abbandonato, e forse sarebbe anche morto abbandonato, sepolto vivo in una terra senza tempo popolata da esseri che altro non erano se non aborti dell'evoluzione. Presi a guardarmi attorno sempre più nervoso, e maledii Nommo per averci spinto tra le braccia della morte.
«...cerchiamo solo di non morire» disse a quel punto Guashi, impugnando alcuni sassi e stringendo il suo bastone mentre un abbraccio di quasi cinquecento enormi primati si preparava a stritolarci. Ci stringemmo l'uno all'altro, schiena contro schiena, impugnando i nostri bastoni a mala pena appuntiti, e accompagnammo l'impatto urlando proprio come le scimmie delle quali parevamo vittime designate. Un insieme di versi e ululati riempì l'aria e salì fino al cielo, rendendoci quasi sordi, e un tumulto di corpi a contatto prese vita davanti a noi. Fummo i primi bersagli poiché posizionati prima dei primati delle foreste, tuttavia restando fermi e con le armi protese riuscimmo subito a trafiggere alcuni avversari lanciatisi su di noi prima che le loro lunghissime e braccia calassero sulle nostre teste. Recuperammo le loro pietre e ci rendemmo conto di quanto fossero affilate, al che ci apprestammo a colpire chiunque ci avrebbe attaccato. Risalire la corrente di primati montani era ancora impossibile, ma dopo un po' di tempo ci avremmo potuto provare. Ebbi modo di notare, per la prima volta, quanto i miei compagni fossero coraggiosi. TeePaa, che sino a poco prima era letteralmente pazzo per la paura, aveva tramortito alla testa un grosso scimmione grigio col suo bastone, e gli era salito sopra infilandoglielo nel petto. La furia nei suoi occhi parlava chiaro: era lo spirito di sopravvivenza a guidarlo, e avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di non cadere in battaglia. Guashi era sensazionale, e si stava rivelando assolutamente all'altezza dei racconti che giravano su di lui al villaggio. In alcuni momenti riusciva addirittura a lasciare le armi e a combattere a mani nude, sfruttando la sua statura e rifilando alle sproporzionate scimmie calci alle giunture delle gambe, pugni e addirittura testate. A un tratto si trovò immischiato in un corpo a corpo con due scimmie di fazioni diverse, e riuscì prima a stenderne una spaccandole un sasso in testa, e poi a sgozzare l'altra recuperando da terra una specie di lama di pietra vulcanica. Vederlo combattere mi aveva fatto capire una cosa: mandare fuori coordinazione quegli esseri ci poteva mettere in condizione di finirle senza difficoltà, ed era sul nostro maggiore equilibrio che dovevamo giocare se volevamo restare vivi alla fine di quello scontro epocale.
Nel complesso, i primati delle foreste sembravano più coesi e organizzati. Ne vidi addirittura uno cavalcarne un altro prima di lanciarsi a peso morto su un drappello di tre avversari, mordendoli al collo senza risparmiare neppure alcune femmine e cuccioli nelle vicinanze. A differenza dei loro erculei avversari, che tramortivano con manate e pugni di inaudita forza, erano più acuti e sfuggenti, coordinati nei balzi per quanto imperfetti, e più precisi nel lanciare oggetti contundenti. Un piccolo primate mi si avvicinò. Era un cucciolo, e non so perché ma fui preso dalla compassione e mi limitai a spingerlo via. Improvvisamente, questi ritornò e mi ferì alla coscia sinistra tagliandomi con un ramo. Mi ritrassi dolorante, e fu allora che vidi TeePaa farmisi incontro furente, quasi volesse uccidermi con lo sguardo.
«Devi svegliarti! Sei tu la nostra guida! O moriamo noi, o muoiono loro! Hai capito? O noi o loro!» mi gridò in faccia prendendomi per il collo. Poi si voltò verso il piccolo ominide, che capì subito l'antifona e si mise sulla difensiva. TeePaa lo gettò a terra con un calcio, poi lo sollevò e lo strangolo urlando ferocemente, straziando poi la madre del piccolo con pugni tanto forti da ferirsi lui stesso. Mi corse di fronte guardandomi come se fossi un inetto. Non lo riconoscevo più, eppure capivo quanto fosse nel giusto. Mi decisi a combattere per la mia sopravvivenza, iniziando a trafiggere e a colpire quanti più avversari potevo. La battaglia continuò così per almeno tre ore, finché non rimasero che alcune decine di ominidi a contendersi la supremazia territoriale. In lontananza scorsi alcuni Pteranodonti prelevare dei cadaveri col becco e portarseli in cima a chissà quali montagne, e la distrazione per poco non mi costò la vita. Un viso peloso e scuro mi si parò di fronte col suo ghigno insanguinato, e mi spinse a terra. Cercò di gettarmisi addosso con tutto il corpo, ma per fortuna tesi il bastone e ne rimase trafitto. L'olezzo di quella bestia immonda mi fece rialzare di scatto, in tempo per scorgere dei piccoli, forse sua prole, saltellare urlanti verso di me. Estrassi il bastone e lo ruotai a centottanta gradi colpendone tre insieme, calandolo poi sui loro gracili colli. Non avrei più avuto pietà di nessuno, perché nessuno ne avrebbe mai avuta di me.
