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lavoro pubblicato sabato 27 giugno 2015
ultima lettura mercoledì 16 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il flauto magico

di GiancarloS. Letto 392 volte. Dallo scaffale Fantasia

Il flauto magico Un gigantesco salice piangente si alzava, solitario, sulla sommità dell’altura. I numerosi spettatori erano così stretti intorno all’albero che Arlo non riusciva a vedere chi stava suonando, nonostan.....

Il flauto magico

Un gigantesco salice piangente si alzava, solitario, sulla sommità dell’altura. I numerosi spettatori erano così stretti intorno all’albero che Arlo non riusciva a vedere chi stava suonando, nonostante fosse sulle spalle di Vanadin. Balbor volò sopra le loro teste, ma non ottenne miglior risultato: i rami penduli del salice formavano una cortina che impediva di scorgere qualcosa dall’alto. Dopo un paio di giri, il corvo dalle piume ambrate si abbassò posandosi sulla spalla di Arlo.

Il flauto suonava una melodia vivace, che ricordava i trilli gioiosi di un bambino. Ad Arlo scappò un sorriso. Da alcuni spettatori vennero degli allegri borbottii. Pian piano, senza fermarsi, la musica mutò, divenendo sempre più malinconica. Ora serrava il cuore. Molte teste si abbassarono. Arlo strinse gli occhi, trattenendo le lacrime.

« Non resisto », gli sussurrò Balbor in un orecchio. « Se continua così dovrò volar via. Eppure non sono un uccello che si commuove facilmente ».

Proprio allora, la musica cessò. Improvvisamente, senza una vera chiusa. Dopo un attimo di assoluta immobilità, la folla iniziò a disperdersi in silenzio. Regnava una strana atmosfera. Sembrava che tutti cercassero di passare inosservati, come se ci fosse motivo di vergognarsi.

Quando gli spettatori si furono allontanati, Vanadin si avvicinò al salice piangente portando con sé i suoi compagni.

Ai piedi dell’albero, seduto contro il tronco, era rimasto un tipo vestito di stracci. Aveva la testa e un braccio infilati dentro un sacco di tela in cui stava frugando. Un flauto di canna giaceva accanto a lui.

Balbor tossì.

Il flautista si immobilizzò.

« Non ho mai sentito nessuno suonare tanto bene », disse Arlo.

Il flautista tirò fuori la testa dal sacco con uno scatto. « E voi? », chiese aspro, inarcando le sopracciglia cespugliose.

Sul volto di Arlo si dipinse un’espressione di orrore.


Il viso, coperto di rughe profonde e di scure macchie della pelle, era deformato da una protuberanza carnosa a forma di becco che gli spuntava al posto del naso. I capelli giallastri, radi e sottilissimi, gli conferivano un aspetto malaticcio. Soltanto gli occhi erano quelli di un uomo normale. Neri come l’inchiostro, belli e malinconici, sfiguravano su quel volto orrendo.

« Cosa c’è? », chiese curvando le labbra sottili in una smorfia. « Siete già pentiti di non esservene andati insieme agli altri? ». Tirò fuori la mano che teneva nel sacco stringendo tra le dita una piccola pera. Gli diede un bel morso mentre si metteva in piedi. « Lo spettacolo è finito », borbottò con la bocca piena. « Se vi interessa, si replica domani ».

Senza aggiungere altro, si gettò il sacco in spalla, raccolse il flauto e si allontanò dal salice tagliando per i campi.

« Un essere mostruoso », commentò Balbor abbandonando la spalla di Arlo. « E lo dice uno che di solito non presta attenzione all’aspetto di un umano ». Saltellò ai piedi del salice cercando intorno. « Niente. Neanche una briciola di pera. Ed io ho una fame… ».

Arlo diede un buffetto sul braccio di Vanadin. « Fammi scendere, per favore ». Il gigante lo sollevò tenendolo dalle ascelle e lo calò con cautela depositandolo sotto il salice, nel punto in cui un momento prima sedeva il flautista. Arlo poggiò la schiena al tronco dell'albero e chiuse gli occhi.

« Stai bene? », gli chiese Vanadin.

Arlo annuì muovendo appena la testa.

« Non abbiamo chiesto le informazioni che cercavamo », disse il gigante. « Né al flautista né a qualcuno degli spettatori ».

« Quella musica ci ha stregati », disse Balbor. « Eravamo senza volontà ».

« E adesso? », chiese Vanadin.

« Perché non lo aspettiamo qui? », propose Arlo riaprendo gli occhi.

« Chi? ».

« Il flautista. Ha detto che domani tornerà ».

« Non pensi che sia meglio riprendere il cammino? Ogni attimo che passa potrebbe essere fatale per la riuscita della nostra missione ».

Arlo fece un lungo respiro. « Preferirei restare ».

Vanadin lo fissò per un istante, poi inclinò il capo. « Allora è deciso. Voi non muovetevi. Io vado a cercare qualcosa da mettere sotto i denti e della legna da ardere. Nel caso la notte fosse un po’ troppo umida ».

Balbor alzò gli occhi verso il gigante ed emise un sonoro crak di disappunto. « Vuoi dar retta al ragazzo? ».

« Perché no? ».

« Perché no? Volete restare tutto il giorno sotto quest’albero e passarci pure la notte? ».

« Non è un brutto posto. I rami pendenti formano un riparo naturale. Non staremo male, vedrai. E poi Arlo ha bisogno di riposo. Meno muove quella gamba, prima potrà riprendere a camminare ».

« Sono io la guida del gruppo. Non spetterebbe a me decidere cosa fare? ».

« Tu sei la guida, ma Arlo è il Prescelto. Tu puoi essere importante, ma lui è fondamentale. Senza Arlo questo viaggio non avrebbe senso, per cui l’ultima parola spetterà sempre a lui ». Vanadin puntò gli occhi chiari sul corvo. « Se non ti va, nessuno ti obbliga a rimanere ».

« Benissimo », borbottò Balbor andandosi a rincantucciare dietro una radice che affiorava dal terreno. « Visto che siete in due a voler rimanere, restiamo pure. Sono un corvo civile, io, non mi metto contro la maggioranza ».

Vanadin sorrise. « Vado, allora. Tornerò in un attimo con i viveri e un po’ di legna ». Si voltò e corse giù dal colle.


Il sole stava calando quando Vanadin risalì a torso nudo, il corpo lucente per il sudore. Aveva utilizzato il mantello come sacco e lo portava gettato su una spalla. Quando giunse in cima, lo aprì lasciando rotolare fuori delle mele selvatiche e diverse manciate di noci. « Le mele sono un po’ acerbe », si scusò.

« Oh, andranno benissimo », rispose Balbor precipitandosi a raccattarne una. Tenendola tra gli artigli si allontanò dal salice. Cercando di farsi scudo con le ali, iniziò a beccare il frutto con avidità.

Arlo prese due noci che gli erano finite tra le gambe. Le premette una contro l’altra tra i palmi delle mani e riuscì a romperne i gusci. « Deliziose », disse dopo essersi riempito la bocca.

« Ai piedi della collina ho accatastato della legna », lo informò Vanadin mentre tornava a indossare il mantello. « Direi che possiamo lasciarla lì, per il momento, e andare a prenderla alla bisogna ».

Arlo annuì senza dargli troppa retta. Aveva raccolto altre due noci, ma non riusciva ad aprirle.

« Dalle a me », gli disse Vanadin allungando una mano. Arlo obbedì volentieri. « Toglimi una curiosità », fece il gigante ripassandogli le noci dopo aver tolto i gusci. « Perché sei voluto restare qui ad attendere il ritorno del musico? ».

« Per chiedergli le informazioni che ci occorrono. E poi, perché ero stanco. Credevo che anche tu fossi d’accordo per restare ».

« Sono d’accordo. Sei tu il Prescelto e, per me, quello che decidi è ben fatto. Volevo solo sapere se c’era qualche altra ragione ».

Arlo lo scrutò per un attimo, poi abbassò lo sguardo. « E va bene, la stanchezza e le informazioni sono solo scuse. La verità è che desidero attendere il ritorno del flautista per sentirlo suonare di nuovo ».

« Forse aveva ragione Balbor », disse Vanadin piegandosi a raccogliere una noce. « Quella musica doveva essere stregata ».


Arlo si strinse le braccia al petto, scosso da un brivido, e aprì gli occhi. Non era più notte, ma la luce del mattino era assai tenue. Alzò la testa guardandosi intorno. Stava piovendo. Per fortuna, i rami del salice formavano un ombrello naturale che non lasciava penetrare le gocce.

« Vanadin? », chiamò dopo aver cercato il gigante accanto a sé.

« Sono qui! ».

Arlo si mise a sedere e fissò il punto da cui era giunta la voce. Ebbe qualche difficoltà a scorgere la figura oltre la cortina di foglie e d’acqua scrosciante.

Vanadin era in piedi sotto la pioggia.

« Che fai lì? », gli chiese Arlo.

Vanadin restò in silenzio per qualche istante. « Mi rinfresco le idee », rispose poi. Un attimo dopo scostò i rami del salice e tornò accanto ad Arlo. Era fradicio. « Stavo valutando se era il caso di portare al riparo la legna che ieri ho lasciato ai piedi della collina. Potremmo averne bisogno. L’aria è più fredda e temo che rinfrescherà ancora. Solo che non so quanto sia utile trasportarla su adesso: i tronchi saranno impregnati d'acqua, ormai, e inservibili per il fuoco. Sono stato uno sciocco. Avrei dovuto essere più previdente ».

« Come avresti potuto? Non c’era neanche una nuvola quando ci siamo coricati ».

« Non dovevo trascurare nessuna eventualità ».

« Ho sbagliato anch’io, se è per questo. Avremmo potuto cercare informazioni da un'altra parte. A quest'ora saremmo al riparo, magari in un letto comodo. Invece, per un mio capriccio, siamo rimasti qui, e l’uomo che attendiamo, con questa pioggia, sicuramente non si farà vedere ».

« Le tue scelte non sono mai sbagliate ».

« Perché? Perché sono il Prescelto? ».

Vanadim annuì. « Se hai preso una decisione, per quanto errata possa sembrare, dev’essere la scelta giusta per portarci più vicino alla meta ».

« Mi piacerebbe avere la tua fiducia ».

Uno sbadiglio rumoroso li spinse ad alzare lo sguardo. Balbor arruffò le penne scuotendosi tutto, quindi si stiracchiò frustando l’aria con un paio di vigorosi colpi d’ala. « Ehi, arriva qualcuno! », esclamò.

Arlo si aprì un varco tra i rami penduli del salice. Una figura discendeva la collina di fronte camminando adagio, ma la pioggia rendeva impossibile distinguerne le fattezze.

« Potrebbe essere il suonatore di flauto », disse.

Balbor zampettò verso l’estremità del ramo più lontana dal tronco e fece spuntare il lungo becco tra le foglie. « Sì, è di certo lui ».

Il suonatore di flauto si fece largo tra i rami del salice. Era fradicio e i radi capelli gli si erano incollati in testa. Se possibile, era ancora più brutto del giorno precedente. Un breve lampo di stupore gli illuminò lo sguardo. Di certo, non si aspettava di trovare qualcuno. Superato quell’attimo di sorpresa, si comportò come se non ci fosse nessuno a dividere con lui quel riparo. Si sedette accanto ad Arlo, con la schiena contro il tronco dell’albero, esattamente come il giorno prima. Estrasse il suo flauto di canna dalla sacca e iniziò a suonare.

Le note riempivano l’aria e sembrava di vederle danzare, colorate e luminose. Era una musica gioiosa e Arlo ne fu rapito.

Dopo quel primo canto, il flauto tacque. Il suonatore guardò Arlo, poi Vanadin, quindi chiese: « Siete qui da ieri? ».

« Non ci siamo mossi », rispose Arlo.

« Con questo tempo ero convinto che non avrei trovato spettatori. Invece… ».

« Una pioggia propizia! », gracchiò Balbor dall’alto. « Così non dobbiamo dividere con altri le tue note ».

Il suonatore alzò la testa. « Chi ha parlato? », chiese guardandosi intorno con aria confusa.

« Io! » rispose Balbor.

« Un corvo parlante? Che magia è questa? ».

« Nessuna magia. Noi corvi ambrati abbiamo tutti il dono della favella ». Balbor volò giù dal ramo atterrando ai piedi del flautista. « La tua musica è meravigliosa. Nemmeno il canto degli uccelli è tanto soave ».

Il suonatore sorrise. « E’ il più bel complimento che abbia mai ricevuto. Ti ringrazio ».

« Non ringraziarmi a parole », disse Balbor. « Suona ».


Il sole iniziava a calare. L’acquazzone era terminato da tempo e l’aria era piacevolmente fresca.

Arlo non aveva fatto colazione o pranzato e, probabilmente, avrebbe saltato anche la cena, ma non se ne curava, nonostante i borbottii di rimprovero del suo stomaco. Ormai ne era certo: qualcosa di magico si celava nella musica che stavano ascoltando. Ne ebbe conferma quando il flautista smise di suonare e ripose lo strumento nella sacca di tela ripiegata al suo fianco. Ora che l’incanto era terminato, improvvisamente, il desiderio di cibo si fece impellente. Arlo afferrò una delle mele avanzate dalla cena del giorno prima. Anche Vanadin si precipitò a prendere un frutto, e Balbor non fu da meno.

« Avete un certo appetito », disse il flautista ridendo.

« Dì pure che stiamo morendo di fame », replicò Balbor mentre rincorreva un pomo che era rotolato via dopo una sua beccata imprecisa. « Da due giorni non mangiamo che mele ».

« Ieri avevamo anche delle noci », lo corresse Vanadin.

« Oh, scusami ».

« Perché non venite da me? », propose il flautista. « Non ho molto da offrirvi, ma sarà sempre meglio di una cena a base di mele ».

« Per me va bene », rispose Balbor prontamente. Affondò il becco nel frutto acerbo e lo sollevò come un trofeo.

Vanadin non disse nulla e si girò a guardare Arlo.

Balbor se ne accorse perchè, lasciata cadere la mela, si rivolse al flautista e commentò in tono sarcastico: « E’ il ragazzo che decide, in questo gruppo ».

Il flautista sorrise, ma senza apparente malizia.


Si chiamava Arok e aveva solo vent’anni, anche se ne dimostrava più di cinquanta. Viveva in una capanna in mezzo a una pineta che distava un paio d’ore dal salice piangente. Per raggiungerla li condusse attraverso il sentiero, superando due colline, poi se ne allontanò decisamente, puntando verso ovest. Procedeva velocemente e Arlo si rese conto che Vanadin, con lui sulle spalle, sudava per stargli dietro.

Arok li guidò su per un ripido pendio che saliva molto più in alto dei colli circostanti e, giunti in cima, gli mostrò l’ampia vallata dove erano diretti. Iniziarono, quindi, a scendere. Il declivio era dolce e raggiunsero la valle senza troppa fatica. Si trovarono di fronte a un fitto bosco di pini. Gli alberi avevano la corteccia scura – nera a quell'ora del giorno – e delle chiome rigogliose che formavano un’impenetrabile tetto sopra le loro teste.

« Dovremmo sbrigarci », suggerì Vanadin. « Tra un po’ ci sarà solo la luce della luna a guidare i nostri passi e, tra gli alberi, non riusciremo nemmeno a distinguerci ».

« Non temete », li rassicurò Arok. « Conosco questa pineta palmo a palmo. Posso attraversarla di giorno, come di notte, senza smarrirmi ».

Si infilarono tra gli alberi, con Arok in testa al gruppo. Bastarono poche centinaia di passi per piombare nell’oscurità più totale.

« Mettimi una mano sulla spalla », suggerì Arok al gigante. « Così saremo sicuri di non dividerci ».

Neanche Balbor, nonostante la vista acuta, poteva vedere in quell'intrico e, dopo un po', Arlo lo sentì planare sulla sua spalla.

Continuarono così per alcuni minuti, procedendo abbastanza speditamente. Arok dava una voce quando bisognava chinare la testa a causa di un ramo basso, o se incappavano in un tronco caduto o in qualsiasi altro ostacolo. Poi, finalmente diede ordine di fermarsi.

« Siamo arrivati », annunciò.


Entrati nella capanna, Arok si affrettò ad accendere il fuoco in un piccolo camino d’angolo e mise a scaldare una pentola d’acqua in cui aveva immerso alcune patate.

La luce delle fiamme illuminava l’ambiente. Ma c’era pochissimo da vedere. Il tutto si riduceva a un’unica stanza quadrata. Al centro si trovavano un tavolaccio e quattro sedie; nell’angolo opposto al focolare un giaciglio formato da un materasso bitorzoluto e una coperta arrotolata. Una vecchia cassapanca completava lo scarno arredamento.

Mentre l’acqua sul fuoco iniziava a bollire, Arok invitò i suoi ospiti a sedersi intorno al tavolo e gli offrì del pane nero, una ciotola di olive e alcune cipolle crude. I tre si avventarono sul cibo senza riguardi. Ad Arlo sembrava tutto buonissimo. Fu poi la volta della minestra di patate, servita con dei pezzetti di pane raffermo. Anche quella, condita con la fame, pareva un piatto da re.

Terminata la cena, Arok propose ai suoi ospiti di restare a dormire. Avventurarsi nel bosco di notte sarebbe stata una follia.

Balbor non se lo fece ripetere e andò ad appollaiarsi in cima a una catasta di legna, accanto al fuoco. « Gli altri facciano pure come gli pare », disse mentre nascondeva la testa sotto un’ala, « io non mi muovo da qui fino a domattina ».

« Preparo subito un altro giaciglio », disse Arok dirigendosi verso la cassapanca. Tirò fuori una grossa federa e la riempì di paglia ricavandone un materasso simile a quello già pronto di fronte al focolare. Lo sistemò sul pavimento, vicino alla porta d’ingresso. « Ora ti prendo una coperta », disse, rivolto ad Arlo. Poi, indirizzando lo sguardo verso Vanadin: « Tu, se vuoi, puoi già sistemarti nel mio letto ».

« Questo no », disse il gigante con tono risoluto. « Piuttosto mi metterò per terra ».

Arok non volle sentir ragioni. « Io non dormo molto e questa notte avevo già deciso di restare sveglio », disse mentre richiudeva la cassapanca dopo aver prelevato una coperta. La consegnò ad Arlo, quindi si riaccomodò sulla sedia. Appoggiò un gomito sul tavolo e posò il mento sul palmo della mano. « Non mi capita mai di avere ospiti. È una gioia, per me, e, se non vi dispiace, rimarrò a vegliarvi mentre dormite ».

« Se continuate a parlare sarà difficile prendere sonno! », gracchiò Balbor da sotto l’ala.

« Ha ragione », sussurrò Arok.

Vanadin si alzò dalla sedia e rimase un attimo fermo, forse indeciso sul da farsi. Poi scrollò le spalle e raggiunse il giaciglio. Si tolse la spada e la depose lì accanto, quindi si sedette sul materasso. « Buonanotte, allora ».

Sia Arlo che Arok risposero con un cenno del capo.

Il gigante si sdraiò. Un momento dopo il suo respiro si fece lieve e regolare. Dormiva.

Ad Arlo si chiudevano gli occhi per il sonno, ma non volle mettersi subito a letto. Così rimase seduto, sistemandosi la coperta sulle gambe.

« Siete un gruppo davvero bizzarro », gli disse Arok ridendo, ma senza mostrare alcuna intenzione di scherno. « Un corvo parlante, un gigante nero e un ragazzo. E, dei tre, sembri tu il capo ».

« Non sono il capo. Sono il Prescelto ».

« Il Prescelto? ».

Arlo iniziò a raccontargli la sua storia. Mentre parlava, si stupiva lui stesso di tutto ciò che gli era capitato in pochi giorni. Era ormai notte fonda quando terminò il resoconto delle sue avventure.

« Se avessi immaginato tutto quello che avete passato vi avrei indirizzati verso il villaggio di Basthià », disse Arok con aria dispiaciuta. « Avreste trovato sicuramente una sistemazione migliore di questa ».

« Qui va benissimo. Per noi è già tanto aver mangiato un pasto caldo e non dover dormire all'aperto ». Poi Arlo chiese: « Questo villaggio, Basthià, è molto distante? Abbiamo bisogno di due cavalli e forse lì potremmo acquistarli ».

« Un paio d’ore, camminando di buona lena. Se volete, domani vi indicherò come arrivarci ».

« Verrai anche tu? ».

« Preferisco di no ».

« Perchè? È un posto che non ti piace? »

« In verità, non ci sono mai stato ».

« Mai? ».

Arok scrollò le spalle. « Che bisogno ho di andarci? Il bosco è generoso e mi fornisce il poco che mi serve per vivere ».

« Sì, ma non ti senti mai solo? ».

« A volte. Ma che posso farci? Non mi piace vivere isolato, ma non ho alternative ».

« Che vuoi dire? »

« Che voglio dire? Guardami! Non c’è nessuno che possa sopportare a lungo la vista del mio volto ».

« E noi, allora? », disse Arlo guardandolo con ostinazione.

Anche Arok lo scrutò a lungo prima di parlare di nuovo. « Sì », disse poi, « forse voi tre siete diversi. Ma gli altri… gli altri si avvicinano a me solo per sentirmi suonare. In quel momento è come se un velo coprisse il mio volto. Quando termina la musica, però, il velo scompare e, con esso, chi mi circondava ».

Era la scena a cui Arlo aveva assistito il giorno precedente. « Mi dispiace », disse.

« Non devi provare pena per me, ma per loro. Per tutti quelli che mi evitano. E per quelle donne che mai potranno amarmi perché non riescono a vedere oltre la maschera ». Arok si assestò meglio sulla sedia e si inumidì le labbra con la lingua prima di continuare. « Voglio rivelarti un segreto. Ma mi devi promettere di non svelarlo a nessuno ».

Arlo annuì.

« Devi promettere ».

Arlo alzò la mano destra. « Prometto », disse solennemente.

« Il mio flauto è magico », confessò Arok.

« Lo sapevo! Anche Balbor ne era convinto. Scommetto che è la magia della sua musica ad attirare tanta gente intorno a te ».

« No », disse Arok socchiudendo gli occhi. « Ma forse non vi sarà bisogno di altre spiegazioni. Sento che sta per accadere ».

« Cosa? ».

« Aspetta ».

Il fuoco si era spento e la stanza era illuminata solo dal tenue bagliore delle braci ancora vive. Il volto orrendo del flautista iniziò a tremare, a pulsare, poi, lentamente, i suoi lineamenti mutarono, si fecero più delicati, le sue deformità svanirono, i capelli crebbero folti e ricci, fino a che un viso angelico non sostituì la spaventosa maschera del mostro.

« Hai capito adesso? », chiese Arok.

Arlo non rispose. Aveva la bocca spalancata, intimorito e affascinato da quel prodigio.

« Allora? », insistette Arok.

« E’ questa la magia: il suono del flauto fa sì che di notte il tuo volto divenga bellissimo? ».

Arok scosse la testa. « Non hai ancora compreso. Quello che hai davanti è il mio vero viso. È suonando il flauto magico che diviene orripilante. Solo a notte fonda la magia termina e il volto ritorna normale ».

Arlo lo guardò sbigottito. « E’ una follia! », esclamò, rischiando di svegliare i suoi compagni. « A cosa ti serve un simile incantesimo? ».

Arok si mise una mano sul petto. « Voglio essere amato per ciò che ho nel cuore, non per i bei lineamenti del mio viso ».

Arlo era senza parole. Era il giovane più bello che avesse mai incontrato e si costringeva a una vita penosa, da escluso, per colpa di un viso deforme che non gli apparteneva. Con voce tremante gli chiese: « Non mostri mai il tuo vero aspetto? ».

« Mai. Te l’ho detto, devono amare ciò che ho dentro. Lo so che è difficile, ma sono certo che presto o tardi succederà ».

A testa bassa e con un filo di voce Arlo domandò: « E se non accadesse mai? ».

Avevano parlato a lungo e il sole, ormai desto, cominciava a intrufolarsi tra i rami di pino. Arok prese il suo flauto e sorrise debolmente.

« Cos’altro rimane da fare, se non suonare e sperare? », disse.

Una musica meravigliosa si diffuse nella piccola stanza.



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