lavoro pubblicato martedì 7 settembre 2004
ultima lettura mercoledì 28 luglio 2010

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Dea del Caos-primi 3 capitoli

di Giampietro Stocco. Letto 1982 volte. Dallo scaffale Fantasia
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E' il seguito inedito di Nero Italiano, il mio primo romanzo edito su cartaceo. Sono passati quasi trent'anni dalla caduta del fascismo nel 1976, e il giornalista Marco Diletti si ritrova a fronteggiare gli stessi fantasmi...
DEA DEL CAOS romanzo di Giampietro Stocco Uno Se ne stava lì da parecchio, ormai, le mani dietro la schiena, a guardare i lavori in corso nella piazza. Era estate, faceva caldo, e la polvere si sollevava ogni volta che la pala mollava il suo carico di terriccio. L’operaio, instancabile, scavava. Riempiva una carriola, che poi un altro manovale trasportava via. Marco si era sempre chiesto come sarebbe stata la sua vita di pensionato. Se davvero si sarebbe ritrovato a fissare istupidito i lavori manuali. “Beh, eccomi servito, e con gli interessi, “ pensò, mentre, con un gesto incerto, si detergeva il sudore dalla fronte usando il fazzoletto che portava al taschino. Twonk! Twangg… Twonk! Twangg… Forse quel suono di terra smossa lo allenava in un certo qual modo alla morte. Un po’ presto per pensarci? Lui aveva compiuto da poco i sessantasei anni. Anche se erano ben portati, e anche se aveva alle spalle una vita da bambino mai cresciuto, certi pensieri si erano fatti sempre più frequenti. Specie da quando, mesi prima, aveva lasciato il lavoro. Un vuoto incomprensibile, almeno per lui, che per anni aveva aspettato quel momento, quando si sarebbe potuto riprendere la vita. Quella vita che la redazione, si era ripetuto per anni, gli aveva succhiato via giorno dopo giorno, e che adesso invece gli appariva come una nuda impalcatura. Un po’ come i ponteggi che stavano montando quegli operai. Beh, sì, c’era Bianca. Sua figlia aveva adesso ventisette anni, e gli era subentrata al lavoro grazie a una sapiente opera di diplomazia. Marco sorrise al ricordo dei sentimenti protettivi con cui prima aveva fatto anticamera, e poi direttamente perorato la sua causa. Adesso le parti si erano invertite. Da quando si era ambientata in redazione, più che sua figlia, Bianca era ormai diventata una specie di seconda moglie. O una mamma. “Papà copriti. Papà stai attento alle correnti d’aria. Papà dove vai. Papà tieniti occupato.” Ed ecco la seconda grande verità della vita da pensionato. Dopo avere capito che i lavori di scavo piacciono ai vecchi perché esorcizzano la sepoltura, adesso Marco scopriva che il cosiddetto rimbambimento non era solo una dimensione del proprio io soggettivo. No. Erano proprio gli altri, i tuoi figli, a decretarlo. Considerandoti, improvvisamente, incapace di badare a se stesso. E vuoi per debolezza, vuoi per comodita’, tu finivi per adeguarti, anche perché, in fondo, non e’ cosi’ male quando gli altri fanno le cose per te. Magari ti rompe un po’ quando ti cercano sul telefonino, se ritardi dieci minuti, ma vuoi mettere se una volta ti senti male e non c’e’ nessuno pronto a raccoglierti? No, no. Decisamente la vecchiaia aveva i suoi lati apprezzabili, specie per chi come Marco aveva poca voglia di badare a se stesso. Si guardò intorno: Genova, la città che era diventata sua. Le facciate dei palazzi nobili in via di restauro, le strade, un cantiere a cielo aperto. Grandi cose si stavano facendo nella capitale della Repubblica Democratica. Erano passati i tempi grami, quelli in cui gli sventurati abitanti di Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, Lucchesia e Lunigiana dovevano fare i conti con l’austerità e la penuria di materie prime. Erano stati gli anni eroici: l’Italia spezzata prima in due, poi in tre, dopo l’ingloriosa quanto tardiva fine del fascismo. Anno 1976, il vecchio Duce Galeazzo Ciano viene portato in Germania da una divisione aviotrasportata tedesca per ordine del presidente Albert Speer. La Reichswehr sventa un colpo di stato organizzato dai radicali del regime fascista, organizzati dal presidente del consiglio incaricato, per la prima volta nella storia del Paese, una donna. L’intervento tedesco, il fallito golpe e per di più una mezza insurrezione popolare: l’Italia non resistette alla tensione e si spaccò. Della vecchia monarchia coloniale di Umberto II restò ben poco: Somalia ed Etiopia si autoproclamarono Stati indipendenti, il Dodecaneso venne annesso pacificamente dalla Grecia, la Dalmazia, con le Tre Venezie e la Lombardia, entrò in un protettorato germanico. Tempo due anni, Marco lo ricordava ancora bene, e anche il Regno d’Italia terminò la sua storia. Nel 1978, in seguito al rapimento e all’assassinio del presidente del consiglio incaricato Aldo Moro, ucciso da terroristi di Lotta Socialista, si andò al referendum istituzionale. La repubblica vinse in modo schiacciante, e si formò un governo di centro-destra. Ma non era finita. I comunisti gridarono ai brogli elettorali e si asserragliarono nelle regioni in cui erano maggioranza. Per non rischiare la guerra civile, la nuova Repubblica Italiana non intervenne militarmente e lasciò che gli insorti proclamassero a loro volta la Repubblica Democratica Cisalpina, con capitale a Genova. Marco distolse per un attimo la sua attenzione dai ricordi per accendersi una sigaretta. Un vezzo che aveva preso negli ultimi anni, poco prima di andare in pensione. “Adesso ci manca anche il fumo in terza età,” gli aveva detto Bianca sbuffando, la prima volta che lo aveva sorpreso con la cicca in bocca. Alle volte sapeva essere davvero indisponente, lei e il suo salutismo sinistrese da quattro soldi… Già, Bianca… Quanto tempo era passato dagli anni più duri, forse anche quelli più belli della loro vita… Nel 1980, in piena guerra non dichiarata fra le due Italie, il ragazzo-padre, profugo improvvisato attraversò con una bimba di quattro anni una delle frontiere più pericolose del mondo: quella tra Marche e Romagna, tagliando per San Marino. Un’impresa, solo per sfuggire alla vita già sonnecchiante di una nuova Repubblica che assomigliava sempre più al vecchio Stato borbonico, muovendosi rapido verso il sogno di un qualcosa di diverso, il socialismo. Sembrava quasi di essere tornati ai tempi della Rivoluzione Francese… Marco e la piccola Bianca erano stati tra gli ultimi a poter attraversare quella frontiera, che poi fu chiusa e minata. Si stabilirono a Genova. Patria del nuovo slancio, era scritto sui grandi manifesti propagandistici appesi davanti ai decadenti palazzi liberty di Piazza De Ferrari. Città della tristezza, sarebbe stato meglio dire. La nuova capitale era ben diversa allora… Fumi neri e maleodoranti di acciaierie e industrie chimiche, palazzi nobiliari trascurati e polverosi, un porto dove attraccavano solo le navi dei Paesi alleati dell'U.RS.S. Scafi cupi e malpresi, gente cupa e malpresa. Una città cupa e malpresa, che non faceva nulla per salvare nemmeno le apparenze. Perfino la televisione, in un momento in cui nella sonnolenta Repubblica Italiana si moltiplicavano le stazioni private e nascevano i primi network, si presentava sciatta e scontrosa. L’unico canale televisivo pubblico proponeva notiziari recitati da giornalisti terrei e servili e una programmazione al confronto della quale anche la vecchia Immagine Italiana dei tempi di Ciano, coi suoi ingenui varietà copiati dagli americani, sembrava una boccata d’aria fresca. A Marco, però, andava bene. La sua esperienza gli fruttò un lavoro decoroso, e la sua abitudine a obbedire fu ben ricompensata. Così Marco e sua figlia Bianca sopravvissero a quei primi, durissimi anni, in cui l’Europa intera guardava con sospetto a quello che si definiva il “nuovo bubbone comunista conficcato nel cuore dell’Occidente”. Per fortuna le tensioni scemarono. Nell’89, al crollo del Muro di Berlino, anche il muro fra le due repubbliche italiane iniziò a sgretolarsi. Sotto la pressione della nuova Russia capitalista che nacque nel ’91 dalle ceneri della vecchia U.R.S.S., anche Genova cominciò a beneficiare di una pioggia tutta nuova. Non più la vecchia fuliggine da carbon coke, ma pulitissimi, si fa per dire, rubli provenienti dalle casse della mafia di Mosca e NovyPetersburg, così era stata ribattezzata Leningrado. Rubli freschi che furono destinati all’abbellimento di una città mortificata per troppo tempo. Rubli che cominciarono a far lavorare di nuovo pale, picconi e bulldozer, aprendo nuove vie, strade e piazze a una massiccia emigrazione fatta di arabi, caraibici, sudamericani e slavi, alcuni ricchissimi, la maggior parte ancora più malpresa della popolazione indigena. …Twangg… Twonk!... Twangg… Twonk! Era insieme il suono della fine e dell’inizio. Con dita incerte Marco tirò fuori dal portafoglio liso un vecchio tesserino professionale. Dalla foto sorrideva una faccia di almeno trent’anni più giovane. “Marco Diletti, Immagine Italiana”. La confrontò con quella più recente, un documento plastificato di tipo militare, il volto invecchiato e incupito. “Marco Diletti, Servizi Informativi di Stato”. “Accidenti, mi hanno trasformato in un poliziotto e me ne accorgo soltanto adesso,” pensò Marco. “Que pasa, tovarich? Te gustan los cubanos?” Marco sobbalzò al termine russo, noto a Genova ormai da quasi un quarto di secolo come appellativo formale da usarsi con gli sconosciuti. A rivolgergli la parola era stato l’operaio scavatore, che aveva continuato a fissare, ora se ne rendeva conto, per più di mezz’ora di fila. Giovane ma non giovanissimo, più o meno l’età di Bianca, muscoloso, aveva creduto che il pensionato fosse in cerca di compagnia maschile a pagamento. Non era una rarità, nell’altrimenti austera Repubblica Democratica. Un modo più o meno tollerato in cui si riequilibrava il flusso del denaro. Marco sorrise all’equivoco, scosse la testa e si giro’ per allontanarsi. Stava per muovere il primo passo verso Piazza della Repubblica Operaia, gia’ Piazza De Ferrari, quando una mano robusta gli calo’ sulla spalla. “Marco Diletti, vero? Che ne dice di un caffe’ davanti alla statua di Giuseppe Garibaldi? E’ l’unico eroe italiano di cui questi bastardi non si siano appropriati, magari li confortava il fatto che gia’ portasse la camicia rossa…” Due Marco si giro’ allibito. L’uomo, a sua volta un sessantenne, aveva parlato velocemente e a voce bassa, ma con tono fermo e dizione impeccabile. Quella di uno abituato a dare ordini. E infatti, davanti a lui, ora si parava un individuo alto ed estremamente robusto, i capelli tagliati cortissimi e a spazzola, due lunghe cicatrici che correvano lungo il volto dalla mascella squadrata, gli occhi di un verde malevolo e il sorriso sardonico che si andava allungando sempre piu’. Portava senza imbarazzo un elegante completo di fresco di lana, e cio’ nonostante non una goccia di sudore gli stillava dalla fronte, a dispetto degli oltre trenta gradi dell’afoso mezzogiorno genovese. Un ex militare, sicuramente, ma… Dove lo aveva gia’ visto? La sua mente, che incosciamente si era rimessa in moto con il ritmo frenetico del cronista, passo’ in rassegna i ricordi di trent’anni, e… “Si’, si’, lo so che non e’ facile. Pero’ gia’ vedo, Diletti, che ci si sta avvicinando...” Lo sconosciuto stavolta sorrideva con aperto divertimento. Devo avere una faccia davvero ridicola, ebbe il tempo di pensare Marco. Poi frano’, letteralmente, sulla sedia impagliata del bar verso il quale si erano automaticamente diretti. Oh mio Dio. Non e’ possibile. Non puo’ essere… Una mattina di quasi trent’anni fa, soldati stranieri, voci, slogan e polvere. Un uomo ferito al volto con indosso un’uniforme stracciata. Una logora cartellina di colore verde che passa di mano, e… “Lei e’… " “Gia’, sono io… Curioso come alle volte gli choc aiutino la memoria, vero Diletti?” chiese lo sconosciuto, perfettamente a proprio agio adesso, le gambe accavallate e un gomito poggiato sul piano del tavolino. “Tovarich?” chiese l’uomo, attirando la sciatta attenzione di un cameriere slavo che portava una consunta uniforme blu. “Due caffe’ all’italiana”, disse, tornando a fissare la sua vittima negli occhi mentre la divisa blu si trascinava fiaccamente verso l’interno del bar. Marco fece per cominciare a parlare. “Lei dovrebbe essere…” “Morto?” “Si’, cioe’, no, Non lo so. Come ha fatto ad arrivare qui? Come ha fatto ad arrivare a me?” “Non si ponga le domande sbagliate, Diletti. Perche’ non si chiede invece che cosa voglio da lei? Ma intanto facciamo conoscenza, abbiamo due minuti, vuole?” Lo sconosciuto allungo’ le gambe sotto il tavolo e con un sorriso smagliante accolse i grossi seni che una vistosa cameriera cubana, molto piu’ comunicativa del suo collega di prima, esibì con ozstentazione mentre si chinava per servire loro i caffè. L'uomo bevve il contenuto della tazzina in un solo sorso, emettendo alla fine un sospiro tra la soddisfazione e il rimpianto, fissando stavolta il posteriore della donna che si allontanava ancheggiando. Marco bevve a sua volta, ma il liquido rovente gli ustiono’ la lingua e gli provoco’ un lungo e squassante accesso di tosse. “Sempre delicatino, eh, Diletti? Eppure e’ stato in grado di mettere al mondo una figlia. Bianca, vero?” “E’ venuto per minacciarmi?” chiese Marco ansimando per le ustioni alla lingua e passandosi il fazzoletto sul volto arrossato. “Oh, no. Anzi, mi presento. Mi chiamo Ettore Varchi. Sono stato segretario del Partito Nazionale Fascista e responsabile della Milizia Volontaria Nazionale, agli ordini diretti del Presidente del Consiglio Maria De Carli. Quel nome. Il volto di Marco divenne all’improvviso del colore del gesso, lo stesso colore di quei fantasmi che era riuscito finora a tenere chiusi nell’armadio blindato della sua memoria. Quei fantasmi che adesso stavamo sciamando fuori a frotte. “Lei… lei sta parlando di una storia ormai morta e sepolta…” disse Marco, mentre il volto affilato di una donna con un casco di capelli corvini e due spettrali occhi grigi si sovrapponeva alla faccia sfregiata del suo interlocutore. “Lei lo crede davvero, Diletti? No, non puo’ crederlo…” Varchi parlo’ continuando a sorridere, ma negli occhi verdi si stava accendendo una luce febbrile. “Non puo’ crederci davvero e sa perche’? Perche’ e’ stato parte di questa storia eroica. Lei e il presidente del consiglio De Carli…” “Basta! Non staro’ a sentirla un momento di piu’!” Marco calo’ con forza il palmo della mano sul tavolino. Varchi calo’ a sua volta la mano sopra quella dell'interlocutore, senza apparentemente caricare il movimento. A Marco parve che le sue falangi si stessero spezzando. Cerco’ di ignorare il dolore e fisso’ Varchi negli occhi. “Mi ascolti bene, Diletti. Ventotto anni fa le consegnai una cosa. E lei non ne fece l’uso che avrebbe dovuto”. La stretta sulla mano di Marco si allento’ di una frazione di peso mentre Varchi ammicco’ verso la statua davanti al Teatro Carlo Felice. “Cosi’ il buon Giuseppe Garibaldi ha dovuto sorbirsi piu’ di vent’anni di regime comunista. Ed e’ tutta colpa sua, lo sa? Lei sa che io potrei ucciderla per questo? Lei ha creato un sogno e poi lo ha stritolato, come io posso stritolare la sua mano…” La stretta torno’ a farsi dolorosa. Marco si guardo’ intorno. Nessuno degli avventori aveva capito cosa stava succedendo. “Non sara’ venuto fin qui solo per massacrarmi una mano, vero? E nemmeno per uccidermi, penso…” azzardo’ infine con il coraggio della disperazione. “No, infatti,” disse Varchi mollando la mano di Marco all’istante “lei puo’ essere ancora utile. A patto che ripeschi quella cartellina verde e faccia quello che le diro’. Vede, a qualcuno interessa ancora che lei viva. Anche se, devo dire, non riesco proprio a capirne il perche’. Lei e’ un vigliacco, Diletti. Lo e’ sempre stato. Ma e’ anche fortunato. Un vigliacco con un gran culo, sa?” L’espressione di Varchi, il largo sorriso che spingeva di lato le due cicatrici purpuree, contrastava in modo agghiacciante con il pozzo di oscurita’ degli occhi. Quest’uomo e’ pazzo, si disse Marco. Ma deve esserci dell’altro. Cosa? “Gnik, gnik, Diletti, sento gli ingranaggi cigolare in quella sua testina che aprirei volentieri come un’anguria. Ma certo!” Varchi poggio’ la nuca contro lo schienale della sedia e comincio’ a ridere di cuore. Poi si drizzo’ di colpo, l’espressione di nuovo impassibile, gli occhi sfavillanti di eccitazione. “Lasci che le racconti quest’ultimo anno, Diletti, poi forse capira’.” Marco si poggio’ rassegnato allo schienale della sedia. L’ex miliziano rise ancora divertito, e poi riprese. “Dopo quanto era successo a Roma nel 1976 ero riuscito a passare le linee dei tedeschi prima e dei banditi comunisti poi. Quando la situazione si e’ calmata sono tornato nella mia citta’, a Firenze… La mia casa era stata incendiata dopo l’invasione, sa? Mia madre e mio padre… Ma a lei non interessa e la sto facendo lunga. Voglio dire che, alla fine, me ne sono fatto una ragione. Eravamo stati sconfitti. Pero’ non capivo perche’ la stessa sorte non dovesse toccare a quei bastardi rossi. Ma ormai era troppo tardi.” Lo sguardo di Varchi si perse per un attimo dietro ai ricordi, poi l’ex miliziano riprese a parlare. “Cosi’ sono passati gli anni. I decenni. Mi rimanevano solo i ricordi. Poi, un anno fa, una telefonata. Un vecchio camerata mi dice di andare a un raduno. Era la prima volta, sa? Credevo che non ne fossero piu’ rimasti, di fascisti, e per di piu’ a Predappio, dove nacque Mussolini, adesso in terra amministrata dai rossi. Una sfida, insomma… Per fargliela breve, decido di fare il viaggio, da Firenze non dista molto. Ci vediamo tutti al cimitero del Duce, mi aspettavo un mausoleo in rovine, e invece trovo tutto pulito e in ordine, e almeno un migliaio di camerati in camicia nera, vecchi e giovani, che stanno aspettando sotto un palco…” Una pausa, di nuovo la luce febbrile negli occhi di Varchi, Marco sentiva i brividi scorrergli dalla nuca in giu’ lungo la colonna vertebrale. L’ex miliziano riprese il suo racconto, sempre fissando la statua di Giuseppe Garibaldi. “…Poi sento due squilli di tromba e le note di Giovinezza. Ho appena il tempo di constatare con meraviglia che non c’e’ nemmeno un rosso a sorvegliarci. Tutti fanno silenzio, e… “Io devo andare!” esclamo’ Marco, ormai completamente terrorizzato. Si alzo’ in piedi, ignorando completamente la minaccia costituita da Ettore Varchi. L’ex miliziano lo richiamo’ bruscamente alla realta’, afferrandolo per una mano. “Aspetta qui, pezzo di merda…” Marco si immobilizzo’, paralizzato dalla violenza senza limiti che aveva avvertito dietro quelle parole proferite sottovoce. “Ecco, bravo, stai fermo e pensa alla tua Bianca, d’accordo? Non vogliamo che le succeda nulla, vero? Niente a te e niente a lei. Cosi’ adesso ascoltami bene. Ripesca quella cartellina verde, e portala, esattamente tra ventiquattr’ore, a chi troverai a Palazzo Ducale.” “C’e’ la mostra di Rubens, ci saranno migliaia di persone!” si lamento’ Marco cercando di divincolarsi dalla presa ferrea di Varchi. Varchi rise ancora e strinse ancora di piu’ le dita tozze intorno al polso di Marco, che avverti’ con allarme le proprie sottili ossa flettersi fino al limite. “Oltre che codardo, anche stupido. Mi hai appena confermato che hai ancora quella cartellina. Ma te l’ho detto, sei fortunato. Tu non andare alla mostra. Vai piu’ in la’, entra nella sala del Maggior Consiglio. E ricorda, fino a domani: pensa a tua figlia…” La stretta si allargo’ di colpo, lasciando sul polso di Marco quattro segni bianchi, che subito divennero rosso porpora e cominciarono a gonfiarsi. Il tempo di massaggiare, premuroso, le lesioni alla mano, e Marco si accorse che Ettore Varchi si era dileguato nel nulla. Contemporaneamente, nel taschino della giacca, una vibrazione improvvisa e insistente lo fece sobbalzare. Con il cuore in tumulto, Marco cedette all’automatismo e porto’ all’orecchio il telefono cellulare. “Papa’?” “Eh? Bianca! Come stai? Va tutto bene?” “Ma certo che va bene, perche’? Tu piuttosto! La Gina dice che ancora non sei rientrato a casa, dove sei?” La Gina era la donna che veniva tutti i giorni a fare le pulizie e a preparare da mangiare. Necessaria per gente come Marco e Bianca, assolutamente negati per le faccende domestiche. E un vero segugio da tartufi, almeno per quanto riguardava la comunicazione a Bianca di tutti gli spostamenti del padre. “So… sono ancora in centro, ho fatto tardi!” rispose macchinalmente Marco. “Sara’. Papa’, mi sembri un po’ agitato. Lo sai che hai pressione e colesterolo alti, no? Non avrai mica preso un altro caffe’?” “No… io… ho solo perso tempo… Bianca?” “Cosa c’e’? Lo sai che non posso stare tanto al telefono, no?” “C’e’ che… Tesoro, hai notato niente di strano ultimamente? Dico, in redazione, girano voci? “Papa’, basta.” taglio’ corto Bianca. “Non e’ piu’ come ai tuoi tempi, ok? Qui si corre e si bada poco ai pettegolezzi. E poi cosa ci dovrebbe essere di strano? Secondo me sei tu che ti agiti per niente, come al solito. Cristo, non puoi fare come tutti gli altri pensionati e darti pace? La Repubblica Democratica e’ un’oasi di tranquillita’, non lo diciamo tutti i giorni forse?” “Vedi che anche tu non ci credi! Ascoltami, Bianca. Guardati bene in giro... Potrebbe succedere qualcosa di grosso!” Senza accorgersene, Marco stava scivolando in un tono concitato che a Bianca faceva salire l’ansia. “…E poi, Bianca, non dirmi che li’ da te non ci sono voci, sei alla Radiotelevisione, cazzo, i tuoi colleghi non parlano di nulla? Ai miei tempi io…” “Papa’, falla finita. Hai chiuso con questo posto mesi fa, lo ricordi? Io no, invece. Ho un servizio da fare e dovrei averlo gia’ chiuso. Adesso torna a casa e mangia quello che ti ha lasciato la Gina. Poi, se ho tempo, parliamo stasera. Ciao.” Marco rimase in ascolto per qualche secondo. Poi si accorse che dall’altra parte si udiva solo il segnale ripetitivo della linea staccata. Chiuse a sua volta e si volto’ sospirando verso la piazza, per scorgere, in lontananza, la sagoma massiccia di Ettore Varchi che lo salutava con un gesto sardonico. Tre “E belin, che cazzo!” sibilo’ Bianca sbattendo il ricevitore sul telefono. Poi sbuffo’ verso l’alto, facendo muovere una ciocca dei capelli ramati che le era caduta penzolando davanti al naso. La schermata dell’editor di testo del computer era ancora, desolantemente vuota, e il lavoro andava finito al massimo entro un paio d’ore. “Guarda che tanto non ti riesce di suonare genovese…” La battuta, pronunciata con la caratteristica cantilena, veniva dalla scrivania di Ezio Assereto, il caposervizio di quella mattina. Bianca fu richiamata bruscamente alla realta’ di un rapporto di lavoro difficile. Assereto non era quel che si diceva un collega operoso, e per di piu’ la corteggiava, con un estenuante atteggiamento di provocazione continua. “Parlassi come te me verrebbe er latte ‘a’le’gginocchia…” rispose infine d’impulso, girandosi a mezzo verso Assereto ed esasperando la parlata che le veniva dal padre. Non che Bianca avesse un marcato accento romano, ma qualsiasi genovese capiva in meno di un minuto dove fosse nata. Nonostante avesse passato a Genova ventitre’ dei suoi ventisette anni. Bianca si godette lo spettacolo di Assereto che arrossiva fino ai capelli. Era il tipo dell’intellettuale, magro e segaligno, e solo di recente aveva tagliato la barba con cui l’aveva conosciuto, un arruffato cimelio dei tempi della contestazione studentesca contro il vecchio Ciano. Bianca non aveva mai capito perche’ Assereto lo avesse fatto. Un vezzo, chissa’, per eliminare qualche pelo bianco di troppo, ma del resto in redazione ce n’era anche di piu’ giovani che avevano fatto ricorso a trattamenti ancora piu’ radicali. Curioso, penso’ distrattamente Bianca, come il culto del look, come dicevano gli americani, stesse prendendo piede anche nella moralistissima nonche’ gia’ comunista Genova. Uomini e donne, nessuno sfuggiva al lavacro capitalista, che si consumava a colpi di meches e tinture assortite. Per un terribile istante penso’ che magari Assereto si era sbarbato per apparire piu’ giovane e interessante a lei… Ma l’idea di una corte piu’ seria di quattro chiacchiere da redazione era troppo imbarazzante e Bianca la lascio’ cadere. Ripenso’ cosi’ a suo padre e si arrabbio’ di nuovo. Quel vecchio scemo! Non la vuole proprio capire che se non gli si sta addosso, poi finisce in ospedale come un anno fa! Comincio’ a sentire un freddo sudore malsano al ricordo della corsa di dodici mesi prima, Marco con la pressione a mille, la tachicardia e un attacco di panico, e lei costretta a guidare a cento all’ora per Corso Fulvio Cerofolini, da Nervi all’Ospedale del Popolo, quello che i vecchi chiamavano ancora “il San Martino”. Povero papa’, penso’ ancora Bianca. Prende tutto sempre troppo sul serio, ed ecco i risultati… Chiamero’ il medico per fargli prescrivere qualche ansiolitico. “Bianca?” Ancora Assereto, il rossore si stava pian piano spegnendo, lasciando solo due chiazze accese sugli zigomi. “Che cosa c’e’? Mi incombi alle spalle, mi osservi da un’ora, lo avrai capito che ho da fare e sono inversa. Ho fretta, parla!” “Veramente e’ una cosa di lavoro,” fece casuale Assereto abbassando il tono. “Sai, ci sarebbe da … da … da andare dal sindaco e chiedergli se… se … cioe’ cosa pensa della costruzione della nuova sinagoga…e…” “… E tu non ci puoi andare, vero? Come al solito, no?” “No, cioe’, si’, cioe’, ma insomma, e’ il tuo lavoro, no?” “Vuoi dire che il mio lavoro e’ lavorare al tuo posto?” chiese Bianca, gelida come un pugnale di ghiaccio. “A..a… a me serve il pezzo, e … e…” Bianca lo odiava quando faceva cosi’. Assereto balbettava sempre quando tentava di svolgere le sue mansioni di capo. Un balbettio che degenerava nell’incomprensibilita’ quando Bianca gli teneva testa. “Il tuo sindaco, caro Assereto, ieri e’ comparso tre volte nello stesso telegiornale. Se hai bisogno del suo parere, vai tu a farlo. Oggi c’e’ Bernardi di conduzione, no? Lo hai lasciato da solo mille volte quando ti faceva comodo. Puoi farlo per la volta numero mille e uno. Io non ci vado.” “Ma… ma … bah, parlero’ con il capo, e…” “Ci parliamo insieme, Assereto, sempre che tu finisca una frase prima della fine del tuo turno. Ma sono sicura che la motivazione rendera’ il tuo eloquio ancora piu’ fluente di quello di Bernardi…” Assereto tacque di botto, le chiazze rosse sugli zigomi erano diventate purpuree, segno che l’imbarazzo si era trasformato in ira. L’ho portato un po’ troppo in la’, penso’ Bianca mordendosi idealmente la lingua. La mancanza totale di diplomazia l’aveva coltivata per dispetto a un padre troppo prono all’autorita’, ma era una caratteristica che le aveva piu’ volte nuociuto. Sorrise tra se’ mentre ripensava ad Enzo Bernardi, il collega conduttore che sembrava leggere il gobbo anche quando parlava normalmente. Una volta lo aveva sorpreso mentre si guardava, felice e beato, in una registrazione del telegiornale. Il Bernardi elettronico leggeva e scuoteva leggermente la testa in quel vezzo caratteristico di alcuni conduttori; il Bernardi reale non si perdeva una parola del suo alias, anzi, mormorava, in silenzio, le sue stesse parole.

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