Nonostante i nostri sforzi nell'eliminare quanti più avversari possibile, non riuscivamo ad avanzare verso qualsiasi via d'uscita dal combattimento. Restavamo impantanati nel mezzo del campo, stretti attorno a noi stessi, quasi fossimo il nucleo stesso della situazione. A un certo punto, capii la vera ragione di quel conflitto. Due grossi primati grigi si coalizzarono contro TeePaa e riuscirono a stordirlo con alcuni colpi ben assestati; né io né Guashi potevamo intervenire ma fu un ominide della foresta a proteggerlo, sollevando i due avversari e scaraventandoli un paio di metri più in là prima di volgersi verso di noi con un'espressione quasi coscienziosa. La disputa tra i primati non stava attorno al cadavere del giorno prima. Noi eravamo stati assaliti dai primati dell'altopiano in cima alla scarpata, ma poi eravamo stati notati e recuperati dai loro simili delle foreste sottostanti, che volevano fare di noi chissà cosa. Questo giustificava anche la loro non eccessiva ferocia quando ci eravamo svegliati, oltre alla strana protezione che sembravano iniziare a darci a questo punto del conflitto. Eravamo esseri sconosciuti da adorare o solamente degli ostaggi di valore? Solo alla deposizione delle armi avremmo avuto tempo per scoprirlo.
Eravamo però ancora immischiati tra un centinaio di folli creature intente ad ammazzarsi a vicenda. Uomini-scimmia di varie stazze e fattezze urlavano coi volti e le pellicce imbrattate di sangue nemico, mordendo teste e giugulari, cavando occhi e strangolando qualsiasi nemico gli si parasse davanti, anche femmine o piccoli. TeePaa era al culmine della sua follia omicida e si accanì contro un cadavere sbattendogli la testa contro una roccia finché non ne rimase che un ammasso informe di cervella e ossa, mentre Guashi era intento colpire sulla schiena un avversario riverso a terra, scacciando con calci e pugni chiunque gli si avvicinasse. La loro parte animale si era definitivamente risvegliata, mentre io continuavo a giocare d'astuzia, usando calci e bastonate per sbilanciare i miei avversari piuttosto che cercare il corpo a corpo diretto. A un certo punto, dopo aver finito a bastonate una femmina grigia che non voleva allentare la morsa sul mio calcagno, sollevai il volto e mi resi conto che i primati delle rocce giacevano tutti nel loro sangue, eccetto alcuni che moribondi strisciavano ai piedi dei loro nemici. Guardammo verso l'altopiano e realizzammo di esserne veramente lontani: eravamo circondati da scimmie brune alte almeno mezzo metro più di noi, e il piano di risalire la corrente verso l'altopiano poteva dirsi bello che fallito. Ci stringemmo ancor di più tra di noi impugnando le armi, e per alcuni secondi fu solo silenzio e polvere nell'aria. Poi, arrivò il caos più totale.
I primati presero a urlare e ad agitare le braccia al cielo, impugnando anche gli arti mozzati corpi dei loro nemici. Dopo la celebrazione, presero a correre verso le foreste, le cui cime parevano toccare il cielo, e presero a spingerci nella loro folle corsa. Fummo letteralmente travolti, e in pochi istanti ci ritrovammo costretti a correre tra loro in mezzo a fittissimi tronchi e rami avvolti da liane. La luce trapelava appena in quell'oscurità, e sentivo il sottobosco frusciare sotto i miei piedi. Nel correre schiacciai diversi sassi e finii col ferirmi a un piede, ma non appena mi fermai ebbi addosso due enormi scimmie che mi afferrarono per la testa e per le braccia e mi scagliarono avanti di un paio di metri. Guardai TeePaa e Guashi cercare di dimenarsi come me, finendo anch'essi per essere redarguiti da altri primati, che rifilarono loro pugni e calci prima di ricacciarli sul sentiero. A quel punto, non c'era più verso di tornare indietro. Dopo circa venti minuti di corsa in mezzo a una sessantina di bestie urlanti, gli altissimi alberi si fecero meno fitti e potemmo rivedere la luce del sole tra il fogliame. Si aprì un piccolo sentiero sterrato di fronte a noi, affiancato da felci e fiori multicolori che crescevano alti e pieni di vita. Vidi gli ominidi fermarsi e confabulare tra loro. Uno dei più possenti pose fine alla questione con tono secco e volse verso di noi. Improvvisamente fummo trattenuti tutti e tre, con le braccia bloccate dietro la schiena. Il primate, con la luce che segnava la fine della foresta dietro di sé, ci scrutò con aria truce e strinse il pugno. Con un colpo ciascuno mandò a terra Guashi e TeePaa, che caddero svenuti. Poi mi osservò, sovrastandomi in tutta la sua grandezza.
Persi completamente la parola per il terrore, e la sola cosa che riuscii a balbettare fu «No-non...» prima che la gola mi si seccasse e che il suo pugno scendesse inesorabile sul mio capo. Poi non ci fu nient'altro che buio. Ora avevo capito cos'eravamo. Eravamo i loro ostaggi.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: